Eurobond, perché si devono fare, perché i Paesi del Nord e dell’Est li temono

Il Governo italiano insieme a Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Slovenia, Belgio, Paesi che detengono sia la maggioranza del Pil (56%) dell’Eurozona, che della popolazione (62%) chiedono agli Paesi partner (Germania, Olanda, Austria, Finlandia più il blocco dei Paesi dell’Est Ungheria, Polonia,…) di introdurre misure specifiche (tipo Eurobond) per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo il blocco delle attività causato dal Covid-19 che, se dovesse prolungarsi a lungo, porterebbe ad una catastrofe.

Gli Eurobond diventano titoli del debito pubblico europeo che hanno la possibilità di essere venduti (sia a cittadini europei che all’estero) a tassi di interesse molto bassi (più di quello che può ottenere l’Italia che è un Paese molto indebitato), perché c’è la garanzia di pagamento di tutta l’Europa e non di un singolo Paese (Italia, Spagna, Grecia,…). E’ vero che la BCE si è impegnata a comprare (come ai tempi di Draghi) tutti i titoli del debito pubblico emessi dai singoli Paesi (l’Italia ha bisogno di vendere circa 400 miliardi annui di titoli per rinnovare il suo debito pubblico) in modo da mantenere lo spread nazionale basso, ma l’emissione degli Eurobond farebbe fare all’Europa anche un passo enorme verso quell’unità politica che molti chiedono. Il presidente del Consiglio Conte ha spiegato che ovviamente ogni Paese continuerebbe a farsi carico della propria quota di debito pubblico, ma almeno i tassi di interesse verrebbero calmierati, scenderebbero e sarebbero uguali per tutti. I Paesi nordici sono sempre stati contrari perché temono di doversi far carico del debito degli altri più indebitati, mentre quelli dell’Est hanno un basso debito pubblico (hanno meno problemi ad indebitarsi) e fanno da supporto ai Paesi ricchi per avere in cambio poi benefici nella programmazione 2021-27.

Germania, Austria, Olanda temono che avvenga un innalzamento generalizzato di questi tassi che potrebbero allinearsi al livello più alto (forse a quello italiano). Se guardiamo a quanto è successo nella storia dell’Italia pre unitaria, in questo simile alla situazione “pre unitaria” dell’Europa, questo rischio effettivamente esiste. Stephanie Collet ha calcolato quali fossero i tassi di interesse del debito dei 4 Stati pre unitari nel 1860 (Piemonte, Lombardo-Veneto, Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie prima dell’unificazione dell’Italia) e ha scoperto che, dopo l’unificazione nel 1861, in effetti l’unificazione dei 4 debiti pubblici fece salire i tassi dal livello più basso (che nel 1860 erano quello del Regno delle Due Sicilie pari al 4,3%...la “Germania” di allora perché Napoli era la città più florida) al 6,9% che erano i tassi (più alti) del Piemonte, dello Stato Pontificio e del Lombardo-Veneto. Ciò avvenne perché c’era scettiscismo a livello internazionale sulla vera unità dell’Italia. E i tassi continuarono a salire per dieci anni, finché non fu chiaro che quella che Metternich chiamava con disprezzo una unità fittizia dell’Italia (una mera “espressione geografica”), non diventò unità vera e propria anche nella convinzione internazionale. Così dal 1871 i tassi iniziarono a scendere. E’ anche vero che allora tutto il debito era solo il 40% del Pil.

Ma questo timore è oggi sopravalutato per varie ragioni. La prima è che la solidità dell’Europa nel mondo è tale per cui difficilmente i tassi salirebbe al livello “Italiano”, inoltre si potrebbe chiedere a tutti i cittadini europei di acquistare il proprio debito pubblico (come fanno i Giapponesi) ad un tasso molto basso, in modo che esso possa crescere senza dover pagare tassi di interesse crescenti soggetti alle speculazioni dei mercati internazionali. Non siamo i Giapponesi ma se ci fosse una “chiamata di fratellanza europea” sono convinto che gran parte dei titoli sarebbero sottoscritti. Si consideri che solo l’Italia ha 4.400 miliardi tra conti correnti bancari e titoli.

La stessa BCE (Banca Europea) si è impegnata ad acquistare i titoli nazionali in modo illimitato e, a maggior ragione, lo può fare per titoli Europei. Inoltre ci potrebbe essere una dichiarazione di impegno degli Stati indebitati (come l’Italia) a ridurre la sua esposizione nell’arco di 10 anni. Come ha scritto magistralmente Draghi sul FT siamo di fronte ad una “catastrofe di proporzioni bibliche” ed il rischio è che al termine dell’emergenza in alcuni Paesi venga distrutta parte della capacità produttiva e di lavoro con una disoccupazione di massa. Se per esempio in Italia dovessimo passare da 23 milioni di occupati (e 3 milioni di disoccupati) anche solo a 20 milioni di occupati e 6 milioni di disoccupati, significa che il Pil scenderebbe da 1.780 miliardi annui a 1.550 miliardi e con l’aggiunta del debito in corso (50 miliardi, ammesso e non concesso che altri non se ne facciano), il rapporto debito/Pil salirebbe dal 138% al 162% (il livello che l’Italia raggiunse, peraltro, dopo la I Guerra mondiale - fonte Bankitalia, Questioni di Economia e Finanza n.31-2008).

Ma con tassi di interesse bassi l’aumento del debito pubblico non avrebbe alcun impatto, il quale invece sarebbe devastante se perdessimo un quarto della capacità produttiva e del lavoro e ci avviassimo verso non una recessione ma una depressione con milioni di disoccupati. Conviene quindi ai Paesi (non solo all’Italia) un forte indebitamento pubblico immediato a favore delle imprese e dei lavoratori in modo che tutti mantengano il lavoro. Come ha scritto Draghi “La perdita di reddito del settore privato deve alla fine essere assorbita in tutto o in parte dal bilancio pubblico…durante la prima guerra mondiale in Italia e Germania tra il 6% e il 15% delle spese di guerra fu finanziato dalle tasse – il resto no, nostra nota-…non si tratta solo di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, bisogna proteggere l’occupazione e la capacità produttiva…i livelli di debito pubblico saranno aumentati, ma l’alternativa ad una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico…lo shock non è ciclico e il costo dell’esitazione può essere irreversibile. La velocità del deterioramento dei bilanci privati deve essere soddisfatta dalla stessa velocità nello schierare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che evidentemente è una causa comune”.

L’Europa è equipaggiata per tutto ciò e, a questo punto, dopo l’esortazione di Draghi, c’è da sperare che i Governi Nazionali del Nord e dell’Est Europa capiscano l’importanza eccezionale del momento. Sarebbe anche un deciso impulso verso l’unità politica di un’Europa federale. Alcuni Governi Nazionali non capiscono che la globalizzazione che abbiamo conosciuto “malata” è finita per sempre. Ci sarà un accorciamento delle filiere all’interno dei singoli Paesi e noi abbiamo il vantaggio (come Usa e Cina) di avere un grande mercato interno europeo col quale difenderci e prosperare (e cambiare) in attesa di una nuova globalizzazione che prima o poi verrà, seppure su basi nuove di economia circolare e di tutela della Natura. Nessuno Paese invece si potrà salvare da solo. In tempi eccezionali ci vogliono decisioni eccezionali e anche audacia. Se non ora quando?

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