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Novembre-Dicembre del ‘43

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Situazione socio-economica e politica di coesione in Emilia-Romagna

Premessa In occasione dell’ultima riunione del Comitato di Sorveglianza del POR FESR dell’Emilia-Romagna, svoltosi all’inizio dell’estate, è stato presentato lo stato di attuazione di tale Programma per l’anno 2018, con cui si sta realizzando in questa regione la politica di coesione economica, sociale e territoriale dell’UE per il settennio 2014-2020 ormai in fase di conclusione. In sede introduttiva, l’Assessore regionale alle attività produttive (nonché a piano energetico, economia verde e ricostruzione post-sisma) ha sottolineato come l’avanzamento fisico e finanziario del POR-FESR appaia assolutamente positivo in termini sia di programmazione che di attuazione delle linee di intervento. Infatti, oltre il 90% delle risorse disponibili è stato già destinato ai circa 3.000 progetti presentati da imprese ed enti pubblici, generando un investimento complessivo di circa 813 milioni di euro. L’Assessore ha evidenziato con grande soddisfazione come in termini di certificazione di spesa siano stati raggiunti i target previsti non solo per la fine del 2018, ma anche quelli relativi al 2019, cioè di fatto con un anno di anticipo rispetto ai tempi inizialmente previsti. Dal canto suo, il Direttore generale delle Attività produttive, Commercio e Turismo della Regione Emilia-Romagna ha presentato lo stato di attuazione del POR-FESR risultante al giugno 2019, i cui dati evidenziano uno stanziamento pari a 480 milioni di euro, contando anche su una quota di overbooking attivata con risorse regionali, tanto che la quasi totalità delle risorse disponibili sono già state attribuite alle diverse azioni individuate in sede di programmazione iniziale. Il costo totale dei progetti risulta pari a 749 milioni di euro, per i quali sono stati impegnati 354 milioni. Di questi impegni, a loro volta, sono stati pagati 184 milioni, mentre la certificazione di spesa alla Commissione europea mostra un avanzamento complessivo particolarmente significativo. Per quanto riguarda l’avanzamento dei singoli assi in cui si articola il POR, lo stesso Direttore generale ha dato conto dei risultati ottenuti in termini di risorse stanziate, contributi concessi e operazioni approvate, evidenziandone l’ottima performance. Anche il Rappresentante della Commissione europea in seno al Comitato ha sottolineato la solidità della relazione annuale di attuazione, i cui dati alla fine del 2018 evidenziano come il notevole lavoro svolto dagli Uffici della Giunta abbia portato la Regione Emilia-Romagna al primo posto tra le Regioni italiane in termini di tasso di selezione di progetti e di spesa dichiarata ai beneficiari. Per quanto riguarda invece lo stato di attuazione del programma è stato espresso un giudizio molto soddisfacente, sottolineando l’ottimo lavoro svolto sia dall’Amministrazione regionale che dall’Autorità di gestione. Alla luce di ciò si potrebbe affermare che la conduzione della politica di coesione nella nostra Regione abbia portato ad una sua esecuzione del tutto ottimale e che, pertanto, il periodo di programmazione 2014-2020 si possa puntualmente concludere, entro la scadenza prevista, senza imbattersi nelle difficoltà sofferte da buona parte delle altre Amministrazioni regionali, le quali – in base ai risultati ufficiali diffusi all’inizio d’anno dall’Agenzia per la Coesione Territoriale – appaiono invece procedere molto più stentatamente, tanto che alcune di esse non sono riuscite ad assumere in tempo utile tutti gli impegni previsti dai rispettivi Programmi. Pertanto, tutto bene? Ci si può ritenere pienamente soddisfatti? A queste domande si pensa di poter rispondere in modo positivo se ci si limita a considerare gli aspetti strettamente finanziari dell’attuazione della politica di coesione europea, senza considerare i suoi risvolti sul piano reale, cioè quelli socio-economici che si manifestano concretamente e dei quali ci si può occupare se si considerano altre fonti ufficiali di documentazione statistica. Se si prendono in esame i dati socio-economici, infatti, tende ad apparire una situazione che stride notevolmente con il compiacimento espresso dagli esponenti regionali e comunitari. Pertanto, in questa sede si ritiene opportuno esporre e commentare brevemente i dati relativi ai principali indicatori mediante i quali è possibile presentare in termini estremamente sintetici l’effettiva situazione socio-economica rilevabile in ambito locale, consapevoli del fatto che il tema qui affrontato è così ampio ed impegnativo che richiederebbe un’indagine molto più approfondita. La situazione socio-demografica dell’Emilia-Romagna In base ai dati diffusi dalla Camera di Commercio di Ferrara in occasione dell’ultima riunione del suo Osservatorio dell’Economia, l’andamento della popolazione residente in Emilia-Romagna fatto registrare nella parte del nuovo secolo finora trascorsa appare quello tipico di una regione “matura”. Infatti, dopo una fase di crescita certamente non trascurabile e dopo il consueto scompenso statistico prodotto dalla rilevazione censuaria effettuata nel 2011, negli anni più recenti il totale della popolazione si mantiene stabile intorno ai 4,4 milioni di abitanti (Grafico 1). Come ci si può facilmente immaginare, però, questo dato aggregato non risulta uniforme se lo si scompone dal punto di vista territoriale. Prendendo in considerazione due sole province a titolo meramente esemplificativo – ma certamente in modo assolutamente non casuale anche perché esse sono tra loro confinanti – ci si può facilmente accorgere che in provincia di Bologna l’ammontare della popolazione risulta crescente pressoché costantemente (Grafico 2), mentre invece quello della provincia di Ferrara a partire dal 2010 ha drasticamente invertito il suo trend precedente, tornando di fatto ai livelli fatti registrare all’inizio del nuovo millennio (Grafico 3). Senza entrare nel merito della ricerca dei motivi di tale netta contrapposizione, per non dover condurre in questa sede un’analisi mediante la quale poterli individuare, qui ci si limita a sottolineare come all’interno dell’Emilia-Romagna ci siano situazioni nettamente contrapposte per una variabile sociale molto significativa e rilevante com’è quella della popolazione residente, tanto da far risultare il valore regionale inizialmente illustrato di fatto privo di qualsiasi valore. Altre due variabili sociali strettamente connesse a quella della popolazione e certamente molto importanti anche nell’attuale fase temporale sono quelle, attinenti al mercato del lavoro, dell’occupazione e della disoccupazione (Grafico 4). Sebbene in questo caso si consideri un periodo temporale più breve (ma comunque pressoché coincidente con il settennio di programmazione della politica di coesione) e ci si limiti ad effettuare un confronto tra il valore medio regionale e quello della sola provincia di Ferrara, si ottiene una conferma della preoccupazione fatta sorgere dall’andamento della popolazione. Infatti, a livello regionale - dopo il 2013 in cui sì è constatata l’ultima forte contrazione – l’occupazione ha evidenziato un andamento alterno, ma comunque positivo. Invece, in provincia di Ferrara l’andamento dell’occupazione – oltre a collocarsi su livelli più lineari – già negli ultimi due anni risulta di nuovo negativo. Ancora più preoccupanti sono il livello e l’andamento della disoccupazione in provincia di Ferrara: mentre in Emilia-Romagna il tasso di disoccupazione – oltre a risultare nettamente inferiore a quello nazionale – mostra un andamento lentamente declinante, nella parte più orientale della regione rimane su livelli decisamente più elevati, con uno scarto di circa il 50% rispetto al dato regionale (9,1% rispetto al 6% circa). Infine, si prende in considerazione il parametro che viene solitamente ritenuto uno degli indici più significativi circa il livello di sviluppo economico di un’area territoriale, cioè il valore aggiunto pro capite, per il quale – grazie alle stime effettuate dall’Istituto di ricerca G. Tagliacarne – si dispone dell’intera serie storica dall’inizio del nuovo secolo/millennio praticamente fino ad oggi. Ebbene, dal grafico 5 emerge chiaramente come: i)    in provincia di Ferrara tale indicatore, sebbene negli ultimi anni manifesti un andamento crescente, alla fine del periodo considerato assume valori ancora inferiori rispetto sia alla media nazionale, sia e ancor più nettamente rispetto a quella regionale; ii)  il valore pro capite del V.A. di Ferrara, inoltre, tende ad evidenziare uno scostamento – in negativo – rispetto al corrispondente valore regionale addirittura più accentuato rispetto a quello di 15 anni prima, sebbene in tutte le altre province sia presente anche una porzione di territorio appenninico e, perciò, morfologicamente svantaggiato rispetto alla provincia ferrarese, che è interamente pianeggiante. Più precisamente, il valore della variabile in esame manifesta una tendenza del tutto analoga a quella più generale evidenziata dalla regione cui tale realtà appartiene, ma dopo aver subìto un maggior arretramento in seguito alla grande recessione internazionale (mentre il sisma del 2012 non sembra aver influito in misura particolarmente rilevante). Anche questi aspetti, sia per la loro rilevanza sia per le loro possibili implicazioni di politica economica, andrebbero esaminati in modo molto più approfondito, soprattutto al fine di coglierne i fattori causali, i quali presumibilmente risiedono in buona parte all’interno dello stesso territorio provinciale, ma anche in qualche misura al suo esterno, vale a dire nel resto del mondo e della regione, la quale d’altro canto – non va assolutamente dimenticato – è una delle più sviluppate e dinamiche dell’intera Unione europea. Purtroppo, in questo breve contributo non è possibile condurre un’indagine esauriente in proposito, dovendo limitarci – soprattutto per motivi di spazio – a segnalare le condizioni socio-economiche in cui vive ed opera la collettività ferrarese, in quanto esse non appaiono del tutto soddisfacenti, soprattutto nel confronto con le condizioni presenti nelle altre realtà territoriali della stessa regione, a partire da quelle più vicine alla provincia di Ferrara. La consistenza della politica di coesione in Emilia-Romagna Sulla poco confortante situazione socio-economica appena delineata dovrebbe, almeno in qualche misura, intervenire la politica di coesione co-finanziata dall’Unione europea, in modo da consentire il conseguimento di uno sviluppo equilibrato e bilanciato all’interno delle varie regioni ed aree urbane europee, evitando il permanere di porzioni del territorio in condizioni di arretratezza socio-economica, così come prevede tuttora il Trattato dell’UE. Poiché, però, nella relazione sullo stato di attuazione del POR FESR dell’Emilia-Romagna a fine 2018 non compaiono in modo sistematico informazioni a livello territoriale, per disporre di informazioni sulle erogazioni effettuate nell’ambito della politica di coesione a livello sub-regionale occorre avvalersi di un’altra fonte di informazione statistica, che però è altrettanto ufficiale e affidabile. Si tratta del sito https://opencoesione.gov.it/it/, che è l'iniziativa di open government sulle politiche di coesione in Italia che considera entrambi i principali Fondi strutturali, cioè il FESR e il FSE. Su questo portale sono desumibili dati circa le risorse programmate e spese, distinte per ambiti tematici, la loro localizzazione, i soggetti programmatori e attuatori, i tempi di realizzazione, nonché i pagamenti effettuati per i singoli progetti. Tutti i cittadini interessati possono così valutare come le risorse vengono utilizzate rispetto ai bisogni dei propri territori. Pertanto, confrontando le due province confinanti di Bologna e Ferrara, emerge con immediatezza il divario tra l’ammontare delle risorse finora destinate nel periodo 2014-2020 alla prima rispetto a quelle destinate alla seconda: ben il 40% in più (Grafico 6). Ciò significa che c’è stata una maggiore concentrazione dei pagamenti effettuati nell’area del capoluogo regionale che nell’area periferica, quando le situazioni socio-economiche presenti nelle due aree – come si è verificato nel precedente paragrafo – sono tra loro esattamente opposte. Non solo. Proprio in seguito all’opposto andamento demografico che risulta tra le due province, il valore pro capite delle risorse finanziarie attribuite alla provincia di Ferrara nell’ambito della politica di coesione durante l’attuale periodo di programmazione risulta in un certo senso «sovra-stimato» rispetto a quello ottenuto per la provincia di Bologna. Infatti, nella prima provincia il dato demografico posto al denominatore del valore pro capite è andato diminuendo negli ultimi anni, accentuando così il risultato del rapporto; invece, in provincia di Bologna – compresa la sua area montagnosa – è successo esattamente il contrario col risultato di ridurne il valore pro capite. Di conseguenza, se si ipotizzasse un andamento demografico uniforme per le due province, cioè se per entrambe – ad esempio – si registrasse una situazione di stazionarietà demografica come in effetti emerge a livello di intera regione, allora il divario tra i valori pro capite risulterebbe ancora più elevato rispetto al valore del 40% qui ottenuto con riferimento alla popolazione, che può essere considerata uno dei più rilevanti indicatori del fabbisogno di spesa per investimenti. A ben vedere, però, se si considerassero i valori pro capite di tutte le province dell’Emilia-Romagna si potrebbe constatare che quelle non menzionate (da Piacenza a Rimini) hanno finora beneficiato di importi di spesa nettamente minori, per cui la provincia di Ferrara non è da considerarsi come l’unica penalizzata rispetto a quella del capoluogo regionale, dove sono già presenti strutture, pubbliche e private, di notevole rilievo a livello sia nazionale che internazionale.  In ogni caso è evidente che l’attuale politica di coesione, la quale in base alle dichiarazioni dei responsabili regionali sarebbe caratterizzata da una «equa» distribuzione delle risorse, tra cui anche quelle destinate alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica (Asse 1 del POR), invece di favorire il riequilibrio intra-regionale che è il fondamentale obiettivo originario della politica europea in oggetto, grazie alla concentrazione degli investimenti co-finanziati sta incrementando la forza attrattiva del capoluogo regionale, presumibilmente al fine di sostenere la sua competizione rispetto alle altre metropoli europee. Ciò, però, avviene a scapito delle aree contermini, tra cui quella di Ferrara, dando luogo ad un processo di sviluppo regionale riconducibile al modello teorico della causazione circolare cumulativa elaborato nel secolo scorso da G. Myrdal; cioè un processo di sviluppo che tende a sottrarre risorse (non solo finanziarie, ma anche umane e tecniche) all’hinterland della regione per concentrarle nell’heartland della stessa, con la conseguenza che, in tal modo, l’iniziale divario in termini di livello di sviluppo socio-economico finisce per accentuarsi, senza neppure mostrare una qualche prospettiva di inversione del processo, magari nel lungo periodo. Si potrebbe addirittura presumere che, continuando a procedere in questo modo, si finisca per modificare l’attuale struttura urbanistico-territoriale dell’Emilia-Romagna, passando da una regione tendenzialmente policentrica (come il Veneto), in cui i vari centri urbani e produttivi svolgono un ruolo di complementarietà verso un obiettivo di sviluppo sostanzialmente condiviso, ad una monocentrica (come il Piemonte e la Lombardia), dove il rispettivo capoluogo regionale prevale nettamente sui centri minori, ai quali viene di fatto attribuito un ruolo solo marginale.   Si presume che l’Amministrazione regionale dell’Emilia-Romagna sia consapevole di tutto ciò, così come sia pienamente informata circa i condizionamenti che la sua attività di programmazione avrà dovuto subire nella iniziale interlocuzione a suo tempo avvenuta a livello sia europeo che nazionale; invece, molto presumibilmente non lo sono i cittadini e tutte le altre forze sociali e produttive che li rappresentano nelle varie sedi istituzionali (dalle Amministrazioni locali alle organizzazioni datoriali e sindacali). Pertanto, sarebbe molto importante cercare di approfondire i temi qui solo accennati, soprattutto nell’attuale fase temporale in cui si sta già discutendo anche in ambito regionale del modo in cui impostare la politica di coesione per il prossimo periodo di programmazione 2021-2027. <Allegato grafico dalle fonti citate> Per approfondimenti si veda Aurelio Bruzzo, Situazione socio-economica e politica di coesione in Emilia-Romagna a fine 2018, pubblicato in: Quaderni del Dipartimento DEM - Unife

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Parlano anche ferrarese le nuove norme europee sui servizi funerari

Parlano anche ferrarese le nuove norme tecniche europee relative ai servizi funerari. Lo ha comunicato il sito del settore funerario italiano che è gestito da Euro.Act, società di consulenza specialistica che si occupa del comparto a livello nazionale e che ha sede proprio a Ferrara. A fine giugno è stato infatti approvato dall’organismo europeo competente, il CEN, l’aggiornamento dello standard UNI-EN15017 col voto favorevole di dodici nazioni, diciannove astenuti ed un solo voto contrario, quello della Finlandia. Le nuove norme saranno disponibili a fine anno nelle principali lingue e saranno operative a partire dal 2020. Ci sono esperti italiani, e anche ferraresi, che hanno seguito i lavori di aggiornamento per conto di UNI, l’Ente Nazionale di Normazione, in un gruppo di lavoro che è stato creato nel 2016 nell’ambito della Commissione servizi. In pratica, UNI stabilisce per ogni settore come fare bene le cose, cioè le norme tecniche che garantiscano sicurezza, rispetto per l’ambiente e per le persone, e certezza sulle prestazioni effettuate. In poche parole, qualità del servizio, ambiente e sicurezza: la norma ISO è valida a livello internazionale, la norma EN è uno standard europeo a cui hanno collaborato i diversi Enti nazionali di normazione, recepito per l'Italia dall'UNI e che è volontario; diventa norma cogente laddove una norma di legge ne preveda l'obbligatorietà. L’Ente si occupa di una molteplicità di comportamenti e di progetti, in tutti settori; un altro esempio sono i piani di adattamento delle aziende ai cambiamenti climatici: ISO 14090 è infatti la prima di una serie di nuove norme che saranno finalizzate ad individuare lo standard generale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. E sta per partire anche la commissione tecnica “economia circolare”. L'attività di normazione a livello nazionale comprende 1.100 organi tecnici che coinvolgono oltre seimila esperti italiani che rappresentano coloro che utilizzeranno le norme o ne saranno i beneficiari nei diversi settori, dalla tutela delle eccellenze del Made in Italy al rispetto per l'ambiente, dalla salute e sicurezza sul lavoro alle grandi opere infrastrutturali, dall'edilizia sostenibile all'efficientamento energetico, al settore dei servizi nelle sue diverse articolazioni fra cui, appunto, i servizi funerari. (l’immagine della Certosa di Ferrara è tratta da: www.funerali.org)

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Brevi note alla lezione del Prof. Michele Ballerin al Liceo Ariosto di Ferrara

Il Prof. Michele Ballerin il giorno 9 maggio 2019, giorno della festa dell’Europa, ha concluso la serie di incontri organizzati dal Movimento Federalista Europeo di Ferrara per gli studenti del Liceo “G. Carducci” e il Liceo classico statale “L. Ariosto” di Ferrara. Presso la sede di quest'ultimo, partendo da considerazioni sul sovranismo, il prof. Ballerin ha preso in considerazione in particolare due dei grandi temi che interessano l'Europa, affermando che solo in parte essi sono conseguenze della globalizzazione. In particolare, il fenomeno migratorio, guerre e persecuzioni a parte, rimane diretta conseguenza dell'aumento demografico ed è presumibile che in futuro aumenterà anche in ragione di cambiamenti climatici previsti come sempre più destabilizzanti per le aree abitative maggiormente colpite dai fenomeni della desertificazione e della crescita del livello delle acque marine. Già la sola densità della popolazione mondiale prevista in crescita, fa capire che questioni di dimensioni tali da superare i confini di ogni nazione non possano essere affrontate che da azioni collettive, portate avanti da più paesi, superando l’illusoria convinzione che vorrebbe ogni singolo paese capace con le sole sue proprie forze, di dare soluzioni efficaci ai problemi sovranazionali o addirittura mondiali. Capire che occorra dotarsi degli strumenti giusti e quindi agire per acquisirli dovrebbe essere l'occupazione prioritaria in cui i Paesi membri dell'Unione dovrebbero impegnarsi, per dar vita ad un vero governo europeo che ora l’Europa non ha. Il compito di affrontare i problemi comuni, attualmente, è affidato al Consiglio europeo che è formato dai capi di governo e di stato e che decide all'unanimità, il che significa che decisioni che dovrebbero essere rapide e incisive spesso vengono eluse o ritardate al punto d'essere totalmente insignificanti. Parliamo di una struttura formata da politici, che rispondono ad interessi nazionali e non comunitari, e perciò in realtà non propriamente democratica, in quanto non chiamata a dar conto dei propri atti di fronte al Parlamento europeo (organismo comunitario realmente democratico) al quale, tra l'altro, spettano sì competenze legislative europee ma non tutte quelle che competono ad uno Stato. Le competenze economico-fiscali e quelle di politica estera ne rimangono escluse. Quali potrebbero essere le condizioni per un cambiamento di struttura istituzionale europea? È utopico pensare che avvenga un cambiamento istituzionale in tal senso? La storia ha insegnato che spesso ciò che appare un'utopia diventa improvvisamente realtà di fronte a necessità impellenti. Prima della rivoluzione francese nessuno avrebbe pensato che la nobiltà perdesse il potere a favore della borghesia e della democrazia. Così, per molta parte della prima metà del secolo scorso, nessuno avrebbe pensato che un giorno Francia e Germania avrebbero convenuto di mettere insieme le materie prime per la fabbricazione degli strumenti bellici, o che la Germania avrebbe potuto rinunciare alla sua potentissima moneta nazionale in favore di quella comunitaria. Ballerin poi ha affrontato il tema dell’occupazione. Riguardo questo tema, che interessa in maniera particolare le giovani generazioni, ha invitato a non collegare la mancanza di lavoro alla presenza di migranti nel nostro paese, sostenendo che ha piuttosto a che fare con il fenomeno della globalizzazione, portatrice di vantaggi per le popolazioni dei Paesi più svantaggiati ma, in Occidente, anche di indubbi svantaggi. Ha accennato alle enormi differenze di costo per esempio tra i prodotti italiani e quelli di paesi “in via di sviluppo” (non soltanto asiatici), dove gran parte dell’imprenditoria occidentale ha spostato la parte manifatturiera, per i bassissimi costi di produzione. Dando un accenno alle differenze esistenti tra le fiscalità a carico delle imprese, si è soffermato in particolare sul dumping salariale esistente tra le paghe e contribuzioni dei lavoratori di quei Paesi, dove i diritti sindacali così come le norme di sicurezza sul posto di lavoro sono pochi se non completamente inesistenti, e quelle dei nostri lavoratori. Ha richiamato anche l'attenzione sullo sviluppo della tecnologia e l'avanzamento della robotizzazione. Un fattore di progresso, ma anche una potenziale causa d’aumento della disoccupazione. È evidente come occorra al più presto trovare una soluzione assistenziale in grado di supportare la manodopera meno specializzata messa in disoccupazione. Nell'immediato, si potrebbe ricorrere alla misura di una redistribuzione di reddito, ottenuta attraverso un’apposita imposizione fiscale a carico delle imprese multinazionali, ora troppo poco tassate rispetto agli standard fiscali cui sono sottoposti i cittadini privati e le imprese nazionali. Il ricorso a tale innovativa misura fiscale sarebbe giustificato dalla crescita enorme di profitto ottenuto con la sostituzione di forza lavoro umana con forza lavoro robotica. Occorrerebbe però anche predisporre un poderoso piano di riqualificazione professionale, tale da permettere a chi ha perso il vecchio lavoro di acquisire le nuove competenze richieste dalle nuove produzioni. Pensare che ogni singolo Paese possa agire efficacemente per recuperare le risorse adatte ad affrontare riforme nella formazione professionale e nella riqualificazione da solo, confrontandosi con i giganti dell'economia mondiale quali sono le multinazionali è completamente illusorio, così come lo è pensare che gli stessi Paesi aderenti all’Unione, allo stato istituzionale attuale, vogliano spontaneamente armonizzare la tassazione a carico delle imprese. Anche queste quindi si presentano come questioni enormi che possono essere seriamente affrontate solamente in modo comunitario, da una forza federale e quindi politicamente unita.

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Brevi note alla conferenza di Andrea Gandini sulla Buona Economia Europea

Nel pomeriggio del 9 maggio, presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara si è svolto l'ultimo incontro del ciclo dedicato a “La Buona Economia Europea” organizzato dalla sezione MFE di Ferrara e coordinato dal Prof. Francesco Badia. Ha condotto il seminario il dott. Andrea Gandini che oltre a trattare dell'argomento relativo al “Mercato Comune Europeo” ha parlato anche del “sovranismo" e delle proposte per riformare l’Europa. “Il mercato unico” La partecipazione ad un mercato unico più grande, senza barriere tariffarie ed amministrative, caratterizzato da migliori standard di qualità ed ambientali, ha sempre favorito la crescita dei singoli Paesi. Ciò è avvenuto negli Usa ma anche in Europa dove, proprio la creazione nel 1957, del primo mercato unico del carbone e dell’acciaio ha dato un’enorme impulso alla eccezionale crescita avutasi nei singoli Paesi Europei nei primi 30 anni del secondo dopoguerra. Crescita che si è coniugata con maggiore eguaglianza e creazione del welfare e tutele sociali ancora oggi sconosciute fuori Europa. Con la creazione del Mercato Unico e l’euro dal 2001 è stato ancor più rafforzata la crescita economica e la difesa dei risparmiatori. Ma ovunque è cresciuta anche l’occupazione, il Pil e il numero delle imprese (in Europa circa 10milioni). Quando si forma un mercato più grande la maggioranza delle imprese è favorita, ma si espongono le più deboli al rischio di concorrenti esterni più attrezzati. In generale però il saldo è positivo com’è avvenuto ovunque, usando, peraltro, tutele per i più deboli e proteggendo alcune produzioni (agricoltura,…). Le esperienze mostrano che un sistema federale (Usa, Svizzera, Germania) favorisce sviluppo, autonomie e libertà. Nel mondo globalizzato di oggi è anacronistico ritornare alle monete nazionali. A parte i vantaggi prodotti dall’euro (l’Italia ha risparmiato in 18 anni 800 miliardi di minori oneri sul debito, milioni di cittadini si sono comprati casa con basse rate di mutuo, sconfitta l’inflazione,…), sono proprio le nuove sfide mondiali (clima, immigrazione, sicurezza, trattati internazionali, controllo dei capitali) che spiegano come uno “Stato” a scala Europea sia molto più efficace del potere d un piccolo Stato. Solo la voce (e il potere d’acquisto) di 500 milioni di cittadini può contrastare il Capitale (nella versione liberista), se si vogliono tutelare meglio i lavoratori, i poveri, difendere la gratuità di scuola, università, sanità, le pensioni, far pagare le imposte ai ricchi, ai giganti del web e multinazionali. Il ritorno alle Nazioni (e alle singole monete) significherebbe indebolire il Lavoro a vantaggio del Capitale e diventare succubi del capitalismo liberista. Con l'Unione doganale del 1957, l'abolizione delle barriere tariffarie in Europa, con l'introduzione dell'euro in un mercato interno di 500 milioni di consumatori, le economie dei Paesi europei hanno beneficiato di una maggiore crescita di quella che avrebbero avuto senza Mercato Interno (anche per via della pace). L’incremento pro-capite aggiuntivo del Pil pro-capite è stimato nel 12%. Ma se consideriamo anche l’occupazione si nota che ben 12 paesi su 28 hanno avuto una crescita dell’occupazione dal 2001 al 2018 maggiore anche di quella (pure eccezionale) degli Usa. Prima di tutti Lussemburgo e Irlanda (anche per il regime fiscale agevolato per le imprese), seguiti da Spagna, Belgio, Olanda, Ungheria, Regno Unito, Germania ecc. L'Italia non ha beneficiato in misura altrettanto significativa del Mercato Unico Europeo, ma lo deve solo a propri limiti: non ha infatti specializzato le proprie migliori produzioni (là dove avevamo dei punti di forza), come hanno invece fatto quasi tutti gli altri Paesi, cogliendo le maggiori opportunità offerte dall'avvento dell'euro; né ha saputo sfruttare a pieno i fondi strutturali messi a disposizione dall’Europa nelle aree più deboli. Come l’Italia, anche la Grecia non ha sfruttato al massimo le opportunità dell’Europa. Ma le cause di questi errori sono interne ai singoli Paesi, alle Istituzioni e a Politiche basate, più che sul perseguimento del Bene comune, sul consenso elettorale a breve termine. Pur tuttavia, nell'insieme del mercato unico, e proprio perché all'interno di un contesto di mercato forte, indirettamente anche l'Italia ne ha tratto beneficio. Oggi infatti conta circa un milione di occupati in più del 2001 e può beneficiare nel solo mercato unico europeo di circa 44 miliardi all’anno in più di merci esportate dalle proprie imprese che controbilanciano i circa 3,4 miliardi di maggiori oneri che paghiamo come Paese all’Europa. Del resto in passato quando eravamo più poveri abbiamo noi beneficiato di saldi netti, come si conviene in un condominio dove vige una regola di “fratellanza” verso i più deboli (oggi i Paesi dell’Est). L’Europa ha oggi competenze sulle politiche monetarie (euro) e l’agricoltura, erasmus e fondi di coesione. Poche materie con un bilancio misero dell’1% del Pil (in Usa lo Stato federale gestisce il 30% del Pil). Ma là dove l’Europa è intervenuta (euro, libero scambio, circolazione di merci e persone) i vantaggi sono stati notevoli. Per tutte le altre materie oggi c’è solo l’Europa delle Nazioni, che ha prodotto ciò che non funziona. Ma, paradossalmente, è proprio questa Europa che non conta e non funziona che i sovranisti-nazionalisti vogliono. Proprio la crisi del 2008 ha mostrato che abbiamo bisogno non di un’Europa delle Nazioni ma di un’Europa Politica. Se l’Europa non aveva potere di intervenire come hanno fatto gli Usa è perché era ancora in mano alle singole Nazioni. Solo infatti dopo 5 anni dalla crisi (nel 2014) la UE si è dotata di strumenti di difesa idonei rispetto agli attacchi finanziari speculativi e rimane da completare l'unione bancaria, non c'è ancora piena applicazione della direttiva Bolkestein (libera circolazione dei servizi). Manca la riforma per il mercato dei capitali. Ma soprattutto, anche se ora l'Europa appare in uno stato di maggiore sicurezza economica e del terrorismo, mancano i passi in avanti verso un’Europa del welfare, di maggiori tutele sociali che solo l'integrazione politico-economica-fiscale può garantire. A questo proposito Gandini ricorda l'economista Martin Wolf, secondo il quale è la qualità delle istituzioni la causa primaria che determina sviluppo ed eguaglianza. Solo con “più Europa” si potranno affrontare i prossimi problemi su scala mondiale: cambiamento climatico, sicurezza, immigrazione, trattati con Cina e Usa, lotta ai giganti del web e ai paradisi fiscali, armonizzazione fiscale. Ma così è anche per le politiche di protezione dei cittadini europei garantendo tutele minime (su povertà, disoccupazione, pensioni, salute e scuola a scala europea) su cui poi le singole Nazioni potranno arricchire i Diritti in base alle loro Risorse. Chi pensa di distribuire più Diritti senza avere Risorse è un populista che porta il proprio Paese al disastro e al debito. Infine non dimentichiamo che il modello di sviluppo Europeo è l’unico al mondo che garantisce insieme sviluppo, libertà democratiche, scuola e sanità gratuite, tutele sindacali, indipendenza di stampa e magistratura e rispetto dei diritti umani. La questione del sovranismo-nazionalismo Il sovranismo è cresciuto dopo la crisi 2008. Aumento della disuguaglianza, crescita di povertà e disoccupazione hanno generato paura. Chi cavalca la paura ha oggi il vento in poppa, ma le vere risposte per avere più lavoro e prosperità possono venire non dal ritorno al passato ma da una nuova Unione Europea con reale capacità politica. I programmi di austerità fino al 2014 erano ispirati dai Governi di centro-destra che controllavano la Commissione Europea ed è il Consiglio (formato dai 27 Governi) che prende le reali decisioni. Se sul fisco non si cambia è perché ci vuole l’unanimità. Tutto ciò ha favorito l'insorgere di forze politiche che fanno del richiamo alla difesa dei poteri e dei valori nazionali il loro slogan: un paradosso perché è stata proprio l’Europa delle Nazioni (inefficiente e incapace) a creare molti dei problemi sociali nel dopo crisi 2008. I cosiddetti “sovranisti”, sfruttano oggi lo scontento della popolazione più impoverita ed arrabbiata. Dobbiamo però rammentare che dal 2014 in poi è cambiata la Commissione Europea (anche per una presenza maggiore dei partiti laburisti) e sono così cambiate (in parte) le politiche europee con gradi maggiori di flessibilità a quei Paesi (come l’Italia) che la chiedevano. Per esempio l’Italia ha potuto aumentare il proprio debito pubblico di circa 50 miliardi all’anno…ma oggi trovandosi con 250 miliardi di debito in più non possiamo certo dire di stare meglio, anzi (paghiamo 64 miliardi di oneri annui sul debito nel 2018 che diventeranno 70 nel 2019; per memoria il budget dell’intera Scuola-Università è 64 miliardi). L'assenza di un punto di riferimento statuale sovranazionale in grado di dare sicurezza e speranza a quelle parti delle popolazioni più penalizzate, e per contro la presenza di incombenti autorità, percepite come "straniere" e non democratiche e pertanto lontane dalle necessità delle realtà locali, “armano” i sovranisti che puntano la loro leva antieuropea su tematiche particolarmente sensibili come la paura del nuovo e dell’immigrazione, contando soprattutto sulla reazione emotiva della gente. Così, l'aspetto dell'elemento identitario nazionale sembra avere il sopravvento persino rispetto all'importanza delle questioni economiche. I punti principali sui quali i sovranisti presentano la loro strategia sono: - la difesa della sicurezza dello Stato nazionale e della cultura cristiana; - un modello di famiglia tradizionale, cancellando i diritti conquistati ultimamente da nuclei familiari "diversi"; - maggiore protezione per i settori deboli dell'economia messi già in crisi o minacciati dal mercato globale, ed in particolare difesa dell'agricoltura e dei suoi derivati che costituiscono le tipicità locali (su questo tema non si differenziano peraltro da altre forze politiche non-sovraniste); - limiti alla giurisdizione europea a favore di quella nazionale; - lotta totale all'immigrazione. Si tratta di una enfatizzazione di aspetti che hanno una larga “presa” sull’elettorato, ma su cui (se ci fosse un confronto serio e civile) ci sarebbero spazi di convergenza. Nessuno infatti mette in discussione le radici cristiane dell’Europa, ma non si può pensare per questo di evitare di avere tra chi immigra legalmente una piccola quota di musulmani (attualmente il 4%). Si può (e si deve) difendere la famiglia tradizionale, ma non si possono negare altre forme di convivenza. Si deve evitare l’immigrazione illegale ma allora si deve organizzare una immigrazione legale, in ragione del declino demografico europeo. Il fabbisogno di immigrati, in Europa, viene calcolato in 2-3 milioni l’anno per i prossimi 20 anni. Quasi tutti ne hanno bisogno, anche Polonia e Ungheria. Per esempio Orban in Ungheria, bloccando l'immigrazione, ha dovuto ordinare un aumento delle ore di lavoro straordinario, suscitando naturalmente forti proteste tra i lavoratori ungheresi. In prospettiva una chiusura totale all’immigrazione porterà solo declino nei singoli Paesi. Si tenga presente che oggi le politiche di Immigrazione sono gestite non dall’Europa ma dalle singole Nazioni. I sovranisti affermano di lottare per l'Europa delle Nazioni che, come sappiamo perché siamo già in una situazione europea di stampo “nazionale/confederale”, non può intervenire in politica estera, di difesa, di armonizzazione fiscale tra le imprese, sull’immigrazione, nelle trattive internazionali su clima, dazi,… Senza Europa tutte le sue singole Nazioni sarebbero più deboli come hanno capito gli stessi inglesi e, ora, gran parte degli stessi “sovranisti” che non vogliono più uscire dall’Europa. Uscire significa alimentare nuovi conflitti e non contare più nulla nel mondo. Paradossalmente sono proprio Kurz e Orban che vogliono un esercito europeo, la Polonia invece vuole la Nato e gli Usa in funzione anti Russia. L’Europa delle “Nazioni” è, in sostanza un caos e un groviglio di contraddizioni e non potrà certo fare passi avanti nelle tutele del welfare degli Europei se si pensa che Kurz ha tagliato del 50% i sussidi ai figli dei lavoratori ungheresi che vivono in patria. Così i Paesi di Visegrad non vogliono accogliere la loro quota di rifugiati quando dovessero essere accolti dai Paesi di frontiera come Italia, Grecia e Spagna. L’Europa attuale (e delle Nazioni) sarebbe il caos…forse quello che desiderano Russia, Cina e Usa. Di certo gli interessi dei singoli “ducetti” nazionali non corrispondono con quello dei propri cittadini e lavoratori e il tempo (che è galantuomo) lo dimostrerà. Tutto ciò chiama in causa la grande questione del Welfare che ha contraddistinto il nostro continente dal suo nascere, come unione di Stati improntata ai valori ed ai diritti della persona e all'individualizzazione, contrariamente a quanto presentato dai modelli americano e cinese. Un Welfare nell'Unione ultimamente oscurato dall'attenzione sull'economia finanziaria e sulla difesa dell'euro, mentre si è fatta largo la convinzione che la caduta del benessere in Occidente sia frutto della globalizzazione, anziché di un liberismo con poche regole, proprio poco contrastato dall’Europa attuale (delle Nazioni). In tutta questa questione, la tradizionale contrapposizione sinistra/destra si connette a quella tra apertura/chiusura, federalismo/centralizzazione, più Europa/ritorno alle Nazioni e stabilisce i temi sui quali l'Unione Europea dovrà misurarsi per definire il suo futuro. L’Europa è, oggi, il modello di sviluppo civile migliore al mondo, una sua disgregazione porterebbe vantaggi al modello USA/Cina e potenziali conflitti (anche armati) tra i suoi stessi Paesi. L’Europa quindi non solo va difesa come Mercato Unico ma migliorata facendola diventare una vera Unione Europea Federale (quindi con ampie sfere di autonomia alle Nazioni) nell’interesse non solo dei suoi 500 milioni di abitanti ma come modello sociale per gli altri popoli. L’identità può essere “multipla”, non solo locale e nazionale ma anche europea di cui essere orgogliosi proprio per le conquiste non solo economiche ma sociali e di civiltà (diritti individuali e indipendenza di stampa e magistratura) conquistate in questi Paesi in 200 anni di lotte sociali e sindacali che devono semmai proseguire nei prossimi anni, dando una speranza a tutti gli altri popoli che vivono spesso non solo nella miseria ma nella non libertà e senza diritti umani al loro interno. 

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Brevi note alla conferenza di Casa Cini: “L’Europa che vogliamo”.

Venerdì 3 maggio si è tenuta a Casa Cini a Ferrara la conferenza sul tema “L’Europa che vogliamo”, promossa dalle associazioni locali che, a livello nazionale, fanno parte di Retinopera, rete di venti organizzazioni del mondo cattolico che si riconoscono nella Dottrina Sociale della Chiesa; fra queste, l’Azione Cattolica, le Acli, Agesci e Confcooperative. Nata nel 2002, la Rete di associazioni ha elaborato nel gennaio scorso un documento per promuovere lo sviluppo positivo degli ideali dell’Europa unita, che ha denominato appunto “I 6 PUNTI DELL’EUROPA CHE VOGLIAMO”. In estrema sintesi, la proposta di Retinopera prevede un’Europa che sia democratica e partecipativa, ma anche solidale e accogliente, che valorizzi il lavoro (valore umano del lavoro e lavoro per tutti), che promuova cultura, scienza e arte, che sia orientata ad uno sviluppo sostenibile e ad un’economia integrale per favorire l’uso responsabile delle risorse e, infine, un’Europa dell’associazionismo, della gratuità e del Terzo Settore. Fra i progetti di Retinopera è di particolare interesse l’ Osservatorio Bene Comune, che si propone di stabilire parametri di benessere che vadano al di là dei soli indici economici. La conferenza di Ferrara è stata moderata da Guglielmo Bernabei, dell’associazione Ferrara Bene Comune, che ha sottolineato l’esigenza che i Comuni abbiano voce in Europa, in quanto oggi abbiamo solo un Comitato delle Regioni che non è sufficiente per avvicinare i cittadini alle istituzioni europee, ed ha sottolineato la fondamentale importanza dei temi della sussidiarietà (che richiede livelli di governo il più possibile vicini ai cittadini) e della perequazione tra livelli territoriali, sociali, economici, affinché nessuno rimanga indietro. Il primo intervento, sul modello domande-risposte, è stato di Giorgio Anselmi, presidente nazionale del Movimento Federalista Europeo, il quale ha osservato come storicamente sia stata la guerra a cambiare l’ordine mondiale, in particolare quelle che alcuni studiosi di relazioni internazionali definiscono guerre costituenti (usando un tipo ideale, come direbbe Max Weber). Nella storia dell'Occidente tali guerre sono state due: quella dei Trent’anni, che ha dato origine al sistema che ancora oggi chiamiamo vestfaliano degli Stati sovrani ( Rex in regno suo est imperator); e quella seconda guerra dei trent'anni (in realtà 31) che va dal 1914 al 1945, con tutto quello che è compreso in tali date (Prima guerra mondiale, Rivoluzione bolscevica, vittoria del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, Seconda guerra mondiale). Questa seconda guerra costituente segna il passaggio dal sistema europeo degli Stati al sistema mondiale degli Stati, con la nascita del governo bipolare USA - URSS del mondo. Il progetto di unificazione europea, a partire dal Manifesto di Ventotene del 1941, si afferma proprio durante la Resistenza come alternativa radicale all'unificazione europea tentata dalla Germania "con la spada di Satana" (Luigi Einaudi). L’Europa è dunque nata come risposta alla crisi della civiltà europea. Il diritto senza la forza è impotente, osservava già Pascal, e la forza senza il diritto è tirannica. L’Unione europea è il tentativo di mettere insieme la forza e il diritto attraverso un modello, quello federale, che permette di conciliare l'unità, e quindi la pace, con il pluralismo, e quindi la libertà. Il principio cardine del federalismo è infatti la sussidiarietà, con la divisione dei poteri non solo su base funzionale (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma anche su base territoriale (livello federale e livello statale). Come ha scritto il filosofo Dario Antiseri, collegandosi alla grande tradizione liberale, chi ha tutti i mezzi determina tutti i fini, come avviene nei sistemi totalitari. La sovranità assoluta, che Hobbes metteva a fondamento dello Stato moderno, deve essere limitata da un potere superiore per ottenere la pace e per sottoporre al diritto e non alla forza anche i rapporti tra gli Stati, secondo la felice intuizione di Kant (Per la pace perpetua, 1795). Oggi si può dire che i federalisti europei sono i veri sovranisti, mentre i cosiddetti sovranisti, chiedendo che la sovranità resti ai singoli Stati, si rivelano alla fine servili sia nei confronti delle grandi potenze sia nei confronti del potere delle grandi società multinazionali, molte delle quali hanno bilanci più grandi di quelli dei singoli Stati. Le sfide che dobbiamo affrontare, sfide di natura economica, ambientale, demografica, ecc., sono infatti globali e non possono essere affrontate efficacemente dai singoli Stati. Per fare un esempio storico, l’Italia perse la prima grande globalizzazione, quella provocata dalle scoperte geografiche, perché era divisa in tanti piccoli staterelli, e infatti con la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 e la fine dell'indipendenza italiana siamo usciti dalla grande storia e siamo diventati periferia. Con l'unificazione nazionale del Risorgimento abbiamo potuto cogliere i frutti della seconda globalizzazione, generata dalla rivoluzione industriale. Oggi siamo alla terza globalizzazione, che solo entità di dimensione continentale possono governare. Senza unione politica l’Europa si ridurrebbe perciò ad una mera espressione geografica, come lo era l’Italia ante unificazione. Oggi, dopo la fine dell'equilibrio bipolare ed il fallimento del monopolarismo americano, siamo di fronte ad una terza guerra costituente, che Papa Francesco ha definito efficacemente "terza guerra mondiale a pezzi". L'alternativa è infatti tra un nuovo ordine mondiale fondato sulla collaborazione tra le grandi potenze ed un modello invece competitivo fondato sul nazionalismo, con rischi gravissimi per la stessa sopravvivenza dell'umanità. Saprà l'Europa completare la propria unificazione federale e contribuire così alla soluzione dei problemi mondiali? Basti pensare che oggi l’UE rappresenta il 7% della popolazione mondiale, produce circa il 20% del Pil e spende il 50% dell’intera spesa mondiale per il welfare: solo l’Unione europea è infatti riuscita a mettere insieme efficacia economica, libertà politica e solidarietà sociale. Nessun altro paese o area economica è riuscito a realizzare una simile quadratura del cerchio (Ralf Dahrendorf) e ciò grazie anche alle grandi correnti di pensiero del Cristianesimo e del Socialismo (e spesso, aggiungiamo noi, combinando in modo virtuoso il Cristianesimo sociale col Socialismo democratico). Ma, per renderci conto dei problemi che ci stanno di fronte, teniamo presente che gli europei sotto i 30 anni sono appena il 4 % a livello mondiale. Matteo Bracciali, responsabile Affari Internazionali delle Acli, si è soffermato sul diritto al lavoro, sancito dalla nostra Costituzione ma che vede oggi le merci correre più veloci del lavoro e i singoli Paesi ricattati dai grandi conglomerati economici. Anche per questo non è più sufficiente il solo racconto della Storia per giustificare l’unità europea: è necessario che il welfare state diventi welfare europeo, e questo non si potrà mai fare finché il bilancio dell’Unione resterà limitato all’1% del Pil dei suoi Paesi membri. Occorre invece sviluppare il pilastro sociale europeo, magari finanziandolo con misure come la Tobin Tax ed altre che possono essere veramente efficaci solo in una dimensione europea. Tra l’altro, l’evoluzione tecnologica, col recente sviluppo dell’Industria 4.0, richiede maggiori competenze ma anche maggiore protezione: il lavoro è necessario, perché sviluppa le relazioni sociali ed è alla base della libertà individuale, mentre l’ozio – supportato da sussidi – in realtà ci rende sudditi. L’Economia Circolare è un esempio fondamentale per il futuro e anche per creare lavoro buono. L’Unione Europea potrebbe prevedere, otre alle misure di sostegno già previste, anche fondi per finanziare il welfare aziendale delle Pmi (per un ambiente di lavoro dignitoso, per coniugare i tempi di vita e i tempi famiglia-lavoro), con risorse che potrebbero arrivare dalla tassazione delle grandi corporation. L’Unione Europea dovrebbe altresì incentivare il diritto alla formazione professionale continua, per tutta la vita, anche perché l’attuale rivoluzione digitale non sarà certo l’ultima rivoluzione tecnologica, anche nel breve periodo. Nicolò Pranzini, del Comitato Europeo organizzazione mondiale Scoutismo, ha evidenziato come siano i governi nazionali, in Europa, a decidere l’allocazione delle risorse e le priorità di spesa: non è vero che tutto quello che non va è colpa dell’UE, è vero invece che stiamo vivendo una crisi senza precedenti dei corpi intermedi che sono a fondamento della democrazia costituzionale e che sono anche quelli che impediscono la dittatura della maggioranza; l’attuale crisi democratica richiede la collaborazione fra le generazioni, i giovani non sono solo il futuro, sono anche il presente e talune scelte fatte, come quella di Brexit, rivelano quanto siano controproducenti certe decisioni per l’interesse collettivo, perché non danno nulla di più a chi le ha scelte e invece tolgono opportunità a tutti gli altri, e in particolare la possibilità di costruire una casa comune. Non ci rendiamo infatti conto a sufficienza dei vantaggi che l’Europa ci offre, primo fra tutti il diritto alla mobilità come mai si era avuto in passato; i Corpi europei di solidarietà sono poco noti, occorre educare al pensiero critico e potenziare tutte le misure che nascono dal basso, come il welfare generativo, misure di inclusione sociale come Erasmus Plus e iniziative come My Europe My Say: misure concrete come è l’esempio di Erasmus contano infatti di più di ogni nuovo Trattato. Perché nulla va dato per scontato, perché ogni conquista può essere facilmente persa.

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Considerazioni sul sovranismo. Di Andrea Gandini

Se per sovranismo si intende nazionalismo, cioè il ritorno ad una ideologia per cui i cittadini chiedono di essere difesi dal proprio Paese e che sia difesa l’identità della comunità a cui appartengono e quindi della propria nazione in termini che possono essere sia soft ma anche molto hard prossimi ad una cultura estremista di “sangue e suolo”, allora il sovranismo-nazionalismo ha a che fare anche con l’ ”individualismo”. Dobbiamo però specificare cosa intendiamo per “individualismo” per non confonderlo con “individualizzazione”, quel processo per cui durante la vita (e anche durante le epoche storiche) si accresce (o si dovrebbe accrescere) la coscienza individuale. Chi invecchia bene dovrebbe accrescere la sua individualizzazione, cioè diventare sempre più se stesso (che è anche la ragione per cui alcune coppie si separano, poiché ciascuno segue una propria via che non sempre può essere così prossima a quella della persona con cui ha convissuto e con cui, dopo molti anni, non condivide più la sorte). L’amore, se vero, diventa sempre connesso con la libertà e, come tale, fa correre dei rischi ai coniugi: chi vive a lungo assieme condivide la sorte giorno per giorno (consorte). Se per individualismo consideriamo quella parte di noi che ambisce al riconoscimento della dignità (e l’esigenza di essere rispettati su base paritaria con gli altri), allora il nazionalismo ha anche a che fare con ciò, in quanto le politiche identitarie-nazionaliste stimolano il risentimento di quei cittadini che si sentono retrocessi in “serie B” nel proprio Paese (anche se spesso non è vero) per la mancata assistenza di uno Stato amico (sudditi in varie forme anche di una Pubblica Amministrazione inefficiente) e, a maggior ragione per una presenza di immigrati/stranieri che per dimensioni e rapidità avvenuta, giudicano eccessiva. <Leggi l'articolo di Andrea Gandini>

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Dialogo con i cittadini in vista delle elezioni europee 2019. A cura del Movimento Federalista Europeo di Ferrara

Lo scopo di questo opuscolo, originato nell’ambito della sezione di Ferrara del Movimento Federalista Europeo, vuole essere quello di mettere a disposizione dei cittadini, in maniera semplice, informazioni, concetti, proposte e opinioni, riguardanti l’Unione Europea vista in una prospettiva di breve-medio termine che porti alla formazione di una Europa Federale, definibile anche come STATI UNITI D’EUROPA. Le discussioni anche molto accese, disordinate e fluttuanti, avvenute in Italia nella primavera del 2018 hanno involontariamente consentito di raggiungere uno straordinario obiettivo: è stato dimostrato che il tema “EUROPA” è estremamente importante, è forse quello che giocherà il ruolo strategicamente più rilevante per il futuro dei suoi cittadini. Sarà importante venire a conoscenza, comprendere e approfondire quali implicazioni, quali opportunità, quali vantaggi comporterebbe questo passaggio istituzionale e quali rischi verrebbero evitati. Sembra paradossale constatare che il processo di integrazione politica dell’Europa stenti a procedere; tutto risulta invece molto chiaro se si pensa all'assenza di coinvolgimento della società civile, un’assenza che ne è certamente una delle cause principali. Gli stessi commentatori politici non prendono quasi mai in considerazione il fatto che in Europa sia possibile avere uno Stato Federale. Talora anche il disinteresse dei giovani verso il progetto europeo è riconducibile a questo pregiudizio: l’Europa è l’UE e non ne potranno mai esistere altre. E poiché l’UE spesso ci delude, si sta determinando da un lato una disaffezione verso il progetto europeo e dall'altro il riaffiorare di forme di nazionalismo; che spesso è soprattutto la nostalgia di avere “uno stato”, che si occupi concretamente dei problemi dei suoi cittadini. L’obiettivo che ci proponiamo con questa iniziativa, è proprio quello di ampliare il più possibile il dialogo con i cittadini in modo che venga compresa l’importanza dell’argomento e la croce sulla scheda elettorale venga tracciata con maggiore consapevolezza, a cominciare dalle prossime elezioni del maggio 2019. <Leggi l'opuscolo del Movimento Federalista Europeo di Ferrara> Tabelle integrative: <Prima l'Europa>

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L’appello dei Sindacati e di Confindustria per l’Europa. Di Gianpiero Magnani

È di grande interesse l’appello sottoscritto l’8 aprile scorso dai sindacati confederali nazionali CGIL CISL UIL insieme a Confindustria, rivolto agli elettori in vista delle prossime elezioni europee, per esortali ad andare a votare “per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale” (Appello per l’Europa, cit.). L’appello parte da poche, fondamentali premesse (una pace duratura, lo stile di vita europeo, la dimensione continentale degli interessi economici nazionali, le sfide globali che richiedono il recupero degli ideali federalisti originari), per richiamare l’attenzione sulla necessità di rilanciare il progetto europeo, perché l’Europa è “ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa” (Appello, cit.). Oggi, infatti, il pensiero dominante di chi critica il progetto europeo non è orientato a migliorarlo ma a distruggerlo, per tornare agli Stati nazionali e a quelli che giustamente l’Appello considera “gli inquietanti fantasmi del novecento”: le barriere commerciali, i dumping fiscali, le guerre valutarie. Ma l’Appello è di grande interesse anche perché non si limita ad una supina accettazione dell’Europa così come è oggi, ma chiede a gran voce di “accelerare il processo di integrazione europea” attraverso un processo costituente non dissimile a quello del 1957, in cui i sei paesi fondatori – fra cui l’Italia – hanno iniziato il processo tuttora in corso di svolgimento dell’unificazione europea, che ha avuto un solo grande momento di trasformazione ulteriore, la creazione dell’euro nel 1998, evidentemente insufficiente tanto che l’Appello chiede ora a gran voce “il colpo d’ala europeo”, che è oggi storicamente maturo, ma nel contempo necessario e anche possibile. Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sono consapevoli che l’Europa di oggi va cambiata, ma sono anche consapevoli che la strada del cambiamento non è quella indicata dai sovranisti, che auspicano il ritorno alle sovranità nazionali, a partire da quella monetarie. I firmatari dell’Appello sono consapevoli che l’architettura europea deve essere migliorata, anche radicalmente, e nell’Appello espongono quello che è a tutti gli effetti un grande programma di riforme, a partire dal “potenziamento delle politiche di coesione” che sono quelle decisive per favorire la reale integrazione economica fra aree e paesi con gradi molto diversi di sviluppo (o di arretratezza), quelle politiche di coesione che sono state al centro di recente anche di una interessante iniziativa al Dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara da parte della sezione locale del Movimento Federalista Europeo. Ma l’Appello propone una molteplicità di temi di cui gli eletti al Parlamento Europeo devono, secondo i firmatari, occuparsi in via prioritaria: oltre al citato potenziamento delle politiche di coesione, occorre “un Piano straordinario per gli investimenti in infrastrutture ed in reti” che deve essere finanziato con l’emissione di titoli di debito europei, gli Eurobond che – finalmente – tornano al centro del dibattito dopo essere stati letteralmente cancellati dall’ideologia sovranista, interessata al ritorno alle valute nazionali anziché alla creazione di un unico debito pubblico europeo che è, invece, una delle precondizioni fondamentali per poter procedere sulla strada del federalismo europeo; inoltre la spesa nazionale di cofinanziamento dei progetti europei andrebbe esclusa dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita. Il mercato unico, secondo i firmatari, andrebbe completato a partire dal mercato digitale e dal mercato dell’energia; servono altresì meccanismi di stabilizzazione del ciclo economico e “una politica industriale europea” che stimoli ricerca ed innovazione, ed insieme consenta alle imprese europee di raggiungere le dimensioni di scala che consentano loro di confrontarsi efficacemente con i grandi competitors americani e cinesi. L’Appello non si esaurisce nella sola sfera economica, ma propone una serie di temi ulteriori che gli eletti al Parlamento Europeo dovranno fare loro: dal potenziamento delle possibilità di studio e lavoro all’estero, fino all’ “Erasmus in azienda”, una politica estera comune che sia effettiva e non la semplice sommatoria di politiche nazionali di Stati che conteranno sempre meno in futuro, la riforma del modello di governance che porti al centro dell’iniziativa politica europea il Parlamento e non più gli Stati come ora, il potenziamento della “rete di solidarietà sociale europea”, una politica veramente comune che governi i processi migratori, l’armonizzazione dei sistemi fiscali e di protezione del lavoro che oggi permangono differenti da Paese a Paese. Un intero capitolo, per i firmatari, va dedicato al dialogo sociale e alla contrattazione, attraverso politiche attive del lavoro, il rafforzamento delle relazioni industriali, il contrasto alle politiche di dumping e la realizzazione di “un quadro normativo europeo certo di sostegno alle relazioni sindacali e alla contrattazione collettiva” anche in vista dei passaggi epocali che si renderanno sempre più inevitabili, dallo sviluppo delle fonti rinnovabili alla transizione energetica, dall’economia digitale ai problemi connessi con l’invecchiamento della popolazione. L’Appello per l’Europa va letto, e con attenzione. È un passaggio fondamentale per riuscire a conseguire gli obiettivi che i firmatari pongono a conclusione del loro appello: “gli ideali di progresso economico, giustizia sociale, democrazia, pace”. Appello per l’Europa

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L’Economia Circolare e l’Europa. Che cos'è e perchè ci riguarda tutti. Di Nello Pasquini

Il modello di sviluppo attualmente in essere nella società moderna, ormai da più di 150 anni, non prende in considerazione, nella maggioranza dei casi, che le risorse naturali del pianeta sono limitate. Con la crescita della popolazione mondiale si sta andando verso una scarsità delle più importanti materie prime e la formazione di rifiuti e scarti che metteranno in seria difficoltà le generazioni future. Questo modello di crescita che va sotto il nome di Economia Lineare, poiché alla fine del ciclo di vita i prodotti diventano rifiuto, non è più sostenibile. Occorre cambiare drasticamente il trend mediante l’adozione di quello che, per ora, sembra essere l’unico schema in grado di mitigare gli effetti negativi sopracitati. Si fa riferimento al modello chiamato Economia Circolare, proprio perché persegue l’obiettivo di non creare scarti o rifiuti al termine della vita di un determinato prodotto, rimettendo in circolo le materie utilizzate secondo la gerarchia che consenta di sfruttare il loro valore il più a lungo possibile. Questa impostazione richiede un cambiamento sia culturale sia tecnico: all’inizio di ogni progetto industriale occorre progettarne la realizzazione tenendo nella massima considerazione la circolarità dell’iniziativa. L’implementazione di questa strategia richiederà investimenti in Ricerca e Sviluppo che devono generare innovazione tecnologica, stretta collaborazione tra operatori economici e riduzione di consumi energetici da fonti non rinnovabili. Per rendere più comprensibile come occorrerebbe operare in pratica secondo questo nuovo modello, ho ritenuto utile descrivere, a scopo esemplificativo, un caso vissuto personalmente, che può essere considerato un progetto di Economia Circolare “ante Litteram” poiché prese inizio intorno agli anni ’70. Si tratta di un esempio reale che consente di toccare e commentare tutti gli aspetti che fanno di una iniziativa industriale un business circolare di successo. A questo punto risulta facilmente comprensibile come l’implementazione di un vasto programma di Economia Circolare richieda un forte impulso innovativo, non solo sul piano della tecnologia, ma anche dell’organizzazione della società, dei metodi di finanziamento e delle politiche di mercato e qui entra in gioco l’Europa.  La Commissione Europea ha mostrato una grande determinazione su questa materia quando, nel Dicembre del 2014, decise di porre su un piano più ambizioso la prevista legislazione europea sui rifiuti, elaborando un pacchetto di misure integrate che non considerano solo l’obiettivo di ridurre e di gestire la produzione di rifiuti, ma di promuovere una più generale transizione verso un’Economia Circolare. Si tratta del Piano di azioni Europeo sulla Economia Circolare, pubblicato dalla Commissione nel dicembre 2015. L’impegno e la determinazione della UE a giocare il ruolo di guida e di coordinatore in questo progetto altamente strategico per l’Europa, emerge chiaramente dal capitolo “Circular Economy Package” in cui vengono riportati gli obiettivi, gli strumenti economici, le direttive e i divieti proposti con l’intento di creare una normativa comune. La relazione termina con una considerazione politica che sottolinea come, iniziando una reale collaborazione tra i paesi dell’eurozona e mettendo a disposizione le eccellenze di ognuno, si potrebbe impostare un piano che genererebbe, per ogni paese partecipante, una ricchezza maggiore di quella che sarebbe in grado di raggiungere operando in isolamento, grazie ad una accresciuta competitività. Un piano Pan-Europeo di Economia Circolare potrebbe rappresentare uno dei più importanti cardini attorno al quale far crescere la consapevolezza dei cittadini sulla opportunità della formazione degli Stati Uniti d’Europa. <Leggi l’articolo di Nello Pasquini>

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Servizio militare obbligatorio? Inutile per l’Italia (e dannoso per giovani e imprese). Di Andrea Gandini

Il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha di nuovo proposto di reintrodurre il servizio militare obbligatorio a cominciare dagli Alpini, ma ha ricevuto anche questa volta ferme obiezioni un po’ da tutti compresa la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. In Italia abbiamo già un esercito mastodontico di ben 150.000 professionisti e il budget del Ministero della Difesa ammonta a 17,9 miliardi (circa l’1% del Pil, Carabinieri esclusi che costano 6 miliardi). Una difesa moderna si basa su professionisti e armamenti di qualità e non su un esercito elefantiaco di retaggio da guerra mondiale e in tal senso aggiungere a questi 150.000 militari anche la coscrizione obbligatoria è un assurdo storico, tenuto conto che la Gran Bretagna ha abbandonato la coscrizione obbligatoria negli anni ’50, la Francia negli anni ’90, l’Italia nel 2000, la Spagna nel 2002, la Germania nel 2011. Impiegare i giovani in una attività non produttiva fra l’altro arrecherebbero un serio danno alle nostre imprese che già lamentano di una carenza di manodopera in un Paese a forte declino demografico. Inoltre già il servizio militare professionistico è poco attraente essendo composto per il 49% da persone proveniente dalle regioni del Sud (dove è dislocato solo il 17% del personale interessato) che lo scelgono soprattutto in assenza di altro lavoro. D’altra parte l’Italia interviene oggi come membro dell’Onu o della Nato in 22 paesi con solo 7.000 professionisti, non si spiega quindi il motivo di avere 150.000 militari. Ciò che potrebbe invece essere utile è il potenziamento del Servizio Civile in attività socialmente utili, nelle comunità di appartenenza. attualmente oggetto di un forte gradimento da parte dei giovani (53.000 nel 2017, ma con il doppio delle domande). Queste cifre spiegano quanto sarebbe opportuno avere una difesa comune in tutta l’Europa (percorso già avviato da Germania e Francia), che superi gli Stati nazionali e che porterebbe a ridurre il personale militare in tutti i Paesi e le spese militari (200 miliardi di euro la sommatoria dei bilanci dei Ministeri della Difesa dei Paesi UE) a vantaggio dei giovani e del welfare. Ma sono proprio i singoli Paesi Europei che spesso ostacolano questo processo, l’Italia per prima, che invece ne trarrebbe un vantaggio in termini di minori costi ma soprattutto di politica estera e difesa comune più efficace. Infatti la presenza di un esercito unito potrebbe consentire all’Europa di negoziare e non subire le decisioni Usa nella Nato, con il Presidente degli USA Donald Trump che chiede, per esempio, a tutti i Paesi (Italia inclusa) di spendere almeno il 2% del PIL, che per noi significherebbe raddoppiare il bilancio militare (altri 18 miliardi!): una follia. Il Governo italiano dovrebbe fare una consultazione in questa direzione per sapere se c’è accordo nello spostare 18 miliardi dalle pensioni e dal welfare alla spesa militare, oppure aumentare ancora di altri 18 miliardi il debito pubblico. L’interesse dei cittadini italiani è, invece, quello di ridurre questo mastodontico esercito di 150.000 militari che (almeno in parte) potrebbero svolgere azioni più utili per il Paese se si considera che quelli impegnati all’estero sono solo 7.000 ed altrettanti sono impegnati nel progetto “strade sicure”. Il risparmio economico permetterebbe di potenziare la presenza dei Carabinieri o della Polizia locale, in costante deficit di personale, specie in un periodo in cui tutti reclamano (a parole) più sicurezza. Come si vede i soldi per la spesa pubblica ci sono in Italia (e abbondano … siamo oltre gli 800 miliardi) ma nessuno si azzarda a tagliare la spesa (sunt clientes).

Europa

Brevi note alla conferenza di Aurelio Bruzzo – “La Buona Economia Europea: le politiche di coesione”. Dipartimento di Economia e Management, Università di Ferrara, 17 aprile 2019. A cura del Cds

Le politiche di coesione, ha osservato il prof. Aurelio Bruzzo nella sua relazione al ciclo di iniziative sulla “Buona Politica Europea” organizzato dal Movimento Federalista Europeo al Dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara e coordinato dal prof. Francesco Badia, sono una parte fondamentale delle politiche dell’Unione Europea, e si aggiungono alle politiche agricole e alle politiche per l’integrazione. Anche se forse non sono la parte più nota, le politiche di coesione sono tuttavia la parte più importante di tali politiche perché hanno come obiettivo la riduzione del divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e sono quindi preparatorie ad una vera Unione (si legga a tale proposito anche il commento di Paola Croci su questo stesso blog). Sull’intero bilancio UE, le politiche di coesione incidono infatti per oltre un terzo delle risorse disponibili (che, ricordiamolo, non possono superare l’1% dei bilanci nazionali e pervengono all’Unione da una parte degli introiti Iva), nel periodo 2014-2020 hanno superato i 350 miliardi di euro ed hanno come obiettivo fondamentale il riequilibrio regionale, favorendo gli investimenti sia pubblici che privati in tutta l’Unione ma veicolando le maggiori risorse sui territori meno sviluppati, come per esempio il nostro Mezzogiorno, che è sempre stato presente in tutti i periodi di programmazione pluriennale: 1989-1993, 1994-1999, 2000-2006, 2007-2013, 2014-2020. Alcuni dati di estremo interesse sono stati evidenziati, e cioè che mentre altre regioni meno sviluppate, come quelle della penisola Iberica, sono via via uscite dai programmi di investimento avendo raggiunto gli obiettivi di crescita macroeconomica, altre aree come appunto in nostro Mezzogiorno, si ripropongono in ogni periodo e non sempre riescono ad utilizzare i fondi messi a disposizione, almeno per quanto riguarda i progetti approvati; la parte di risorse dell’UE destinata e non spesa da questi territori può infatti essere riprogrammata per finanziare altri progetti (i cosiddetti progetti sponda), è chiaro però che in questo modo le risorse, che pure non vanno perdute, si orientano verso obiettivi meno incisivi di quelli inizialmente previsti per favorire le zone meno sviluppate. La Regione Emilia-Romagna, pur non rientrando nelle aree bisognose e quindi avendo a disposizione meno risorse dall’UE, è stata tuttavia la migliore in Italia; mentre Ferrara, nel periodo 2014-2020, è stata la provincia che ha ottenuto minori risorse non essendo ora più applicabili i criteri che, per esempio, l’avevano favorita nel periodo 2007-2013 con le politiche del cosiddetto obiettivo 2, che ha avuto una certa rilevanza per favorire insediamenti produttivi ad esempio nel Basso Ferrarese. Tutti i progetti finanziati si possono trovare nel sito Opencoesione, le politiche di coesione hanno per oggetto in prevalenza programmi di investimento infrastrutturale, mentre occorre precisare che a sostegno della ricerca scientifica e tecnologica l’UE ha previsto altri programmi specifici, ed in particolare Horizon 2020. I fondi strutturali complessivamente sono cinque, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR), il Fondo di coesione oggetto della lezione del prof. Bruzzo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP), il Fondo sociale europeo (FSE). Poi vi è il Fondo di solidarietà dell’UE  (FSUE), che interviene in situazioni di grave emergenza e per la ricostruzione post-terremoto, e di cui l’Italia è il primo beneficiario. La politica europea è buona politica, perché utilizza risorse che sono comuni ai diversi Stati membri, ma le orienta verso investimenti produttivi e infrastrutturali, in una logica di programmazione pluriennale che i singoli Stati, lasciati a se stessi, non potrebbero avere. L’Italia, ad esempio, ha mostrato in generale di avere come Stato una spesa pubblica poco efficiente, mentre la spesa promossa dall’Europa costringe gli Enti italiani a progetti virtuosi, trasparenti e favorisce quella Buona Amministrazione che rimane ancora un obiettivo da realizzare in molte parti del nostro Paese, e di cui sono esempi le politiche ambientali, di depurazione, di raccolta differenziata, che in Italia sono decollate solo sotto l’impulso dell’Europa. In questo senso, svolge una funzione fondamentale di riequilibrio delle risorse all’interno di tutto il territorio dell’Unione. L’auspicio, aggiungiamo noi, è che tali risorse possano sempre più incrementarsi (e del resto siamo passati dai 69 miliardi di euro nel periodo 1989-1993 ai 351 miliardi di euro del periodo in corso, 2014-2020) e che il piccolo bilancio dell’UE possa diventare un grande bilancio europeo.

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