Andrea Gandini

Sociale

"I giganti del web tra tasse giuste e solidarietà pelosa"

Territorio

Buone pratiche di aiuto per le aree interne in via di spopolamento

In Trentino son ormai due anni che vengono destinati aiuti economici (12mila euro all’anno e fino a 14mila per chi sta oltre 800 metri e con meno di 100 abitanti) a 237 esercizi commerciali (17 bar e 220 negozi) trasformati in punti multiservizi che erogano servizi utili in aree dove spesso non ci sono più questi servizi come: vendita di beni di prima necessità (ma anche almeno 10 prodotti bio e/o per i ciliaci), giornali, prenotazione di una visita medica, ricaricare il telefonino, pagare il bollo auto, prelevare contanti, navigare in internet gratis, ritirare farmaci o documenti anagrafici e, per persone anziane o con necessità, avere la spesa a domicilio gratis. In futuro si cercherà che diventino anche uffici per la raccolta e distribuzione della posta come, peraltro, già avviene in alcune aree dell’Inghilterra e Irlanda che hanno queste prassi da 40 anni. E’ un modo concreto per contrastare i disservizi che nascono dalla chiusura di negozi e bar nelle aree deboli lasciando i cittadini in gravi difficoltà e accentuando così lo spopolamento. L’aiuto potrebbe poi essere graduato in base alla perifericità e gravità delle singole situazioni. Da queste esperienze potrebbe poi nascere l’idea di estendere questa buona pratica a quegli esercizi nelle città che presidiano aree periferiche o “sensibili” anche nelle città e che si impegnano a svolgere funzioni “sociali”. La provincia autonoma Trentina ha stilato un regolamento di 15 servizi e chiede a questi negozi multiservizi di erogarne almeno 4 per avere il contributo. La spesa annua è d 2,2 milioni di euro. (l'immagine è tratta da: http://www.cittadarte.emilia-romagna.it/storie/la-linea-gotica-dove-la-memoria-si-trasforma-in-speranza)

Territorio

Comacchio nella nuova geografia mondiale, che fare?

Da almeno 20 anni è in atto nei Paesi ricchi (Usa, Europa,…) e anche in Italia una crescente urbanizzazione che si concentra nelle città più dinamiche (ma anche più caotiche, inquinate e costose). Attorno a questi “poli” crescono così i lavoratori e gli abitanti. I Comuni della “cintura esterna” si avvantaggiano di questa polarizzazione, in quanto più prossimi alle città. Nell’era di internet le aziende e i fornitori preferiscono insediarsi (paradossalmente) in prossimità fisica delle aziende clienti, anche a costo di pagare maggiori costi (salari, affitti,…). Questo fenomeno fa si però che i comuni (specie se piccoli) che si trovano lontani dalle città perdono abitanti e addetti. In Italia sono ormai 10 milioni gli abitanti di queste aree “interne” in via di spopolamento che vivono sul 60% del territorio nazionale (Appennini, Alpi,…). Un fenomeno che riguarda anche il ferrarese. Per esempio Bologna città cresce più di Ferrara che pure cresce anche come abitanti (nonostante il suo forte declino demografico) attirando abitanti dai Comuni limitrofi. Così accade anche per Comacchio, un centro di medie dimensioni lontano dalla città ma che usufruisce della vicinanza al mare e del turismo e che cresce a scapito degli altri Comuni interni del basso ferrarese. Tra il 2002 e il 2017 il Comune di Comacchio ha visto un aumento di residenti del 9,2%, mentre quasi tutti i Comuni del Basso ferrarese hanno perso dal 10 al 15% di abitanti. Solo Lagosanto cresce con Comacchio (per via dell’ospedale). Comacchio Comune cresce anche come addetti (anche se solo dell’un per cento) dal 2008 al 2017 e conferma un ruolo di “pilone” nel basso ferrarese che era stato sminuito in anni passati dall’idea di un’area vasta al suo intorno in cui Comacchio era “uno dei tanti”. Mostra quindi una certa resilienza e di avere radici profonde in quanto la crisi post 2008 non ha incisopiù di tanto sull’occupazione locale che è rimasta stabile anche dal 2008 al 2017. Comacchio si va configurando così come un “piccolo polo in espansione” e potrebbe in futuro avvantaggiarsi anche dall’espansione in atto del quadrilatero Milano-Bologna-Padova-Trento che è il nuovo “triangolo industriale” italiano che ha sostituito Milano-Torino-Genova. Se dovesse connettersi con i poli di Ferrara (e Ravenna) entrerebbe nel “triangolo” italiano a più forte crescita. Ferrara èinfatti potenzialmente dentro quest’area e l’arrivo (nel 2023?) della Cispadana potrebbe rafforzarla (così come Comacchio), così come i futuri attesi flussi di navigazione dalla Cina verso i porti di Ravenna e Trieste. Mancano ancora molte infrastrutture per raggiungere Comacchio e farlo decollare. Così il turismo è decollato pienamente solo per il segmento dei campeggi. Comacchio dovrà anche guardarsi da processi in atto che possono invece indebolirla. La prima viene dal declino demografico che è più acuto di quanto avviene a Ferrara, Cento, Bologna, Milano. Nei prossimi 20 anni per esempio non mancheranno solo tanti bambini (e asili e scuole) ma vanno in pensione circa 200 persone all’anno, mentre i giovani nativi che si offrono sul mercato locale del lavoro sono solo poco più di 100. Occorre quindi saper attrarre non solo i propri (pochi) giovani ma anche quelli dei Comuni limitrofi e programmare flussi esterni legali. Poiché i flussi di prossimità non devono indebolire i Comuni vicini occorre che Comacchio cresca non a scapito delle aree interne in declino sviluppando politiche di coesione e di valorizzazione di Area vasta con una profonda rivisitazione dello sviluppo locale che dovrà essere pensato insieme. Senza questa visione il rischio è una emigrazione di giovani (di tutti i Comuni) verso poli più forti: Ferrara-Bologna-estero. Da questo punto di vista è importante programmare come Area vasta e fare investimenti aggiuntivi locali sulle scuole tecnico-professionali per portarle (con laboratori e alternanza scuola-lavoro) ad un livello di qualità elevata facendole diventare una vera e propria infrastruttura di servizio alle imprese locali che cercano queste figure. Poiché il turismo rimane una leva fondamentale occorrerà riqualificare questo segmento (con interventi di sistema e coraggiosi), rinegoziare i fondi del Consorzio Romagna (che la penalizzano) e nello stesso tempo creare quelle sinergie con la Romagna che possano inserirla in un circuito internazionale. Con Ferrara le connessioni di Area vasta sono per la cultura, le infrastrutture e l’università, per la riqualificazione del patrimonio immobiliare e per la creazione di servizi sanitari e per i bambini che diano una identità accogliente a tutta l’Area vasta. Anche il tema dell’acqua e dei servizi idraulici (che sono un elemento di qualità nazionale) possono essere forieri di sviluppo locale considerando le sfide climatiche e la siccità che colpirà mezzo mondo. Sfide imponenti che reclamano competenze e visione ampia. Lo sviluppo sarà, tuttavia possibile, se chi governa darà qualità alle Istituzioni (che vuol dire agire rigorosamente nell’interesse di medio e lungo periodo dei cittadini e non sulla base di slogan; e non rubare), se ci sarà una crescente partecipazione (anche dei corpi intermedi e dell’associazionismo) e si darà importanza alle nuove infrastrutture e all’istruzione.

Povertà

Il Nobel per l'Economia a tre ricercatori per il loro lavoro sulla povertà

Il premio Nobel per l’Economia è andato agli economisti Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer per «il loro lavoro mirato a cercare un nuovo approccio per trovare risposte affidabili su come alleviare la povertà». Tutti e tre, infatti, lavorano da anni sul tema della povertà estrema e su quali siano i modi migliori per combatterla, spesso compiendo ricerche sul campo, in particolare in India e in numerosi paesi africani. I tre economisti insigniti, l’indiano Banerjee (58 anni) e la francese Duflo (46 anni) lavorano a Cambridge (US), Kremer (55 anni) a Harvard; sono giovani per un Nobel e sono stati premiati in quanto pionieri dell'applicazione del metodo sperimentale all'economia dello sviluppo. L’Accademia svedese prende atto che l’economia non è una scienza esatta e dà il meglio di sé quando affronta i problemi col metodo scientifico sperimentale. Per esempio affrontando il tema della povertà sulla base dell’analisi dei risultati di quanto fatto in passato, per capire, prima di metterle in atto, quali politiche ottengano i migliori risultati. <Leggi l'articolo di Andrea Gandini sul blog di Madrugada>

Sociale

L'asilo più bello? È nel bosco

"Come risolvere il problema della carenza di scuole dell’infanzia, che penalizza soprattutto il Sud? Pensando a un modello di asilo senza muri, sull’esempio dei paesi nordici. Si consumerebbe meno suolo e anche il portafoglio dei genitori ne beneficerebbe". <Leggi l'articolo di Andrea Gandini pubblicato su www.lavoce.info> (l'immagine è tratta da: www.cittadarte.emilia-romagna.it)

Sociale

Sono 70 anni che l’Italia non ha politiche di immigrazione e integrazione

L’Italia è arrivata per ultima in Europa ad affrontare l’immigrazione e quindi a sapersi “organizzare”, ma non è un buon motivo per non averlo mai saputo fare, anche perché saper accogliere e integrare gli immigrati che ci servono è conveniente anche per noi. Nei prossimi anni diventerà chiaro (a qualsiasi governo) che senza l’organizzazione di un’immigrazione legale e ordinata l’Italia è destinata ad ulteriore declino. La propaganda ha convinto molti che l’Italia possa crescere senza immigrazione ma ciò è falso, come dimostra la storia di tutti i Paesi ricchi in calo demografico che hanno dovuto usare gli immigrati facendoli diventare uno dei motori del loro sviluppo. Ciò spiega perché in quasi tutti questi Paesi di antica immigrazione (nord Europa, anglosassoni) dal 60 al 70% dei cittadini giudica positivamente il ruolo degli immigrati nello sviluppo del loro Paese mentre in Italia solo il 20% dà lo stesso giudizio. Siamo alle “prime armi” e da sempre negati nell’organizzare i processi (figurarsi uno così complesso). Le vie da seguire sono internazionalmente note: programmazione e organizzazione di ingressi legali, corridoi umanitari per i rifugiati, accordi bilaterali coi Paesi di origine per organizzare sia i flussi legali che rispedire gli illegali. L’Europa si spera ci dia finalmente un aiuto, ma molte cose sono nelle nostre mani. La vera sfida organizzativa è poi trasformare rapidamente gli immigrati (quelli legali, i rifugiati, i pochi irregolari) in lavoratori in modo che siano integrati ed utili a se stessi e all’Italia. La stima dei flussi legali da importare è di 200mila all’anno e la gestione di qualche migliaio di rifugiati sui barconi non sarà certo un problema in un Paese in fortissimo calo demografico. Si consideri che fatto 100 gli studenti dai 6 ai 16 anni nel 2015 saranno 85 nel 2030 (perderemo 1,4 milioni di studenti e relativi docenti), mentre in Germania e Inghilterra gli studenti cresceranno del 9% e del 25% in Svezia. La scelta non è quindi tra “porti chiusi” o “porti aperti”, questi sono solo slogan. Il Paese ha necessità di immigrati sia per il suo forte calo demografico ma anche per le caratteristiche assunte dalla famiglia italiana che vive in prossimità ai propri figli (o sempre più spesso al proprio figlio unico) e che collabora attivamente a far desistere il proprio figlio nello svolgere lavori non qualificati (nel ferrarese il 30% delle assunzioni). Una delle ragioni per cui moltissimi dei nostri giovani non vogliono fare lavori poco qualificati è proprio la prossimità coi genitori. I figli italiani escono più tardi dalla famiglia (31 anni contro una media UE di 24) e vanno ad abitare (caso unico in Europa) in grande maggioranza a meno di un km. dai genitori e ciò, se da un lato, determina enormi vantaggi reciproci (di aiuto economico ed affettivo), dall’altro ha uno svantaggio enorme. Il cosiddetto “salario di riserva” (come lo chiamano gli economisti, cioè quel salario sotto il quale non si accetta un lavoro) si alza perché sono i genitori per primi (o anche i nonni) a far desistere il giovane dall’accettare quel lavoro (a loro avviso, ma sbagliano) poco dignitoso. E così in questi lavori finiscono gli immigrati che non a caso sono tantissimi nelle città del Nord (dove c’è il lavoro) e pochissimi al Sud (li fanno i lavori da 2-3 euro all’ora). Ora si dà il caso che molte produzioni vivono e crescono in quanto sono formate sia da diplomati-laureati che da manodopera non qualificata e gli studi mostrano che non avendo la manodopera “non qualificata”, le imprese chiudono o delocalizzano. Così neppure vengono assunti i nostri diplomati e laureati, molti dei quali vanno all’estero dove l’immigrazione è organizzata e viene usata per accrescere la produttività del lavoro. Da quando le migrazioni hanno avuto inizio, l’Italia ha rinunciato tanto a politiche di ingressi che di integrazione. Di fatto, hanno prevalso meccanismi informali e spontanei di incontro tra domanda e offerta di lavoro, sui quali la politica è solitamente intervenuta a posteriori. Per 40 anni (fino al 2015), il percorso tipico di insediamento degli immigrati in Italia si è snodato attorno a quattro tappe: ingresso di fatto legale, in genere con visti turistici; successiva caduta in condizioni di irregolarità per chi prolungava la permanenza oltre la scadenza del visto; accesso a una delle regolarizzazioni a posteriori, periodicamente adottate dai vari governi, a cui faceva generalmente seguito un processo di integrazione non governata. Tra il 1970 e il 2011, infatti, sono stati tredici i provvedimenti – chiamati di volta in volta “sanatoria”, “regolarizzazione”, “ravvedimento operoso”, “decreto flussi esteso”, “sanatoria umanitaria” ecc. – volti a regolarizzare la posizione di poco meno di due milioni di stranieri irregolari. Negli ultimi sette anni, tuttavia, non ci sono state altre sanatorie, con il risultato di produrre un accumulo di posizioni irregolari, stimate nel 2017 da Ismu attorno al mezzo milione di unità. A queste vanno aggiunte le richieste di asilo, cresciute dopo le crisi umanitarie e migratorie dal 2013 (gli irregolari potrebbero quindi essere anche 700mila). Non è quindi esagerato dire che la politica ha di fatto lasciato che i processi economici e demografici giocassero un ruolo da protagonisti, limitandosi a una gestione solo amministrativa. A ben vedere gli ultimi 30 anni non sono molto diversi da quanto avvenuto nei primi 40 anni del dopoguerra e sempre legati a squilibri territoriali nella indisponibilità di manodopera non qualificata. Cambiano gli attori, ma il copione è simile. Prima erano i meridionali italiani a partire verso il Nord d’Italia o l’estero, mentre negli ultimi 30 anni la carenza di italiani meridionali disposti a fare lavori manuali a basso costo è stata compensata, per lo più, dall’arrivo di stranieri, i quali (ora che sono stati regolarizzati) spesso sono tra i più feroci antagonisti degli ultimi stranieri (perché possono farsi concorrenza). Così oggi i meridionali non sono più gli “ultimi” e ringraziano gli stranieri. Nell’ultimo decennio la novità è che però per la prima volta emigrano all’estero i nostri giovani con elevato titolo di studio (155mila nel 2017, di cui 3 su 4 sotto i 39 anni e di cui oltre 25mila laureati). Tutta l’Europa (UK, Germania,…) è in calo demografico e ha fame di giovani e offre spesso migliori salari. Se saremo capaci di organizzare una buona immigrazione daremo così paradossalmente un aiuto allo sviluppo economico e a molte imprese anche ad assumere i nostri diplomati e laureati, viceversa continuerà l’emigrazione. Ciò che sicuramente continuerà è un’immigrazione che andrà a coprire i posti non qualificati e poco pagati per la semplice ragione che di italiani disposti a fare questi lavori non ce ne sono più. E se l’immigrazione non sarà legale sarà irregolare...sono le imprese a trainarla.

Transizione al lavoro

Come migliorare il Reddito di Cittadinanza?

Le domande accolte (circa il 70%) per il “Reddito di Cittadinanza” sono salite da 700mila del 30 aprile a 905mila di metà luglio. Su 1,4 milioni di domande sono state respinte 387mila e altre 104mila sono in “lavorazione”. Le domande accolte coinvolgono 2,2 milioni di persone, di cui 128mila sono Pensionati di Cittadinanza. Il 56% sono al Sud e isole (61% della spesa), 16% al Centro, 28% al Nord. L’importo medio mensile è 523 euro al Sud e 420 al Nord. Le persone coinvolte saranno a fine 2019 probabilmente circa 2,3 milioni e le domande accolte circa un milione, il 25% in meno di quelle previste dal Governo nella relazione tecnica alla legge (1.248.000). Ciò comporta un risparmio di circa 1,4 miliardi di euro sui 5,6 miliardi stanziati nel 2019 e forse 2 miliardi nel 2020 (sui 7,1 stanziati). I percettori sono nel 91% Italiani, 6% immigrati extracomunitari e 3% europei. Il 22% delle famiglie percepisce meno di 200 euro al mese, il 17% da 200 a 400 euro, il 29% da 400 a 600 euro, il 32% oltre 600 euro (ma ci sono anche nuclei di 2, 3, 4, 5 e 6 persone). In Emilia-R. le persone coinvolte sono 73mila e in provincia di Ferrara 6.078 (2.460 le famiglie per un importo medio mensile di 442 euro e 503 Pensioni di Cittadinanza per 402 euro al mese). Ciò significa che, stando ai dati del Reddito di Cittadinanza (che in realtà è un’indennità a favore dei poveri), i veri poveri sarebbero solo 1,7% della popolazione ferrarese, cioè un terzo di quanto si pensava stando alle dichiarazioni fatte dai cittadini nelle indagini Istat. Un tema che sarà opportuno approfondire anche a livello nazionale in quanto secondo Istat i poveri “relativi” (coloro che guadagnano la metà della media) sarebbero circa 5 milioni (di cui 3,5 Italiani e 1,5 stranieri immigrati). Il provvedimento avrebbe coinvolto circa il 60% degli Italiani, ma pochissimi stranieri in quanto sono stati esclusi gli immigrati con meno di 10 anni di residenza (che sono i più poveri). L’Inps ha avviato alcune azioni (almeno nelle grandi città) per individuare proprio i più poveri (italiani) che non sono certo in grado di ottenere il “pin” dall’Inps. A Roma per esempio su 17mila homeless solo mille hanno fatto la domanda. Il REI (Reddito di Inclusione) aveva coinvolto 1,4 milioni di persone con un assegno mensile medio di 293 euro. Il Reddito di Cittadinanza ha accresciuto i percettori e l’assegno medio (salito a 489 euro). Tuttavia il REI aveva un aspetto positivo che andrebbe recuperato: chi trovava un lavoro manteneva per un certo periodo il 60% dell’indennità (circa 200 euro), ora invece si perde l’intero ammontare (circa 500 euro) e ciò favorisce la rinuncia a dei lavori o lavoretti che sono poi fondamentali per avviarsi verso l’uscita dalla povertà (che è il vero obiettivo). Misure consistenti contro la povertà devono esserci in un Paese civile (e questo è il merito del RdC), ma l’Ocse suggerisce che il sussidio monetario abbia una certa proporzione rispetto al salario medio del Paese, per evitare che diventi un disincentivo al lavoro. Per esempio in Germania il sussidio monetario (tra i più generosi nel mondo) è al massimo di 420 euro mensili (un quarto del salario medio). Se adottassimo il generoso sussidio tedesco in Italia il massimo sarebbe attorno ai 300-400 euro che dovrebbe poi (a mio avviso) essere differenziato in base al costo della vita nelle varie regioni e tra città e periferia, essendo molto forti (anche 40%) i differenziali in Italia. Vi potrebbero poi essere sussidi non solo monetari per speciali necessità: affitto, libri scolastici per i figli, formazione, salute,… Azioni che possono fare meglio i Comuni (più dell’Inps), i quali potranno avvalersi delle associazioni non profit locali (religiose e laiche) che meglio conoscono le vere condizioni dei loro poveri. A Ferrara per esempio l’esperienza del “Mantello” ha dimostrato che il 70% dei poveri, se ben seguito, può uscire dalla povertà in 18 mesi. Le misure di contrasto alla povertà devono basarsi, infatti, oltre che su personale dedicato e professionale (e dell’aiuto delle associazioni locali), su interventi multilivello che tengano conto delle diverse condizioni (dalla donna sola disoccupata con figli, all’anziano disabile single,…). La complessità delle condizioni implica un personale pubblico (ma anche non profit e privato) appositamente dedicato, che è diverso dal personale che deve trovare lavoro a chi è disoccupato. L’obiettivo del Reddito di Cittadinanza non era solo “alleviare” la sofferenza dei poveri (in società sempre più diseguali), ma dare un lavoro (“non dare un pesce ma insegnare a pescare”): un obiettivo molto ambizioso in un Paese che non riesce a darlo ai 3 milioni di disoccupati e che non ha mai avuto efficaci politiche di transizione al lavoro neppure per i giovani diplomati e laureati. Proprio questa “sfida” potrebbe però finalmente avviare a soluzione il problema principale dell’Italia: la transizione al lavoro dei giovani e la crescita della produttività del lavoro. Ciò implica però un’impostazione diversa della gestione di quella fascia che cerca lavoro (pare sia solo il 20%). Si tratta di andare oltre il potenziamento (pure necessario) del personale che si occupa di trovare il lavoro (con 3-6mila navigator), in aggiunta a quanto già fanno i Servizi pubblici per l’Impiego, cambiando le procedure attuali (come abbiamo ampiamente spiegato nell’Annuario 2019) dei Servizi per l’Impiego, in modo che le imprese (che cercano lavoratori) siano messe direttamente a confronto con chi cerca lavoro, chiedendo al personale pubblico di svolgere una funzione di “accompagnamento” specializzato. In tal senso occorre formare gli stessi navigator, creare squadre di lavoro, dare obiettivi per provincia realistici e soprattutto innovare l’attuale funzione di come avviene l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. L’Università di Ferrara svolge da 18 anni una buona pratica in questa ambito per i propri laureati-laureandi ed ha potuto verificare che con diverse procedure si aumentano del 30-40% le opportunità di trovare lavoro. Il Reddito di Cittadinanza potrebbe così diventare non solo il modo con cui si trova lavoro ai poveri, ma avviare una sperimentazione capace di rendere efficaci i nostri Servizi pubblici per l’Impiego per tutti i disoccupati, che potranno dotarsi di fornitori anche privati individuano obiettivi per singole aree (e relativi incentivi) differenziati in base alle difficoltà di trovare lavoro (Milano non è Palermo). (l'immagine è tratta da: www.cittadarte.emilia-romagna.it)

Povertà

Un milione le domande sul Reddito di Cittadinanza in Italia (1.500 circa a Ferrara): meno del previsto. Di Andrea Gandini

Sono 1.016.977 al 30 aprile le domande per il Reddito di Cittadinanza. Sulla base del tasso di accoglimento (72%) dovrebbero esserne accolte tra 700 e 750mila, per circa 1,8 milioni di persone coinvolte (nell’ipotesi di 2,5 persone a famiglia). Sono dunque il 40% in meno di quelle previste dallo stesso Governo nella relazione tecnica alla legge (1.248.000). Ciò dovrebbe comportare un risparmio di un miliardo e mezzo di euro sui 5,6 miliardi stanziati nel 2019 (7,1 nel 2020). Secondo l’Istat i poveri “relativi” (coloro che guadagnano la metà della media, per es. a Ferrara circa 570 euro al mese) sono circa 5 milioni, di cui 3,5 Italiani e 1,5 stranieri immigrati. I poveri Italiani sono dunque circa il 6,5% del totale Italiani, mentre i poveri stranieri sono il 25% degli stranieri. Com’è noto il “Reddito di Cittadinanza” è rivolto solo agli Italiani e a quei pochissimi stranieri che abitano in Italia da più di 10 anni e quindi avrebbe dovuto coinvolgere circa 4 milioni di potenziali poveri (secondo le stime Inps; il M5S diceva 5 milioni). A questo punto o l’Istat ha sovrastimato i poveri (cosa difficile conoscendo la qualità del lavoro dell’Istat) oppure molti poveri non hanno fatto domanda per il Reddito di Cittadinanza. Potrebbe anche essere che (specie al Sud dove il costo della vita è molto minore che al Nord) in realtà una fascia di cosiddetti poveri non lo sia perché “vive” anche di lavoretti in nero ed ha la proprietà della casa. Ed è, quindi, possibile che molti “poveri” non abbiano fatto la domanda perché riescono comunque a guadagnare qualcosina con lavoretti (spesso in nero), a cui preferiscono non rinunciare, anche per non incappare nelle pesanti sanzioni previste dalla legge (da 2 a 6 anni di reclusione e 8 ore settimanali di lavori socialmente utili). Inoltre solo il 50% percepirà un sussidio sopra 500 euro, mentre l’altra metà percepirà cifre inferiori a 500 euro e un 30% cifre modeste da 50 a 200 euro al mese. E’ probabilmente che questi ultimi (che fanno questi lavoretti in nero o lavori stagionali) non vi rinuncino, per quanto precari, in quanto garantiscono un minimo vitale duraturo negli anni, relazioni sociali e, un domani, opportunità per guadagnare di più. Le persone, anche se povere, preferiscono avere una propria autonomia lavorativa più che ricevere un sussidio, specie se è di importo simile a quanto si dovrebbe rinunciare. A Ferrara le domande accolte sono solo 1.355 (il 62% delle 2.190 presentate), quando il totale nazionale delle domande fatte era ancora 681mila. Nel complesso dovrebbero salire a circa 2mila. Nell’ipotesi che le persone coinvolte fossero 2,5 per domanda si arriva all’ 1,4% della popolazione, un dato molto distante dal tasso di povertà censito a livello provinciale (circa 8%). Una valutazione più approfondita potrà essere fatta solo coi dai definitivi ma, ci pare, che siano confermate le considerazioni che abbiamo fatto nell’Annuario 2019 e che oggi fanno anche organismi come l’Ocse: 1)    misure di contrasto alla povertà erano certamente da prendere in quanto l’Italia (come segnalava l’Ocse) da anni non aveva una misura adeguata di contrasto alla povertà, anche se il Governo Gentiloni aveva già stanziato per il REI (Reddito di Inclusione) 300 milioni nel 2018 e ben 2 miliardi per il 2019 (assorbiti dai circa 7,2 miliardi previsti per il Reddito di Cittadinanza) che avevano già sussidiato per es. in Emilia-R. 35mila famiglie. 2)    Le misure contro la povertà devono esserci in un Paese civile ma il mero sussidio monetario deve avere una certa proporzione rispetto al salario medio di quel Paese, onde evitare che si trasformi in un’alternativa al lavoro. Per esempio in Germania il sussidio monetario (tra i più generosi nel mondo) è al massimo di 420 euro mensili (un quarto del salario medio). Se adottassimo il generoso sussidio tedesco in Italia il massimo sarebbe attorno ai 350 euro (com’era appunto il REI). Inoltre in Italia c’è un’enorme differenziale di costo della vita tra Nord e Sud (30% in meno) per cui il sussidio dovrebbe essere rapportato al costo della vita locale e, semmai, integrato con aiuti specifici (affitto, libri scolastici per i figli,…) che possono fare bene solo i Comuni e le associazioni locali che davvero conoscono i poveri e le loro condizioni (e non un ente centrale come l’Inps). 3)    Se il sussidio monetario è troppo vicino al salario medio in nero locale il rischio è (specie in Italia dove il lavoro nero è circa 20%) di scoraggiare il lavoro, specie al Sud dove il 40% dei redditi sono sotto i 900 euro al mese. In tal senso il REI come misura di contrasto alla povertà è migliore del Reddito di Cittadinanza (sia perché di importo più adeguato -320 euro- ma soprattutto perché organizzato dai Comuni e dalle associazioni laiche e religiose locali che meglio conoscono i veri poveri e come aiutarli ad uscire da tale condizione. A Ferrara per esempio l’esperienza del “Mantello” ha dimostrato che il 75% dei poveri, se ben seguito, può uscire dalla povertà in 18 mesi. 4)    Le misure di contrasto alla povertà devono basarsi, oltre che su personale dedicato e professionale (e dell’aiuto delle associazioni locali), su interventi multilivello che tengono conto delle diverse condizioni (dalla donna sola disoccupata con figli, all’anziano disabile single,…). La complessità delle condizioni implica un personale pubblico (e privato non profit) appositamente dedicato, che è diverso dal personale che deve trovare lavoro a chi è disoccupato. 5)    Sarebbe, pertanto, opportuno in futuro sulla base dell’esperienza (nostra e degli altri Paesi Europei) correggere la misura del Reddito di Cittadinanza (che è una misura molto anomala in Europa e più rivolta ai singoli poveri che alle famiglie povere), in modo da aiutare i veri poveri spendendo forse meno. 6)    Il vizio tipico italiano è di mancare sempre del “senso delle proporzioni”: o nulla o in eccesso. Le risorse di un Paese sono limitate e vanno usate con cura; l’elenco dei bisogni è sterminato: il lavoro autonomo discontinuo e precario manca completamente di sussidi, i dipendenti hanno una protezione (cassa integrazione) solo nel 50%, i lavoratori italiani a basso salario percepiscono il 30% in meno dei tedeschi, scuola e università italiane versano in condizioni pietose,... 7)    Il "vero" obiettivo del Reddito di Cittadinanza era quello di eliminare la povertà (e già una dichiarazione simile è a dir poco risibile) trovando addirittura il lavoro a chi era disoccupato (una mission impossibile in un Paese che non ha serie politiche attive di transizione al lavoro neppure per i giovani e per chi normalmente, professionalmente preparato cerca lavoro). Queste politiche vanno impostate in tutt’altro modo (e distinte da quelle di contrasto alla povertà), non solo potenziando tutte le organizzazioni (Centri per l’impiego e privati) ma anche cambiando le procedure attuali (come abbiamo ampiamente spiegato nell’Annuario 2019), che si occupano di transizione al lavoro e non vanno assolutamente confuse con le politiche di contrasto alla povertà che necessitano di personale apposito del tutto differente, come si fa in tutta Europa. Per ora l’unica modestissima misura è l’assunzione di 3mila “navigator”: ci vuol ben altro per efficientare i Centri per l’Impiego! Come si vede il lavoro ancora da fare è enorme e, più che i soldi ("trovati", peraltro prendendoli in parte dai pensionati ai quali sarà bloccata l'indicizzazione legata al costo della vita, la cui pensione subirà una ulteriore penalizzazione non appena scatterà l'aumento dell'Iva), mancano le idee e le strategie, specie se si continuano a snobbare le buone pratiche che anche in Italia esistono (vedi la pratica del Pil-Percorso di Inserimento Lavorativo- dell’Università di Ferrara) su come trovare un primo lavoro ai laureandi. 8)    Abbiamo smarrito la buona pratica (e forse giovani neofiti politicanti nemmeno sanno cosa significhi) di fare prima sperimentazioni (la logica dell’impianto “pilota”) e poi sulla base dei risultati fare le necessarie migliorie al fine di applicarle a tutto il Paese. Finché non ritorneremo ad una politica seria che pensa più al bene comune che al consenso immediato, non miglioreremo questo Paese.

Europa

Considerazioni sul sovranismo. Di Andrea Gandini

Se per sovranismo si intende nazionalismo, cioè il ritorno ad una ideologia per cui i cittadini chiedono di essere difesi dal proprio Paese e che sia difesa l’identità della comunità a cui appartengono e quindi della propria nazione in termini che possono essere sia soft ma anche molto hard prossimi ad una cultura estremista di “sangue e suolo”, allora il sovranismo-nazionalismo ha a che fare anche con l’ ”individualismo”. Dobbiamo però specificare cosa intendiamo per “individualismo” per non confonderlo con “individualizzazione”, quel processo per cui durante la vita (e anche durante le epoche storiche) si accresce (o si dovrebbe accrescere) la coscienza individuale. Chi invecchia bene dovrebbe accrescere la sua individualizzazione, cioè diventare sempre più se stesso (che è anche la ragione per cui alcune coppie si separano, poiché ciascuno segue una propria via che non sempre può essere così prossima a quella della persona con cui ha convissuto e con cui, dopo molti anni, non condivide più la sorte). L’amore, se vero, diventa sempre connesso con la libertà e, come tale, fa correre dei rischi ai coniugi: chi vive a lungo assieme condivide la sorte giorno per giorno (consorte). Se per individualismo consideriamo quella parte di noi che ambisce al riconoscimento della dignità (e l’esigenza di essere rispettati su base paritaria con gli altri), allora il nazionalismo ha anche a che fare con ciò, in quanto le politiche identitarie-nazionaliste stimolano il risentimento di quei cittadini che si sentono retrocessi in “serie B” nel proprio Paese (anche se spesso non è vero) per la mancata assistenza di uno Stato amico (sudditi in varie forme anche di una Pubblica Amministrazione inefficiente) e, a maggior ragione per una presenza di immigrati/stranieri che per dimensioni e rapidità avvenuta, giudicano eccessiva. <Leggi l'articolo di Andrea Gandini>

Scuola e Università

Ferrara città universitaria? Di Andrea Gandini

L’Università di Ferrara nel 2018 ha superato i 20.000 iscritti, con 7 – 8.000 immatricolati all’anno rispetto ai 3.000 di due anni orsono, diventando una media Università. Tale condizione le permette di avere maggiori fondi per la sua gestione. L’ Emilia Romagna è la prima regione per la crescita di studenti universitari (20.000 in più negli ultimi anni) ma è anche quella con il più elevato livello di attrazione di laureati di età compresa fra 25 e 39 anni, seguita dalla Lombardia e dal Trentino. Ferrara beneficia di tale condizione grazie anche all’Area Vasta e alla presenza di servizi di qualità come il PIL (Percorso di Inserimento Lavorativo) che l’Università di Ferrara possiede (tra le poche in Italia) per aiutare i giovani laureandi-laureati a trovare un primo lavoro e che è fondamentale potenziare. L’Università di Ferrara dovrà mantenere la qualità della sua offerta didattica, pure in presenza di un aumento così imponente di immatricolati e diventare sempre più internazionale e qui è fondamentale l’intervento del Governo centrale che deve inserire tra le prossime priorità l’aumento della spesa per le Università che oggi è al livello minimo in Europa (7 miliardi, pari allo 0,38 del Pil), meno della metà di quello che spendono i nostri competitor (UK, Francia, Germania,…). L’Amministrazione che sarà eletta nella prossima competizione elettorale dovrà proseguire la buona pratica dell’apertura degli studentati (come ha fatto di recente Acer con 170 alloggi) e coordinare-agevolare gli affitti dei privati. In Italia è fondamentale stimolare la crescita del numero di laureati, in quanto il nostro Paese ha il livello più basso tra i 28 Paesi Europei (16,5% a fronte di 38,8% di Gran Bretagna, 33,2% di Spagna, 31,4% di Francia, 24,8% di Germania) con la sola Romania col 15,3%, per ora, a un livello inferiore. Il numero di iscritti all’Università in Italia, al contrario, è in calo: si è passati infatti da 1.659.764 del 2009 a 1.428.395 nel 2018, un fatto clamoroso per un Paese come l’Italia che è stato il più ricco e colto al mondo fino al 1600 e che ha inventato le Università.

Europa

Servizio militare obbligatorio? Inutile per l’Italia (e dannoso per giovani e imprese). Di Andrea Gandini

Il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha di nuovo proposto di reintrodurre il servizio militare obbligatorio a cominciare dagli Alpini, ma ha ricevuto anche questa volta ferme obiezioni un po’ da tutti compresa la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. In Italia abbiamo già un esercito mastodontico di ben 150.000 professionisti e il budget del Ministero della Difesa ammonta a 17,9 miliardi (circa l’1% del Pil, Carabinieri esclusi che costano 6 miliardi). Una difesa moderna si basa su professionisti e armamenti di qualità e non su un esercito elefantiaco di retaggio da guerra mondiale e in tal senso aggiungere a questi 150.000 militari anche la coscrizione obbligatoria è un assurdo storico, tenuto conto che la Gran Bretagna ha abbandonato la coscrizione obbligatoria negli anni ’50, la Francia negli anni ’90, l’Italia nel 2000, la Spagna nel 2002, la Germania nel 2011. Impiegare i giovani in una attività non produttiva fra l’altro arrecherebbero un serio danno alle nostre imprese che già lamentano di una carenza di manodopera in un Paese a forte declino demografico. Inoltre già il servizio militare professionistico è poco attraente essendo composto per il 49% da persone proveniente dalle regioni del Sud (dove è dislocato solo il 17% del personale interessato) che lo scelgono soprattutto in assenza di altro lavoro. D’altra parte l’Italia interviene oggi come membro dell’Onu o della Nato in 22 paesi con solo 7.000 professionisti, non si spiega quindi il motivo di avere 150.000 militari. Ciò che potrebbe invece essere utile è il potenziamento del Servizio Civile in attività socialmente utili, nelle comunità di appartenenza. attualmente oggetto di un forte gradimento da parte dei giovani (53.000 nel 2017, ma con il doppio delle domande). Queste cifre spiegano quanto sarebbe opportuno avere una difesa comune in tutta l’Europa (percorso già avviato da Germania e Francia), che superi gli Stati nazionali e che porterebbe a ridurre il personale militare in tutti i Paesi e le spese militari (200 miliardi di euro la sommatoria dei bilanci dei Ministeri della Difesa dei Paesi UE) a vantaggio dei giovani e del welfare. Ma sono proprio i singoli Paesi Europei che spesso ostacolano questo processo, l’Italia per prima, che invece ne trarrebbe un vantaggio in termini di minori costi ma soprattutto di politica estera e difesa comune più efficace. Infatti la presenza di un esercito unito potrebbe consentire all’Europa di negoziare e non subire le decisioni Usa nella Nato, con il Presidente degli USA Donald Trump che chiede, per esempio, a tutti i Paesi (Italia inclusa) di spendere almeno il 2% del PIL, che per noi significherebbe raddoppiare il bilancio militare (altri 18 miliardi!): una follia. Il Governo italiano dovrebbe fare una consultazione in questa direzione per sapere se c’è accordo nello spostare 18 miliardi dalle pensioni e dal welfare alla spesa militare, oppure aumentare ancora di altri 18 miliardi il debito pubblico. L’interesse dei cittadini italiani è, invece, quello di ridurre questo mastodontico esercito di 150.000 militari che (almeno in parte) potrebbero svolgere azioni più utili per il Paese se si considera che quelli impegnati all’estero sono solo 7.000 ed altrettanti sono impegnati nel progetto “strade sicure”. Il risparmio economico permetterebbe di potenziare la presenza dei Carabinieri o della Polizia locale, in costante deficit di personale, specie in un periodo in cui tutti reclamano (a parole) più sicurezza. Come si vede i soldi per la spesa pubblica ci sono in Italia (e abbondano … siamo oltre gli 800 miliardi) ma nessuno si azzarda a tagliare la spesa (sunt clientes).

Territorio

La grande mobilità degli Italiani (e non solo). Di Andrea Gandini

L’immigrazione ha messo in sordina un fenomeno di grandi dimensioni che sta avvenendo sotto i nostri occhi e che riguarda noi italiani (ed europei): la nostra crescente mobilità. Mentre agli immigrati chiediamo di stare a “casa loro”, noi ci muoviamo sempre di più da “casa nostra”. In Italia nascono sempre meno bambini e se non fosse per l’apporto di residenti da altri Comuni e Paesi saremmo nei guai. A Ferrara Comune, per fare un esempio, i nati sono stati negli ultimi 5 anni in media 827 all’anno, i morti 1.820: perdiamo quindi circa mille ferraresi all’anno, ma per fortuna altrettanti ne arrivano. 283 sono infatti i nuovi residenti che arrivano dal saldo tra Comuni (tra chi viene e chi va in altri Comuni) e 643 dal saldo estero (tra chi viene dall’estero e chi ci va). Nel complesso arrivano così ogni anno da fuori Ferrara circa mille persone che bilanciano il saldo nati-morti e che mantengono aperti negozi, imprese, case, affitti, scuole e più viva una città che altrimenti sprofonderebbe sotto il peso del suo calo demografico interno. In sostanza ogni 5 anni arrivano 21mila nuovi abitanti (compresi i neonati) e se ne vanno altrettanti, pari ad un ricambio della popolazione del 16% ogni 5 anni: una mobilità senza precedenti nella storia. Dati che mostrano una città molto più attrattiva e dinamica di quanto gli stessi ferraresi pensano: nel solo 2017 sono arrivati oltre 4mila nuovi residenti: 2.864 da altri Comuni e 1.360 dall’estero. Questo fenomeno (che non c’entra nulla con gli immigrati) crea un certo disagio in alcune fasce di popolazione abituate ad una certa “stabilità”, ma è un fenomeno universale oggi nel mondo. Se non vogliamo solo abitare nell’indifferenza degli altri (e incattiviti nella solitudine), dovremo comprendere che l’identità del futuro si baserà sempre più con il coabitare con gli “altri” e che siamo (noi e gli altri) molto più “simili” di quanto crediamo. Milano è la città più attrattiva in Italia: attrae in media 4.500 persone da altri Comuni e 10mila dall’estero, per cui nonostante perda nel saldo nati-morti oltre 2mila persone all’anno, cresce in media di 12mila abitanti e dal 2012 i suoi residenti sono cresciuti di circa il 10%. Anche Bologna cresce, mentre perdono residenti tutti i comuni lontani dalle città, ma anche molte città del Sud. Per esempio Messina ha perso dal 2012 il 3,5% dei suoi abitanti: sono pochi coloro che vi si trasferiscono dal resto d’Italia, meno ancora dall’estero, e nonostante il numero dei nati sia piuttosto elevato (più di Ferrara) esso non basta a compensare né i morti né, soprattutto, coloro che emigrano verso altri comuni.  

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