Sono 70 anni che l’Italia non ha politiche di immigrazione e integrazione

L’Italia è arrivata per ultima in Europa ad affrontare l’immigrazione e quindi a sapersi “organizzare”, ma non è un buon motivo per non averlo mai saputo fare, anche perché saper accogliere e integrare gli immigrati che ci servono è conveniente anche per noi. Nei prossimi anni diventerà chiaro (a qualsiasi governo) che senza l’organizzazione di un’immigrazione legale e ordinata l’Italia è destinata ad ulteriore declino. La propaganda ha convinto molti che l’Italia possa crescere senza immigrazione ma ciò è falso, come dimostra la storia di tutti i Paesi ricchi in calo demografico che hanno dovuto usare gli immigrati facendoli diventare uno dei motori del loro sviluppo. Ciò spiega perché in quasi tutti questi Paesi di antica immigrazione (nord Europa, anglosassoni) dal 60 al 70% dei cittadini giudica positivamente il ruolo degli immigrati nello sviluppo del loro Paese mentre in Italia solo il 20% dà lo stesso giudizio. Siamo alle “prime armi” e da sempre negati nell’organizzare i processi (figurarsi uno così complesso).

Le vie da seguire sono internazionalmente note: programmazione e organizzazione di ingressi legali, corridoi umanitari per i rifugiati, accordi bilaterali coi Paesi di origine per organizzare sia i flussi legali che rispedire gli illegali. L’Europa si spera ci dia finalmente un aiuto, ma molte cose sono nelle nostre mani. La vera sfida organizzativa è poi trasformare rapidamente gli immigrati (quelli legali, i rifugiati, i pochi irregolari) in lavoratori in modo che siano integrati ed utili a se stessi e all’Italia. La stima dei flussi legali da importare è di 200mila all’anno e la gestione di qualche migliaio di rifugiati sui barconi non sarà certo un problema in un Paese in fortissimo calo demografico. Si consideri che fatto 100 gli studenti dai 6 ai 16 anni nel 2015 saranno 85 nel 2030 (perderemo 1,4 milioni di studenti e relativi docenti), mentre in Germania e Inghilterra gli studenti cresceranno del 9% e del 25% in Svezia.

La scelta non è quindi tra “porti chiusi” o “porti aperti”, questi sono solo slogan. Il Paese ha necessità di immigrati sia per il suo forte calo demografico ma anche per le caratteristiche assunte dalla famiglia italiana che vive in prossimità ai propri figli (o sempre più spesso al proprio figlio unico) e che collabora attivamente a far desistere il proprio figlio nello svolgere lavori non qualificati (nel ferrarese il 30% delle assunzioni). Una delle ragioni per cui moltissimi dei nostri giovani non vogliono fare lavori poco qualificati è proprio la prossimità coi genitori. I figli italiani escono più tardi dalla famiglia (31 anni contro una media UE di 24) e vanno ad abitare (caso unico in Europa) in grande maggioranza a meno di un km. dai genitori e ciò, se da un lato, determina enormi vantaggi reciproci (di aiuto economico ed affettivo), dall’altro ha uno svantaggio enorme. Il cosiddetto “salario di riserva” (come lo chiamano gli economisti, cioè quel salario sotto il quale non si accetta un lavoro) si alza perché sono i genitori per primi (o anche i nonni) a far desistere il giovane dall’accettare quel lavoro (a loro avviso, ma sbagliano) poco dignitoso. E così in questi lavori finiscono gli immigrati che non a caso sono tantissimi nelle città del Nord (dove c’è il lavoro) e pochissimi al Sud (li fanno i lavori da 2-3 euro all’ora). Ora si dà il caso che molte produzioni vivono e crescono in quanto sono formate sia da diplomati-laureati che da manodopera non qualificata e gli studi mostrano che non avendo la manodopera “non qualificata”, le imprese chiudono o delocalizzano. Così neppure vengono assunti i nostri diplomati e laureati, molti dei quali vanno all’estero dove l’immigrazione è organizzata e viene usata per accrescere la produttività del lavoro.

Da quando le migrazioni hanno avuto inizio, l’Italia ha rinunciato tanto a politiche di ingressi che di integrazione. Di fatto, hanno prevalso meccanismi informali e spontanei di incontro tra domanda e offerta di lavoro, sui quali la politica è solitamente intervenuta a posteriori. Per 40 anni (fino al 2015), il percorso tipico di insediamento degli immigrati in Italia si è snodato attorno a quattro tappe: ingresso di fatto legale, in genere con visti turistici; successiva caduta in condizioni di irregolarità per chi prolungava la permanenza oltre la scadenza del visto; accesso a una delle regolarizzazioni a posteriori, periodicamente adottate dai vari governi, a cui faceva generalmente seguito un processo di integrazione non governata. Tra il 1970 e il 2011, infatti, sono stati tredici i provvedimenti – chiamati di volta in volta “sanatoria”, “regolarizzazione”, “ravvedimento operoso”, “decreto flussi esteso”, “sanatoria umanitaria” ecc. – volti a regolarizzare la posizione di poco meno di due milioni di stranieri irregolari. Negli ultimi sette anni, tuttavia, non ci sono state altre sanatorie, con il risultato di produrre un accumulo di posizioni irregolari, stimate nel 2017 da Ismu attorno al mezzo milione di unità. A queste vanno aggiunte le richieste di asilo, cresciute dopo le crisi umanitarie e migratorie dal 2013 (gli irregolari potrebbero quindi essere anche 700mila). Non è quindi esagerato dire che la politica ha di fatto lasciato che i processi economici e demografici giocassero un ruolo da protagonisti, limitandosi a una gestione solo amministrativa. A ben vedere gli ultimi 30 anni non sono molto diversi da quanto avvenuto nei primi 40 anni del dopoguerra e sempre legati a squilibri territoriali nella indisponibilità di manodopera non qualificata. Cambiano gli attori, ma il copione è simile. Prima erano i meridionali italiani a partire verso il Nord d’Italia o l’estero, mentre negli ultimi 30 anni la carenza di italiani meridionali disposti a fare lavori manuali a basso costo è stata compensata, per lo più, dall’arrivo di stranieri, i quali (ora che sono stati regolarizzati) spesso sono tra i più feroci antagonisti degli ultimi stranieri (perché possono farsi concorrenza). Così oggi i meridionali non sono più gli “ultimi” e ringraziano gli stranieri.

Nell’ultimo decennio la novità è che però per la prima volta emigrano all’estero i nostri giovani con elevato titolo di studio (155mila nel 2017, di cui 3 su 4 sotto i 39 anni e di cui oltre 25mila laureati). Tutta l’Europa (UK, Germania,…) è in calo demografico e ha fame di giovani e offre spesso migliori salari. Se saremo capaci di organizzare una buona immigrazione daremo così paradossalmente un aiuto allo sviluppo economico e a molte imprese anche ad assumere i nostri diplomati e laureati, viceversa continuerà l’emigrazione. Ciò che sicuramente continuerà è un’immigrazione che andrà a coprire i posti non qualificati e poco pagati per la semplice ragione che di italiani disposti a fare questi lavori non ce ne sono più. E se l’immigrazione non sarà legale sarà irregolare...sono le imprese a trainarla.

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