L'altra emigrazione, se ne vanno gli italiani

Per gentile autorizzazione dell'Autore Giuliano Guietti, proponiamo la ricerca "EMIGRARE ALL’ESTERO. Dimensioni e caratteri di un fenomeno in crescita" (agosto 2019) effettuata per conto di IRES Istituto Ricerche Economico Sociali Emilia-Romagna.

EMIGRARE ALL’ESTERO

1. EMIGRARE DALL’ITALIA ALL’ESTERO.

Il tema dell’immigrazione domina ormai da tempo il dibattito politico di molti Paesi, tra i quali certamente anche il nostro. Molta meno attenzione si presta al fenomeno opposto, quello dell’emigrazione, che tuttavia in Italia risulta fortemente in crescita, in particolare a partire dagli anni più acuti della crisi. Come si nota dal grafico, infatti, il numero delle persone emigrate per anno è quasi quadruplicato dal 2002 al 2017, che è il dato Istat più aggiornato, fino a raggiungere quasi la metà del numero totale degli immigrati, soglia addirittura superata nel biennio 2015-2016.

Nel valutare questi dati va anche considerato che quelli relativi alle emigrazioni si basano sulla cancellazione della residenza anagrafica in Italia, mentre spesso i cittadini italiani che si trasferiscono all’estero mantengono anche per anni la loro residenza in Italia. Ciò significa che questi dati sottostimano inevitabilmente la dimensione del fenomeno.

Tornando comunque ai dati disponibili, si tratta nell’ultimo anno censito di oltre 155.000 persone, pari al 2,6 per mille abitanti, una quota mai raggiunta in precedenza, più che doppia rispetto a quella di 10 anni prima (1,1 per mille nel 2008).

Occorre dunque chiedersi in primo luogo chi sono i residenti in Italia che migrano verso l’estero. Il grafico successivo rende evidente che si tratta in larga prevalenza di cittadini italiani, la cui percentuale sul totale decresce nei primi anni del secolo, per poi iniziare a salire dal 2011 in poi, fino a raggiungere nel 2017 quasi i ¾ del totale (il 73,9% per l’esattezza). La seconda componente più rilevante è quella dei cittadini europei, in particolare di quelli appartenenti ai 28 Stati dell’Unione Europea.

Del tutto residuale è la quota di appartenenti ad altre cittadinanze.

Nell’ambito dei cittadini italiani, tende inoltre a crescere nel tempo il peso percentuale dei laureati sul totale degli emigrati all’estero: nel 2012 erano il 27,6% della popolazione con almeno 25 anni di età; nel 2017 il 31,1%, corrispondenti in valori assoluti ad oltre 25.000 persone (25.566). Va rilevato che in Italia la quota dei laureati sul totale della popolazione era nel 2017 pari al 15,4%.

In quali Paesi si trasferiscono coloro che dall’Italia migrano all’estero?

Si trasferiscono in netta prevalenza in altri Paesi europei, in misura crescente a partire dagli anni della crisi: nel triennio 2015-2017 hanno scelto questa destinazione circa i ¾ degli emigrati, con una percentuale leggermente più alta nel caso degli emigrati di cittadinanza italiana.

E’ chiaro che nel caso dei residenti stranieri si tratta molto spesso più che di un’emigrazione vera e propria di un ritorno nel Paese d’origine. Tant’è che oltre il 25% degli stranieri emigrati nel triennio hanno scelto come destinazione la Romania e che tra le principali mete ritroviamo anche Cina, Marocco, Ucraina e Albania.

Tra gli emigrati italiani invece le destinazioni preferite sono Regno Unito e Germania; a seguire Francia e Svizzera. Nel caso del Regno Unito è probabile che i numeri nel 2016 e 2017 siano stati parzialmente gonfiati dalla necessità di regolarizzare situazioni preesistenti in vista della cosiddetta Brexit.

Fuori dall’Europa le mete principali degli emigrati italiani sono invece Brasile e Stati Uniti, seguite a distanza dall’Australia. Vedremo comunque più avanti un dettaglio delle destinazioni preferite anche in base all’età del migrante.

A quali fasce d’età appartengono i residenti che decidono di migrare all’estero?

Appartengono per la maggior parte alla fascia d’età tra i 18 e i 39 anni ed è un dato percentuale che non ha subito grandi cambiamenti nel tempo nonostante l’aumento del volume complessivo degli emigrati. Circa ¼ del totale si colloca invece nella fascia 40-64 anni.

Se restringiamo l’analisi alla fascia d’età più significativa, quella appunto dai 18 ai 39 anni, possiamo rilevare che la quota di migranti di cittadinanza italiana sul totale è più significativa che in ogni altra fascia d’età. Era in calo fino al 2010, quando aveva raggiunto appena il 61,7, per poi risalire velocemente negli ultimi anni fino al 78,3% del 2017, corrispondente in valori assoluti a oltre 61.500 emigrati, il triplo del 2010.

In quanto alle destinazioni, risulta particolarmente marcata, in questa fascia d’età la preferenza per i Paesi europei, scelti nel 2017 da quasi il 79% degli italiani che emigrano all’estero. La meta al primo posto rimane, nonostante la Brexit, il Regno Unito, verso il quale si dirigevano, in quell’anno, oltre il 20% degli emigranti di cittadinanza italiana. A seguire Germania, Svizzera, Francia e Spagna, mentre fuori dall’Europa raccolgono percentuali significative soltanto Brasile e Stati Uniti d’America. Da notare come le preferenze cambino nella fasce d’età più avanzate: Germania nella fascia dai 40 ai 64 anni d’età e addirittura Portogallo e Spagna dai 65 anni in su, molto probabilmente per effetto dei benefici fiscali concessi ai pensionati in questi Stati.

2. MIGRANTI DALL’EMILIA-ROMAGNA ALL’ESTERO

Sono le regioni del nord quelle ad essere caratterizzate da maggiori indici di migrazione verso l’estero. E’ facile immaginare che questo sia da mettere in relazione anche alla maggiore prossimità geografica con i Paesi di destinazione.

L’Emilia-Romagna presenta un indice molto vicino alla media nazionale, appena un po’ più alto.

L’Emilia-Romagna partiva da tassi di emigrazione verso l’estero molto bassi, inferiori alla media nazionale. Ma a partire dagli anni della crisi 2010-2012 la crescita è stata più sostenuta e il tasso si mantiene al di sopra anche nelle ultime rilevazioni.

Se prendiamo in considerazione la popolazione nella fascia d’età dai 18 ai 39 anni, il tasso di emigrati all’estero tende a raddoppiare, sia in Italia, sia in Emilia-Romagna. In questo caso però quello emiliano-romagnolo (4,9 per mille) rimane lievemente al di sotto di quello medio nazionale (5,0 per mille), che ha superato solo negli anni dal 2010 al 2013.

Sempre con riferimento alla popolazione in età dai 18 ai 39 anni e considerando il tasso medio dell’ultimo triennio 2015-2017, possiamo notare come non ci siano forti scostamenti neppure tra le diverse province della regione Emilia-Romagna, con l’unica eccezione della provincia di Parma, e in parte di quella di Forlì-Cesena, che mantengono tassi di emigrazione nettamente più bassi della media.

3. IL SALDO MIGRATORIO

Il saldo migratorio annuale è dato dalla somma algebrica di iscrizioni e cancellazioni avvenute per qualsiasi motivo non naturale (nascite o morti) nel corso dell’anno in uno specifica realtà territoriale (Stato, Regione, Provincia o Comune). Tiene conto quindi di tutte le migrazioni verso l’interno o verso l’esterno, non solo di quelle da o verso l’estero.

Il tasso migratorio annuale rapporta il saldo migratorio annuale alla popolazione residente al 1° gennaio di ciascun anno.

Questo tasso offre dunque con buona approssimazione una stima della maggiore o minore attrattività di un territorio, ancora più attendibile se si fa riferimento non ad una singola annualità, che può essere condizionata da fenomeni occasionali, ma ad una media pluriennale, ad esempio quella relativa agli ultimi 5 anni disponibili, ovvero 2014-2018.

In base a questo parametro, l’Emilia-Romagna risulta essere la regione maggiormente attrattiva tra quelle italiane. Non casualmente è stata anche la regione che nel quinquennio considerato ha registrato il più alto tasso di crescita del PIL.

Al contrario, com’era facile immaginare, le regioni meno attrattive sono spesso anche quelle con tassi di crescita economica più bassi, localizzate particolarmente nel sud del Paese.

Adottando lo stesso criterio per l’ambito provinciale, possiamo considerare che la provincia con il saldo migratorio più alto è stata nel quinquennio 2014-2018 quella di Parma, ma anche Bologna e Rimini si collocano nei primi 10 posti e comunque tutte danno un saldo positivo, con il valore più basso nella provincia di Reggio Emilia.



Sempre considerando il saldo migratorio totale, comprensivo cioè anche dei trasferimenti da e per altre regioni, oltre che quelli da e per l’estero, la Regione EmiliaRomagna risulta ampiamente quella con il saldo più positivo tra le regioni italiane nell’ambito della popolazione laureata. Sono in verità poche le Regioni che possono vantare in questo campo un indicatore positivo: oltre all’Emilia-Romagna, soltanto la Lombardia e – con valori molto inferiori – Toscana e Trentino Alto Adige. Tutte le altre regioni italiane risultano essere esportatrici nette di laureati, a partire da Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia.

Fonte: elaborazioni su dati Istat-BES

4. CONCLUSIONI

Il fenomeno delle emigrazioni dall’Italia verso l’estero è in forte aumento negli ultimi anni, in particolare a partire dagli anni più acuti della crisi (2010-2012). Questa crescita riguarda soprattutto i residenti con cittadinanza italiana e soprattutto i giovani dai 18 ai 39 anni di età. Riguarda inoltre in modo sempre più accentuato la popolazione con titolo di studio terziario (laurea e oltre). Le destinazioni di chi emigra dall’Italia sono con larga prevalenza in ambito europeo.

Gli emigrati verso l’estero partono soprattutto dalle regioni del nord del Paese, anche per motivi di maggiore vicinanza geografica con i Paesi di destinazione. L’Emilia-Romagna ha negli ultimi anni un tasso di emigrazione all’estero leggermente più alto della media nazionale, quasi allineato se si considera soltanto la popolazione dai 18 ai 39 anni.

Considerando il saldo migratorio totale, comprensivo cioè anche degli spostamenti interni al territorio nazionale, l’Emilia-Romagna risulta essere nell’ultimo quinquennio di gran lunga la regione più attrattiva d’Italia e ciò vale in particolar modo per le province di Parma, Bologna e Rimini. La stessa considerazione vale se si restringe il campo di osservazione ai soli possessori di un titolo di studio almeno terziario: in questo caso il divario con le altre regioni italiane, Lombardia a parte, è ancora più netto.

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