“Ambiente a 360° (gradi centigradi). L'uomo, il clima, la natura, il paesaggio”

La maratona di lettura che anche quest’anno, meritoriamente, la Biblioteca Bassani organizza, affronta un argomento di assoluta attualità: “L’uomo, il clima, la natura, il paesaggio”.

Con questo titolo, in verità un po’ provocatorio, viene spontanea una domanda: “e la donna”?

Curioso come la Biblioteca Bassani, pilastro di cultura, non sia stata sensibile ad un linguaggio attento al genere, tanto da scrivere la parola “uomo” addirittura nel titolo, senza sostituirlo con “umanità” ad esempio, così come viene suggerito dagli studiosi di linguistica, di sociolinguistica e ormai unanimemente accettato, financo nel linguaggio amministrativo!

Non posso quindi lasciarmi sfuggire la ghiotta occasione di prendere sul serio questa accidentale provocazione, perché se c’è un clima, una natura e un paesaggio per l’uomo, ci sarà anche per la donna, mi sono detta… e ho cominciato a fare ricerche e riflessioni.

Ho avuto fortuna: la rete è stata prodiga di una ricca, interessantissima documentazione che mi ha spinta ad indagare sull’aspetto ambientale con gli occhi e i saperi di chi ha intuito da tempo la connessione tra il dominio dell’uomo sulla donna e le forme di oppressione che l’uomo stesso attua sull’ambiente.

Fin dagli anni ’60 negli Stati Uniti e dagli anni ’70-’80 in Europa e in Italia, la paura del futuro, unita all’urgenza di proporre un’altra visione del mondo, pacifica e rispettosa della Terra, è stata uno dei motori delle azioni di indagine e di resistenza delle donne. Oggi, che quei rischi paventati sono realtà, ci si rende conto che è più che mai urgente l’attualizzazione di quelle indagini e di quella resistenza.

Il punto di partenza di questa riflessione è dato dall’evidente analogia tra il condizionamento culturale e il conseguente sfruttamento dell’invisibile, quanto scontata, forza lavoro delle donne, e lo sfruttamento sulla natura. Non solo: tra la violenza delle relazioni uomo-donna, ancora molto presente e profonda nella nostra società patriarcale, e la violenza uomo-natura.

Per identificare questo processo, è stato coniato il neologismo “ecofemminismo”, comparso per la prima volta nel 1974 in un lavoro dell’ambientalista Françoise d’Eaubonne e definisce la partecipazione femminile alle lotte di carattere sociale ed ecologico, o per meglio dire, il legame tra degrado della natura e subordinazione delle donne.

L’ecofemminismo diviene in breve tempo una realtà trasversale a tutte le latitudini: le donne si riconoscono come forza, e, nell’azione della difesa dell’ambiente, vedono un obiettivo comune. Nel nostro Paese un importante lavoro per ricostruire il pensiero e il lavoro delle ecofemministe è il libro “Ecofemminismo in Italia – le radici di una rivoluzione necessaria” di Franca Marcomin e Laura Cima, una raccolta di testimonianze e un approfondimento teorico e storico del movimento ambientalista, attraverso la storia dell’ecofemminismo italiano.

Così come il condizionamento culturale assoggetta le donne alla cura e all’accudimento di persone e cose, (lavoro domestico, responsabilità e accudimento per bambini e adulti) sarà il rendersi conto di questo stesso condizionamento che le spingerà a farsi protagoniste nel cercare soluzioni per salvare la vita dei figli, delle famiglie, dei colleghi, consapevoli del legame tra la società umana e il suo ambiente sociale, tra natura e vita umana, con riflessioni critiche verso un mondo governato dalle leggi del profitto, della competizione e del dominio sulla natura, che le motiverà in un agire urgente, per fermare la distruzione del pianeta. Considerazioni azzardate? Forse, ma non peregrine e che adesso, arrivati tutti e tutte alla consapevolezza della connessione tra vita umana e natura, trovano condivisione e consensi nella necessità di una convergenza di azioni a contrasto di entrambi questi sfruttamenti per agire e fermare la violenza e la distruzione del pianeta e per agire e fermare la violenza sulle donne. D’altra parte, non è forse vero che ad iniziare a muoversi sono state le giovani studentesse?

Questa nuova consapevolezza ha dalla sua l’evidenza dei riscontri: è dimostrato che il funzionamento della società dipende in larga misura dal contributo invisibile e gratuito del lavoro delle donne e della natura. Cura e accudimento, mansioni domestiche, rigenerazione forza lavoro, relazioni parentali e sociali: sono tutti ruoli assunti dalle donne, ruoli che fanno parte della vita privata, ruoli fuori mercato, invisibili (anche se questo lavoro femminile rappresenta circa i 2/3 dell’economia) così come lo sono i servizi ecosistemici per la natura.

Se vogliamo una soluzione ecologica alla crisi che stiamo vivendo, dobbiamo riprendere, estendere e diffondere questo approccio nuovo, frutto di un’ottica diversa nata da un’attitudine che è di cura e di prudenza: non correre rischi non calcolati, prediligere la cooperazione rispetto alla competitività, la qualità alla quantità, il valore d’uso (l’utilità degli oggetti che realizziamo per il nostro benessere) al valore di mercato (gli oggetti che vengono prodotti per essere venduti e realizzare un profitto), riparare piuttosto che gettare via e rendere visibile, e valorizzarlo, l’invisibile.

E contrastare prevaricazioni e gerarchie, rispettando e condividendo priorità e urgenze: non uomo e natura ma umanità intera pronta a recepire una nuova consapevolezza che premia un impegno corale a salvare e preservare, a vantaggio di tutte e di tutti.   

(l'immagine è tratta da: www.cittadarte.emilia-romagna.it)

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