Potere alla grammatica!

“Capitana”, “Arbitra”, “Terzina”.

In questi giorni le gesta delle nostre azzurre del calcio e della capitana della nave Sea Watch sono state raccontate con le modalità grammaticali e semantiche tra le più curiose e tra loro contrastanti, tanto da costituire esse stesse, una narrazione a se’ stante, che ha fatto emergere un “retrogusto” fatto di insospettabili analfabetismi e inconsapevoli resistenze.

E’ un fatto positivo che in questi ultimi decenni la sensibilità verso un uso del linguaggio rispettoso di entrambi i generi stia entrando nel dibattito pubblico e crei clamore (anche se, per fortuna, sempre meno “acuto”) perché, anche il solo parlarne, costringe a focalizzare l’attenzione su questo tema, e, a torto o a ragione, spinge a prendere posizione.

Non basta sapere che il linguaggio è un elemento fluido, che è uno degli strumenti più importanti della comunicazione, che vive nel “durante”, si adatta, condiziona e modella il pensiero e ne è condizionato e modellato…non basta sapere questo, per giustificare la necessità e la correttezza dell’uso della declinazione al femminile delle parole…sarebbe troppo facile! Non basta perché questo non è solo il mondo della grammatica, della sintassi e della semantica, ma è quello ben più agguerrito delle resistenze culturali, degli stereotipi, delle zone di confort linguistico difficili da abbandonare e di una cultura che stenta ad affrancarsi dalle sue radici paternalistiche e patriarcali.

Mouse, flag, download, scanner, e molti altri lemmi mutuati dal linguaggio informatico o da quello scientifico o delle specializzazioni, non ci sono costati sforzi particolari per accettarlo, usarlo e talvolta ostentarlo con sussiego…

E allora perché ci fa così paura la Capitana? L’Arbitra? La Terzina? Forse perché tolgono potere di primogenitura ad un ruolo ritenuto solo maschile? E le donne che lo svolgono, come devono sentirsi? Usurpatrici? Provvisorie? Millantatrici? A tempo determinato?

Non a tutte le nostre protagoniste, però, piace la declinazione al femminile del loro ruolo, professionale o sociale o sportivo che sia.

Pazienza. Ci si farà l’abitudine. Tutte e tutti. E non è pensabile, né corretto fare un censimento di gradimento, quando la regola grammaticale è lapidaria (e rispettosa della pari dignità di genere): esiste una declinazione al maschile e una al femminile. In italiano il neutro non esiste e quello che viene indicato come “maschile neutro” o “maschile inclusivo” è un arbitrìo (il cui retaggio culturale, così evidente, stimola indagini e riflessioni).

Esistono resistenze? Certamente! Prendiamo però consapevolezza che sono resistenze di carattere culturale, sulle quali urge approfondimento, riflessione e scambio di saperi, che utilizzano motivazioni pretestuose (sono termini cacofonici, oppure “si è sempre detto così”) per essere giustificate.

E allora ben vengano le arbitre, le terzine, le capitane, ma anche le architette, le sindache, le mediche e le ingegnere, che al fianco delle operaie, delle segreterie, delle impiegate, delle casalinghe e delle fattorine (rivelatore il tratto distintivo di “contiguità al potere” tra le prime e le seconde), segnino, con il loro sapere e la loro visibile presenza, anche nella corretta declinazione al femminile del loro ruolo, il valore della differenza!


(l'immagine "Kienerk, enigma umano" è tratta da: www.cittadarte.emilia-romagna.it)

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