La presentazione del libro “Paisi – Una storia di Francesco Ottanà"

“La realtà di oggi del Sud è una realtà che paga uno scarto culturale profondo, che non ha origini solo in tempi antichi ma purtroppo anche in tempi più vicini a noi. Bisogna ricominciare da zero o da sotto zero, bisogna avere il coraggio di riconoscere che se non si semina conoscenza e se non si apre al sapere, è inutile tentare di incidere su strutture che si autodifendono con l’ignoranza. Questo Sud per come è oggi, ha bisogno di essere rifondato, bisogna che le male radici vengano estirpate senza pietà, bisogna essere coraggiosi missionari. Non è polemica, ma io penso con amarezza che in queste celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia è stata persa e sprecata l’occasione per iniziare un virtuoso cammino di conoscenza e di analisi. Molti dei mali del Sud, è vero, sono antichi, ma molti derivano anche da come 150 anni fa è stato annesso al Regno di Piemonte, con quello che ne è seguito. Bisogna sapere, conoscere, liberare le coscienze e ancora portare sapere e ancora portare conoscenza. Questo, secondo me è l’antidoto perché Paisi e tutti i vari Paisi del Sud possano liberarsi dal Fato che non incombe di per sè, ma è generato dall’oscurantismo che genera poi tutti i mali possibili”, dalle conclusioni di Francesco Ottanà all’intervista di Paolo Micalizzi.

La presentazione del libro “Paisi – Una storia di Francesco Ottana”, è avvenuta presso la biblioteca Ariostea di Ferrara il 24 gennaio del 2012 con il saluto della Professoressa Gianna Vancini, Presidente del Gruppo Scrittori Ferraresi.

“Un amico di un amico”, quindi sono stata immediatamente desiderosa di conoscerlo quando Paolo Micalizzi, la cui competenza di critico cinematografico è nota a livello nazionale e non solo nazionale, me ne ha parlato, e ho avuto quindi il piacere di avere in mano questo volume molto gradevole anche a vedersi e anche a toccarsi, bellissima copertina, e di leggerlo alcuni mesi fa perché la presentazione doveva essere fatta tempo addietro, poi uno sciopero ha rimandato tutto ad oggi. È stata una lettura piacevole per la scorrevolezza della lingua, ma soprattutto io sono rimasta fortemente e positivamente impressionata dalla storia di questa città che c’è, che non c’è, una città dell’anima, una città in cui si associa passato e presente nel bene e nel male, quindi un contenuto veramente di alto spessore. Non mi ha fatto meraviglia quando, avuto il libro tra le mani, ho letto la breve nota in quarta di copertina, scoprendo che il dottor Ottanà è laureato in chimica industriale perché nel Gruppo Scrittori Ferraresi abbiamo medici, abbiamo chimici e veramente c’è questo duplice mondo, queste due anime per cui veramente nessuna meraviglia nel risultato positivo che io ho avuto poi leggendo il suo libro, un romanzo intrigante indubbiamente da avere, da mettere nello scaffale nella libreria di casa. Nel prossimo numero della rivista del Gruppo Scrittori, l’Ippogrifo, l’abbiamo segnalato tra i consigli di lettura perché indubbiamente è molto valido e credo e spero che presto il dottor Ottanà faccia parte della nostra famiglia, Auguri per questo pomeriggio, per il successo di questo libro e anche per altri a venire.

Successivamente ha fatto seguito la presentazione ufficiale del libro di fronte ad una colta platea, quale è quella che solitamente frequenta la biblioteca Ariostea, attraverso una intervista in diretta allo scrittore, che già aveva pubblicato un libro di poesie.

 “Paisi – Una storia di Francesco Ottana”, presentazione e intervista di Paolo Micalizzi.

Nel 2001 in questa stessa sala ho presentato un volume di poesie di Francesco, più familiarmente Ciccio, Ottanà dal titolo “ … e ‘stu me’ cori”, cioè “… e questo mio cuore”. In quella occasione sottolineai come l’autore nel fare il poeta, il poeta della sua terra, esprimeva il suo amore per la Calabria, la terra in cui è nato e a cui è legato da grande affetto. Nelle sue poesie la chiave di lettura è la nostalgia che è soprattutto ricordo, sensazioni, memoria di persone. Da esse, proseguendo nella sua creatività, scaturisce in Ottanà la voglia di raccontare in forma di prosa storie che hanno fondamento nell’osservazione della realtà del suo paese. Sia quelle del ricordo di giovane che ad un certo punto della sua vita abbandona per questioni di lavoro la sua terra, che quelle immaginate nelle occasioni di ritorno avvenute negli anni successivi. Nasce così questo suo romanzo dal titolo “Paisi – Una storia” in cui esordisce pubblicamente come romanziere. Dico pubblicamente perché pur continuando dopo il primo volume a scrivere poesie, Ciccio Ottanà tendeva a cimentarsi nella narrativa con “prove d’autore”, come si suol dire, fino a decidere di dar vita ad un romanzo. Ed eccoci qua a dargli il battesimo di romanziere con “Paisi – Una storia” dove i suoi pensieri che lo riportano alla sua terra ne fanno scaturire una narrazione che lo riporta alle situazioni dominate dalla tradizione, arrivando man mano alla trasformazione che esse subiscono con la modernità.

Vediamo come, dialogando con lui.

Domanda: Inizio il nostro dialogo chiedendoti di cosa tratta questo libro.

Risposta: In questo libro che ho intitolato PAISI – UNA STORIA, racconto le vicende che si svolgono in un piccolo paese dell’estremo sud d’Italia, che simbolicamente ho chiamato Paisi. Ad un certo momento della sua storia, Paisi, come pegno da pagare al progresso che avanza, passa dal, chiamiamolo così, protettorato di un personaggio, don Pascale, che ne orienta la placida vita, alla barbarie della delinquenza moderna. Si svolge sul suo territorio una lotta tragica tra organizzazioni senza scrupoli per impiantarvi dei traffici ovviamente illeciti e Paisi, che è inerme e del tutto impreparato, non può fare altro che rimanere scettico e assente di fronte agli avvenimenti che lo riguardano.

Domanda :Quando si scrive un libro si ha qualcosa da esprimere. Mi dici in breve cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Risposta: Ho voluto condensare in questo libro la tragedia di una parte del nostro Paese maltrattata e abbandonata, facendo, direi quasi a futura memoria, una mia sintesi di quegli sconvolgimenti che si sono verificati nell’estremo Sud della nostra penisola nella seconda metà del XX secolo. Sono stati cambiamenti avvenuti in maniera repentina e rapida e senza gli adeguati supporti etici e morali. Si è svolta una lotta tremenda per il controllo del territorio tra i vecchi potentati e la nuova criminalità. Paisi nel mio immaginario è una piccola cittadina che diventa simbolo ed emblema di tutto questo. L’impatto improvviso che hanno subito quelle Terre già compromesse dall’abbandono e dall’isolamento, con i nuovi problemi creati dall’avanzare del progresso industriale è stato purtroppo gestito dalle Istituzioni con l’assenza, col clientelismo, con l’assistenzialismo o peggio ancora con la forza poliziesca. Il risultato è che il Paese Italia con il suo disinteresse ha contribuito a generare quei mostri che hanno trovato terreno fertile per nascere e successivamente per espandersi e oggi attanagliano la società. L’abbandono e l’isolamento erano stati le cause prime dei mali di cui Paisi è simbolo ed emblema, ma paradossalmente, non appena la novità lo coinvolge e Paisi reagisce e si sveglia, si ritrova, impreparato com’è a difendersi da solo, in quella spirale di violenza che quella novità ha portato con sé.

Vorrei leggervi adesso l’Introduzione con cui apro il libro. Vi esprimo la visione che informa tutto il libro.

“Protagonista di questa storia è una cittadina di un qualsiasi profondo sud, Paisi, con la sua Torre.

Qualche lettore potrebbe chiedermi: Esiste Paisi? È esistito da qualche parte nel mondo?

La mia risposta è: Non lo so.

Quello che so è che Paisi è certamente fantasia e come tutte le fantasie ha in sé una qualche parte, piccola o grande, di vero e di reale.

Quale e quanta fantasia ciascuno, forse non concordando con gli altri, lo sperimenterà a modo suo, secondo la sua sensibilità, le sue esperienze, il suo sentire e secondo come vorrà leggere questa storia raccontata alla guisa di discorso appassionato e dimesso.

Questo discorso di fantasia (o di quasi fantasia?) è metafora di una terra che per strangolarsi usa le mani dei suoi figli, che è scettica al punto da non distinguere il bene dal male, che è pronta a rinnegare le sue radici e solo nel privato trova appagamento, e che è paradossale nel trovare male in quello che dovrebbe essere bene e bene in quello che dovrebbe essere male.

I personaggi non sono protagonisti, essi si caricano dell’incombenza di seguire i fili che si dipanano, per darci modo di spiare entro questa breve parentesi nell’andare senza fine del Fato di Paisi.

Il tempo non ha confini in questa fantasia-metafora, perché queste cose, sotto diverse forme esteriori, sono già successe e succederanno ancora nell’eterno girare della ruota del Fato.

Così era stato nel passato, così è nel presente, così sarà nel futuro.

Pessimismo smodato o realismo estremo?

Forse solo realismo senza aggettivi, nella constatazione della realtà che non muta.”

Domanda: Tratti PAISI alla stregua di un personaggio vivente, un personaggio che come una antica deità accoglie e gestisce i suoi abitanti sotto il suo mantello che sembra essere il mantello del Fato.

Risposta: Io sento molto questo senso di accettazione passiva presente nei miei conterranei. Dopo secoli se non millenni di impotenza si è generato questo senso di sacra accettazione della realtà come se fosse prodotta da ineluttabili volontà divine contro cui è inutile ribellarsi. Il Fato decide tutto, è una ruota che gira e che presto o tardi tornerà allo stesso punto. Questo fatalismo che spesso all’apparenza può apparire beffardo, si trasforma altrettanto spesso poi in uno scetticismo che può essere scambiato per antica saggezza, ma che è invece la corazza entro cui nascondersi per proteggersi.

Domanda: Perché il sottotitolo UNA STORIA?

Risposta: Il termine storia può essere inteso sia nel senso originale e classico di narrazione ed interpretazione di fatti inerenti le azioni dell’uomo, ma anche come racconto, favola, storia appunto, e allora come tutte le favole potrebbe indurre, e questo darebbe un significato positivo al mio lavoro, a trarre alla fine una morale, un insegnamento, un proposito. E allora bisogna superare la storiografia ufficiale se questa si limita ad elencare avvenimenti e fredde concatenazioni, in modo da affrontare il problema proprio come una storia, una favola che inducendo ad indagare anche col superamento della fredda ricerca storica, possa darci la possibilità di trarre una morale. Io sono fermamente convinto che se non si conosce l’intima natura dei fatti attraverso lo studio dell’animo umano e la penetrazione della realtà che ha contribuito a generarli è vano proporre giudizi, stilare condanne e sognare soluzioni. L’estremo nostro Sud ne ha bisogno.

Domanda: Il libro inizia e finisce con il riferimento ad una Torre, c’è un significato in questo?

Risposta: Sì. La Torre è un tutt’uno con Paisi, È il suo simbolo e lo domina da più di 500 anni, lo ha protetto dai pirati saracini, ne ha certificata l’esistenza messa in forse dai terremoti, con la sua stabile continuità ha sempre indotto gli abitanti a credere che le cose non sarebbero mai cambiate, ma alla fine anche lei si deve arrendere ed il suo declino certifica che il Paisi che ha protetto per tanto tempo e che l’ha tenuta in vita per tenere in vita se stesso, non c’è più.

Domanda: Il personaggio chiave, in questa storia senza protagonisti, sembra essere questo tale don Pascale. Chi è? Cosa rappresenta?

Risposta: In realtà i personaggi chiave, sono gli avvenimenti, che non sono voluti, non sono cercati, ma vengono subiti. Don Pascale è un ingranaggio nella ruota del Fato, è l’ultimo rappresentante di una genia di personaggi che nel bene e nel male hanno gestito e determinato la vita in una comunità come Paisi. Li chiamavano ‘ndranghitisti. Ma, attenzione, fino a don Pascale questo termine aveva un significato ben diverso da quello che si attribuisce oggi alla malavita organizzata calabrese. Risaliamo alla etimologia. La parola è di origine greca: andragathìa, che possiamo rendere con: valore, prodezza dell’uomo, carattere del galantuomo. È verosimile che il termine sia stato attribuito a questi personaggi quando nella attuale Calabria meridionale si parlava greco bizantino. Erano tempi convulsi e senza regole in cui c’era la necessità di avere un punto di riferimento e questi personaggi lo erano diventati, supplendo il vuoto del potere legale dello Stato, che praticamente non esisteva. Si erano autonominati magistrati, giudici, forze d’ordine e lo erano realmente. Amministravano un tipo di giustizia che direi biblica, semplicemente: occhio per occhio dente per dente, pronta, inflessibile e agli occhi dei popolani giusta. Non erano sicuramente progressisti, ma ad esempio le donne, sottomesse come in tutte le comunità che si affacciavano sul Mediterraneo, godevano di un rispetto assoluto. Dovevano sgobbare e tanto, ma guai a chi mancava loro di rispetto. I bambini erano sacri. I giuramenti inviolabili e l’onore il perno su cui ruotava tutta la società. Ma il potere corrompe e la supremazia, spesso, anche se non in tutti, si è poi trasformata in tracotanza e arroganza di potere. Don Pascale gestisce la vita di Paisi, ha un suo codice d’onore che applica fino a pagare con la vita per rispettarlo e lasciare integro il suo onore di ndranghtista. Ma chi è? Ecco come lo descrivo: 

“Don Pascale era un uomo dall’aspetto bonario, basso di statura e largo di pancia, con due mustacchi che erano la prosecuzione delle basette, proprio come si vede nei ritratti delle persone importanti dell’ottocento, e con due occhi un po’ cisposi e all’apparenza miti ma che nel lampeggiare esprimevano l’idea del comando e vivificavano in quei momenti un aspetto all’apparenza altrimenti inoffensivo.

Estate e inverno portava il suo “borsalino” e sul panciotto splendeva una catena d’oro massiccio. Fumava la pipa, una pipa tradizionale in terracotta e mai in presenza di persone estranee. Il suo vestire era dignitoso e scuro, con il panciotto a contenere un poco le rotondità, senza cravatta. Usava le lenti solo per leggere e non ci teneva a farlo sapere.

Aveva una età indefinita tra i sessanta e i settanta anni e non si era mai sposato perché il comandare, che è meglio di qualsiasi altra cosa e che era stato l’unico impegno della sua vita, richiede una dedizione assoluta e senza diversivi.

Parecchi pargoli, però, avevano il diritto di vantare la sua paternità.

Il suo diritto, invece, ad essere quello che era gli veniva prima di tutto dalla eredità di suo padre, il compianto don Coscimo, ma anche, e non era poco, da quello che si era conquistato sul campo, sempre con educazione, la sua educazione naturalmente, e non rinunciando mai alla sua aria bonaria e compiacente.

Erano stati tempi duri, tempi in cui bisognava tenere ordine e dare pace alla gente, giudicare e condannare senza farsi prendere dalla pietà, far capire ai ricchi che i loro averi in definitiva erano un gentile dono, casomai invitandoli ad una vacanza in certe località un poco scomode, e poi proteggere, proteggere tutti, anche quelli che non lo volevano e ridurre alla ragione chi avrebbe voluto imporre un altro ordine a modo suo e che non poteva andare bene, casomai aiutandolo a inciampare sul dubotti o a cadere in una scarpata o a strangolarsi con le sue mani.

Tempi duri, sempre circondato da nemici, ma anche da amici e alla fine aveva vinto: non c’era nella zona terra o giardino, acqua o guardiania, movimento o delitto, bene o male che non avesse il suo beneplacito e la sua supervisione.

Ai tempi, suo Padre era stato aiutato in questo, non si poteva negare, dalla nuova gestione del potere che si erano presi ad un certo punto alcuni dritti, guidati da uno veramente Dritto, che gli avevano dato una mano proprio nel momento in cui gli era sembrato di aver perso, tampinato com’era, alla fine dell’altra guerra, da sindacati, scioperi, occupazioni e dai latifondisti che vedendolo indebolito non riconoscevano più la sua autorità.

Dopo che le cose si erano messe a posto, a quel fesso del Dritto, che poi non doveva essere tanto dritto, gli era venuta la smania della guerra.

Non che non avesse portato qualche vantaggio, anzi con i razionamenti e le tessere non si stava male e don Pascale aveva cominciato a farsi le ossa.

Poi, quando erano arrivati, gli Americani lo avevano cercato per via di certe notizie che avevano dato certi suoi amici di là e lo avevano fatto Sindaco.

Questa fu una cosa importante perché don Pascale capì cosa era la democrazia e si fece tanti amici democratici prima di farsi da parte, schivo come voleva essere, perché pensava e sapeva che chi compare è sulla bocca del mondo e tutti lo vedono con quello che ne può seguire.

E in virtù dell’esperienza già fatta insieme a suo padre, coltivò il potere, non con uno ma con tutti i partiti, perché nella democrazia invece di uno, come era prima, comandano tutti.

Qualche sciopero ogni tanto, qualche espropriazione, qualche testa calda montata dai giornali, dai sindacati e da quella diavoleria che ti fa vedere le cose e non solo sentire, non erano mancati, ma anche con la nuova gestione era stato capace e abile di far tornare le cose nella loro natura, attraverso le giuste conoscenze e le giuste amicizie, accaparrandosi la direzione delle votazioni che, aveva avuto l’intelligenza di capire, erano la nuova ricchezza.

In definitiva tutto era normale e non c’erano neanche nemici seri da contenere, c’era la pace di don Pascale.

E anche pericolose novità che avrebbero rovinato la vita della gente, le industrie, per esempio quelle per la lavorazione dell’olio e degli agrumi, era meglio che se ne stessero dove erano, qui bastava che si coltivasse, si raccogliesse e si rispettassero le cose che dovevano stare al loro posto.

Proprio non se ne sentiva il bisogno e se a qualcuno gli mangiava di provarle, che si facesse la valigia e si prendesse il treno.

E se lo diceva lui, così doveva essere.

E anche questa minaccia don Pascale era riuscito a contenere.

Del resto, chiunque da lui aveva avuto del bene e chi aveva “perduto” qualcosa, se lo chiedeva come si deve, presto l’aveva ritrovata, chi non aveva fatto il suo dovere dopo aver ingravidato qualche giovina si era ritrovato sposato con la sua benedizione, chi voleva fare il furbo senza ragione, si era ritrovato scemo e cretino e per mezzo suo chi doveva sapere, sapeva e chi doveva fare, faceva e alla festa della Vergine Immacolata o del Santo il suo partecipare era sempre splendido e, in questo caso e solo in questo caso, ostentato.

E quando passava, a Paisi era tutto uno scappellio, era tutto un salutare con deferenza era un mettersi in fila al tavolo del caffè dove si degnava di ricevere gli amici e i postulanti, dove intrecciava trame con altri potenti, dove faceva e disfaceva”.

Domanda: E poi? Qual è la sorte di questo don Pascale?

Don Pascale combatte per conservare il potere, insidiato dalle novità arrivate sul suo territorio. Perde il controllo e subisce, ma la dignità che vive a suo modo e le responsabilità che sente verso i suoi concittadini gli danno la capacità di avere uno scatto di orgoglio che pur nella sconfitta, paradossalmente può anche essere una vittoria. E compie un atto finale:

“Tirò su la cornetta del telefono, compose tre cifre e lentamente, senza presentarsi, scandendo le parole, disse con tutti i particolari necessari, quello che c’era da dire.

Sansone era caduto, ma anche i Filistei non avrebbero avuto da gioire”.

Domanda: Riferendoti ai vecchi ndranghitisti li hai definiti personaggi che nel bene e nel male hanno gestito il potere. Ed allora questo don Pascale, anche alla luce di quanto hai appena detto, a quale sfera appartiene?

Risposta: Se mi chiedi un giudizio secco, assoluto, non può che essere negativo, senz’altro ne penso male. Si è insediato al comando, si è conquistato il potere con mezzi certamente non democratici o di consenso, come diremmo oggi, e lo detiene senza la minima incrinatura o concessione, si è opposto a qualsiasi novità. Ma non si vive di assoluto, il nostro mondo di uomini è un mondo di relazione e di contatti. Nella completa indifferenza e spesso assenza del potere legale, mi chiedo chi avrebbe potuto assicurare un ordine anche minimo in queste comunità isolate, povere, vessate, dove la sopravvivenza si doveva conquistare ogni giorno difendendosi dal vicino più affamato di te e dal proprietario latifondista? Fu compito dei don Pascale assicurare che la convivenza fosse possibile. Lo fecero a modo loro, è vero, spesso dalla parte del possidente, ma diedero modo alla gente di sopravvivere, dotandola di leggi non prese dai Codici, ma natura .

Tutto sommato non mi sento di condannare senza appello le generazioni di costoro fino a don Pascale. Oggi è un’altra storia che stiamo ancora vivendo.

Domanda: Contrariamente alla tendenza attuale che vede il sesso presente spesso nelle opere letterarie, nel tuo libro non c’è sesso. Non è strano?

Risposta: No, non è strano. A Paisi il sesso, almeno ufficialmente. non esiste. È un affare così strettamente privato ed intimo che è vietato anche il solo accennarlo in pubblico. Torniamo alle civiltà mediterranee ed al concetto di possesso della donna da parte dell’uomo che fino dalla notte dei tempi le ha caratterizzate. La donna è la custode del focolare domestico, è colei che assicurerà la discendenza solo e solamente al marito e non potrà neanche essere sfiorata dal sospetto che ci siano altre possibilità per lei. Questo naturalmente in teoria, in realtà come in tutto il mondo e in tutte le epoche, necessariamente il sesso esiste anche a Paisi, le tresche esitono anche a Paisi, ma sono così mascherate e nascoste e anche ufficialmente ignorate dai diretti danneggiati che preferiscono allo scandalo fingere di non sapere, che io non sono riuscito ad accorgermene.

Ma non crediate che veramente le donne di Paisi siano così sottomesse e incolori. Anche loro usano la furbizia che hanno spesso le donne, nascoste dietro i loro uomini e in realtà intente loro stesse a tirare le fila di tutti i traccheggi senza mai apparire. Ne do un esempio nel libro, descrivendo le trame, positive in questo caso, tessute da Concettina, giovane popolana che si innamora di Franz, cipollone biondo sud tirolese prigioniero di guerra, capitato stranamente a Paisi. Tante ne fa e tante ne studia fino a riuscire, in barba ai genitori, ai fratelli, ai paesani e alla guerra a sposarselo, passando abilmente e senza scandalo sopra tutte le convenienze e le usanze, giammai in prima persona, ma furbescamente usando e servendosi del prete e del padre.

Domanda: Hai inserito nel racconto questa storia d’amore tra Concettina e Franz.

Risposta: Inserire questa storia mi ha divertito e mi ha dato come una boccata di aria pura. In un ambiente che è necessariamente cupo e dal mio punto di vista senza neanche una possibilità di speranza, almeno immediata, la vicenda bella, limpida, pulita, poetica di due giovani, così lontani in tutto e per tutto che si ritrovano nell’amore mi ha dato un senso di pulizia e di speranza che ho voluto trasmettere al lettore.

Domanda: Nel racconto descrivi minuziosamente la vita di Paisi, quando ancora era un placido paese, nei suoi riti e nel suo andare avanti senza scosse. Per me è molto significativo per l’economia del racconto che tu l’abbia fatto.

Risposta: Sì, è importante questa descrizione di come era la vita a Paisi prima che avvenisse il cataclisma, a confronto del dopo cataclisma. Paisi viveva infatti dei suoi riti, sempre uguali, sempre ripetuti, in modo che se un osservatore vi avesse fatto caso, non sarebbe riuscito a definire in quale tempo della storia si stesse vivendo. Per quanto riguarda il privato, ciascuno viveva il suo in maniera assolutamente chiusa e impermeabile agli altri. Questo arroccarsi entro il proprio privato che andava difeso ad ogni costo, pena la perdita dell’onore, contribuiva molto alla mancata circolazione delle idee e alla stratificazione di quegli atti che ho definito riti, perché come per i riti la sostanza vera si era persa e rimaneva l’involucro a racchiudere il vuoto. Ci pensa però l’imponderabile, l’intervento esterno, a muovere le cose. Quando i paesanesi si accorgono che esiste la possibilità di vivere una vita che esca dai binari tracciati e che offra nuovi orizzonti, si trovano di fronte a qualcosa di assolutamente inebriante. Si può essere liberi, si può pensare, si può anche azzardare e farsi strada sgomitando. È arrivato il progresso e con esso gli appetiti repressi di cui si ignorava l’esistenza si svegliano, gli interessi sopravanzano le amicizie fino ad allora sacre, il guadagno e la speculazione diventano obiettivi primari. Paisi stretto tra questo nuovo modo di vivere e l’incombere di crudeli interessi a lui estranei, perde la sua anima e si nasconde dietro il disinteresse e lo scetticismo. Questo darà impulso a che la ruota del Fato ricominci a girare perché sotto le nuove apparenze, degli affari, dell’inimicizia, dell’odio, dell’invidia, tutto torni come prima, come sempre.

Domanda: Nel tuo racconto c’è anche la presenza di una figura singolare, quella di Vladimiro. Che senso ha per te averla introdotta?

Risposta: Vladimiro, o Valdimiro come era stato ribattezzato a Paisi nella non insolita usanza di storpiare i nomi come per impadronirsene, è figlio di Concettina e Franz. Nasce tra le nevi delle Alpi, ma i suoi geni sono i geni mediterranei della madre e torna al paese dei suoi avi mediterranei. Valdimiro rappresenta quella ventata di nuovo e di moderno che avrebbe potuto salvare Paisi, ma che viene respinta e addirittura ridicolizzata dall’ottuso e spocchioso atteggiamento di quei vuoti pseudo intellettuali di Paisi. Come per don Pascale, anche per loro nulla deve cambiare perché non vogliono perdere le loro prerogative. Valdimiro con la sua mentalità aperta e moderna e con il suo richiamare tutti e ciascuno alle proprie responsabilità, rischia di mettere tutto questo in discussione. Ed è paradossale che solo don Pascale che dovrebbe davvero temerlo perché portatore di nuove idee che potrebbero minare la sua autorità, lo consideri e lo ammiri. Ma don Pascale che conosce l’animo umano, altrimenti non sarebbe dove è, sa valutare e di fronte all’ipocrisia che egli disprezza, accetta la sfida del puro Valdimiro, dimostrando alla fine di averne condiviso lo spirito di dignità che trasmette.

Io Valdimiro lo descrivo così:

“Il dottore Vladimiro (o Valdimiro, come lo avevano ribattezzato a Paisi) Clughè non era proprio un dottore, uno di quelli che ti curano il mal di pancia o i dolori reumatici e tante altre cose che ti vengono, ma lo stesso si faceva chiamare dottore.

Che era istruito e sapeva tante cose si vedeva e si capiva e certo era andato all’università, ma anche tanti altri erano andati all’università e si chiamavano avvocati, ingegneri, professori, lui no, lui era dottore anche se non era medico.

E del resto era già una stonatura la sua statura non molto alta che rendeva, se vogliamo, ancora più ridicola la magrezza della figura minuta che lo accompagnava, nobilitata però da un paio di occhi neri come pochi, che restavi incantato a guardarli e non capivi come avevano fatto il carbone e la notte a fare combriccola e a ritrovarsi laddentro.

Aveva capelli lunghi, uno scandalo, come d’artista, biondi e lisci, era insomma una contraddizione continua: dottore e non medico, basso e secco, occhi neri e capelli biondi.

Lui studiava, possiamo dire che passava il suo tempo a studiare, ed aveva frequentato tutte le biblioteche che avevano documenti antichi sulla storia di Paisi e possedeva di suo una documentazione da fare invidia ad uno storico di professione.

Lo scopo della sua fatica e del suo impegno era quello, lui estraneo, di ridare a Paisi quella storia che gli eventi gli avevano negato, cancellando vestigia e ricordi, ma che doveva essere sicuramente scritta da tante parti in attesa che un novello Colombo la scoprisse.

Ultimamente era riuscito con abile parlare e blandire a convincere i Ricco, impegnandosi solennemente sul suo onore a non svelare pubblicamente qualche documento compromettente che, non si sa mai, poteva venire fuori dalla notte dei tempi, ad ammetterlo alla consultazione della loro biblioteca.

E tutti i giorni si infilava in quella stanza così austera per fare risorgere alla vita del ricordo documenti ormai persi nella notte della dimenticanza.

E siccome doveva pur vivere e dar da vivere alla sua famiglia, nel tempo libero si dedicava ad insegnare italiano e latino ai ragazzi della scuola media ed era, manco a dirlo, il beniamino degli alunni che ripagavano la sua passione e la sua dedizione e la sapienza che comunicava, con un rendimento superiore a quello delle altre materie, acquisendo nel contempo una visione delle cose fuori dal normale circuito della scuola paludata, inamidata e classista e questo non incoraggiava di certo la simpatia degli altri professori nei confronti di Clughè.

Amava quel paese dove aveva scelto di vivere, quasi come una eredità e un bisogno di testimoniare una scelta fatta tanto tempo prima non da lui ma dal suo sangue paterno.

I paisanesi lo tenevano per tipo bizzarro e non ne afferravano la cultura e la preparazione e quando al Circolo o al Caffè egli cercava di interessarli e ad aprirli all’amore per il loro paese, raccontando in modo immaginifico e appassionato quello che andava scoprendo nei libri antichi, erano più gli ammiccamenti e i risolini che l’interesse.

Il patriottismo paisanese si esprimeva molto meglio nel tifo a forza di urla, di imprecazioni, di botte, se necessario, per la squadretta di calcio locale e le partite erano occasione di indegne gazzarre per lo più, fortunatamente, incruente.

I dotti di Paisi, troppo superiori nel loro spocchioso senso di classe, erano incapaci di prendere in considerazione la cultura vera, e ormai stratificati in quel vivere, si adontavano che qualcuno potesse mettere in discussione quel qualcosa che li rendeva classe sapiente agli occhi dei paisanesi e si vendicavano con il sarcasmo, con la denigrazione, con gli sfottò.

Don Pascale, invece, teneva Valdimiro in grande considerazione, avendo sempre egli avuto ammirazione per gli uomini di penna che in quei loro libri hanno concentrato tutto quello che si deve sapere, ed egli, uomo incolto per destino ma non rozzo e insensibile contrariamente alle credenze, si beava a sentire le sue storie.

Questa considerazione serviva come scudo a Valdimiro per proteggerlo dall’insensibilità e dalla derisione aperta del popolo di Paisi.

Così, egli uomo probo e mite di natura, felice di un ascoltatore attento e, se vogliamo, autorevole, non si accorgeva della reale natura del rispetto che circondava don Pascale e lo intratteneva con facondia ed entusiasmo fino ad esaltarsi nel descrivergli i progressi delle sue ricerche.

La sua posizione era ben diversa e certo più giustificabile rispetto a quella assunta dai suoi sotterranei derisori che adulavano, temevano e rispettavano il potente per paura, per calcolo, per convenienza.

Domanda: Quanto degli avvenimenti criminali che descrivi sono reali e quanto è frutto dell’immaginazione?

RISPOSTA: Purtroppo quegli avvenimenti che descrivo sono avvenuti realmente, non tutti insieme e non tutti nello stesso luogo, naturalmente. Le cronache dell’epoca ne sono testimoni. Tuttavia la mia non può e non vuole essere cronaca, ma interpretazione di quegli avvenimenti nell’ottica di un universo che finisce e di un universo che inizia o meglio che continua sotto altre forme. Bene, male? Male sicuramente. Era male prima, è diventato peggio dopo. Quegli avvenimenti non accadono più allo stesso modo, ma continuano ad accadere sotto altre forme più raffinate e più incisive che quello di tenere sotto controllo un gruppo di contadini. È il Fato da cui i vari Paisi non riusciranno mai a liberarsi.

Domanda: Mi sembri pessimista.

Risposta: Non sono pessimista, nell’introduzione del racconto mi chiedevo se la valutazione di queste situazioni fosse da annoverare come pessimismo smodato o realismo estremo. Non mi ritengo pessimista, è solo che valuto obiettivamente le realtà nella sua evoluzione storica e arrivo a conclusioni che non incoraggiano. E questo non per caso, ma perché l’origine, le radici di tutto il problema non sono state mai portate alla luce nella loro vera essenza. Non basta, anzi non serve, soltanto fotografare l’oggi o casomai l’ieri. Bisogna avere il coraggio di una indagine lunga ed approfondita che porti a conoscere da quali radici sono generati questi frutti. Le radici interessano. I frutti successivamente potranno essere corretti ma bisogna che si conoscano le radici che li hanno generati.

Domanda: Come possiamo concludere questa chiacchierata?

RISPOSTA: Concludiamo che la realtà di oggi del Sud è una realtà che paga uno scarto culturale profondo, che non ha origini solo in tempi antichi ma purtroppo anche in tempi più vicini a noi. Bisogna ricominciare da zero o da sotto zero, bisogna avere il coraggio di riconoscere che se non si semina conoscenza e se non si apre al sapere, è inutile tentare di incidere su strutture che si autodifendono con l’ignoranza. Questo Sud per come è oggi, ha bisogno di essere rifondato, bisogna che le male radici vengano estirpate senza pietà, bisogna essere coraggiosi missionari. Non è polemica, ma io penso con amarezza che in queste celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia è stata persa e sprecata l’occasione per iniziare un virtuoso cammino di conoscenza e di analisi. Molti dei mali del Sud, è vero, sono antichi, ma molti derivano anche da come 150 anni fa è stato annesso al Regno di Piemonte, con quello che ne è seguito. Bisogna sapere, conoscere, liberare le coscienze e ancora portare sapere e ancora portare conoscenza. Questo, secondo me è l’antidoto perché Paisi e tutti i vari Paisi del Sud possano liberarsi dal Fato che non incombe di per sé, ma è generato dall’oscurantismo che genera poi tutti i mali possibili.

Conclusione di Paolo Micalizzi

Ciccio Ottanà, un romanziere ma anche un uomo che ama la sua terra cercando di capirla, raccontandone vicissitudini che nel bene e nel male la caratterizzano. Perché la storia da lui raccontata in “Paisi” è, in fondo, la storia di una terra, la Calabria, che può essere estesa a gran parte dei Paisi del Sud. E raccontarla può essere un modo per esorcizzare una realtà che si vorrebbe fosse diversa. E che malgrado tutto si continua ancora ad amare.

Newsletter

Newsletter

Inserisci la tua mail per rimanere informato sulle nostre iniziative

Visualizza
privacy

Sponsor CDS