“Leggere Joyce ai tempi dell'epidemia” - L'Ulisse di Joyce

Alcune parole introduttive:

Gianni Celati è uno scrittore, un narratore e un traduttore eccellente, è un autore che mi ha lasciato un ricordo; avevo letto il suo libro intitolato Verso la foce nel gennaio 1989.

La foce è quella del Po, il luogo delle escursioni di pesca del mio periodo lavorativo. Gianni Celati era professore di inglese all'Università di Bologna, in quel periodo era molto legato al territorio del Po, lo dimostrano alcuni altri suoi libri come “I narratori delle pianure”, “Conversazioni del vento volatore”, che ci riportano ai territori e alle genti delle pianure, che tanto affascinano chi ama il territorio immenso di terra e di acqua, pieno di storia, di vita, di suggestioni, di magia.

Avevo comprato il libro di Gianni Celati: Narrative in fuga, appena uscito in libreria e avevo letto in fondo al libro la sua prefazione all'Ulisse, (in cui confessa lo sgomento provato con un libro impossibile da tradurre come l'Ulisse), quando mi si presenta l'articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica, il cui titolo, intrigante, mi recita “In viaggio nelle meraviglia dell'Ulisse”, con soprattitolo “Leggere Joyce ai tempi dell'epidemia”.

Eravamo ancora in piena restrizione dei movimenti, col Coronavirus, rubando qualche uscita attorno a casa, che mi si presenta Leopold Bloom, il protagonista, che racconta le sue 24 ore in giro per Dublino, con tutte le sue fantasticherie.

Un salto immediato: mi rivedo fuori, con tutte le mie fantasie di ritrovata libertà: le Mura di Ferrara, il Duomo e il Castello, Giovecca Cavour Ercole D'Este, il Parco Urbano,… il Petrolchimico?.

Ed ecco il testo di Celati nel libro “Narrative in fuga”:

“Nell'Ulisse di Joyce c'è tutta una città che si muove: masse di gente che a volte riconosciamo tra un capitolo e l'altro, e il signor Leopold Bloom che vaga per tutto un giorno assieme ai suoi pensieri.

Quello che dovrebbe essere il fatto romanzesco di fondo, il tradimento della moglie di Bloom con il mondano Blazes Boylan, emerge solo per cenni e sospetti.

Non c'è nessuna rivelazione dell'adulterio, niente di fatto, nonostante le insistenze dei critici.

Ciò che domina le pagine del libro è il tran-tran quotidiano, il rumore di fondo delle abitudini, portato a occupare tutta la scena e suscitare tutte le immagini; mentre le formule del pathos romanzesco ricorrono solo come parodia e commento.

Ma è questo primato dell'elemento qualsiasi, con annotazioni sfuggenti e senza significati prestabiliti, a trasformare completamente il senso del narrare”.

E la sua prefazione al testo della traduzione, che segue:

Il disordine delle parole

Su una traduzione dell'Ulisse di Joyce

Ho iniziato la mia traduzione dell'Ulisse di Joyce sette anni fa.

Quelli della casa editrice ci avevano messo cinque anni per convincermi ad assumere quel compito. Infine ho detto di sì, con il sentimento di chi si butta in un mare tempestoso senza certezza di potere stare a galla.

Negli anni universitari avevo comprato una copia dell'Ulisse a Londra, in un negozio di libri usati. Stanco per il lavoro che facevo (lavavo piatti in un ristorante), ogni giorno riuscivo a leggere al massimo la metà d'una pagina, e spesso i dizionari consultati al British Museum non mi aiutavano per niente.

Un'altra cosa che mi confondeva era la difficoltà nel distinguere parlate speciali, irlandesi o britanniche, oppure parole che sembravano suoni di quartiere o da bordello. Un altro caso è questo: una pagina del mio libro finiva con una M maiuscola fuori dalle linee, e la prendevo per una trovata modernista.

Tornato in Italia il mio professore d'inglese mi spiegò che era un semplice refuso tipografico. La prima stampa dell'Ulisse, edita a Parigi nel 1922, era una costellazione di bozze mal corrette, con qualche frase persa per strada.        

Il mio professore di letteratura inglese era Carlo Izzo, il quale faceva parte del gruppo di esperti che avevano revisionato la prima traduzione italiana dell'Ulisse, ed è stato lui a segnalarmi le difficoltà a cui andavo incontro. Affrontare quelle ricerche in varie biblioteche, tentando di leggere espressioni di cui capivo poco, tutto questo mi rendeva titubante, ma mi portava anche il pensiero all'idea di un'impresa utopica. Infine è stata la passione letteraria di Carlo Izzo a guidarmi verso la lettura di quel libro – libro che ora mi appare come un flusso oceanico, dove ci si perde continuamente e a ogni momento si va incontro a un azzardo.      

La regola delle dodici ore al giorno non mi portava molto avanti. Certi giorni riuscivo a tradurre passabilmente tre o quattro pagine, non di più. E i dubbi erano sempre troppi: cioè erano aspetti d'una lingua che capivo solo vagamente, anche aiutandomi con i testi annotati (come Ulysses Annotated di Don Gifford, veramente essenziale). Ma è qui che il libro di Joyce si staccava dal ceppo di tutti gli altri del suo tempo, perché il suo parlare era sempre un gioco, un'acrobazia con generi o pronunce insolite e stravolte. E ho capito per strada che quella dell'Ulisse non era precisamente una lingua, era una stralingua, che prendeva dentro echi d'ogni genere, con un lessico più espanso di tutti i testi che si conoscono.   

Il suo era un libro irlandese, britannico, gaelico, alieno come le satire di Jonathan Swift quando parla dei signori inglesi, e pacato come la saggezza di Pantagruele, e buffonesco come i nostri eroi maccheronici. E oltre a ciò, comparivano gerghi fossilizzati, stilemi di varie epoche, reminiscenze letterarie e voci antiche - come quella locuzione (Ayenbyte of Inwyt) trovata in un testo trecentesco del Kent, che appare un paio di volte nella mia versione, ma resta nella memoria (l'ho tradotta con una voce latina, Morsum animi, per mantenere il sapore d'una voce antica).

Qui ho capito che dovevo coinvolgermi in simili azzardi e accettare il disordine delle parole, come le mescolanze e variabilità delle fantasie. Per questo non è importante capire tutto: è importante sentire una sonorità che diventa più riconoscibile proprio quando ci sembra di piombare fra termini incerti - gerghi fossilizzati, chiacchiere da pub, stele di varie epoche. Fin dal terzo episodio l'Ulisse abbandona la narrativa del naturalismo e lascia emergere un disordine delle parole, guidato da divagazioni del pensiero che si coagulano nel cosiddetto stream of consciousness o «flusso di coscienza››: un continuo succedersi di pensieri e immagini che passano per la testa dell'io narrante, si disfano o si richiamano l”uno con l'altro, quasi senza sosta. Ed è un disordine liberatorio, dove le percezioni d'un dentro e d'un fuori collimano, scivolando dall'uno all'altro, richiamandosi a vicenda, dalle vedute attuali al ricordo come una forma di rêverie (sogno o fantasticazione). È la base dell'itineranza continua di questi eroi, comune a Stephen Dedalus e a Leopold Bloom.    

Lo stream of consciousness trasforma radicalmente l'idea delle trame romanzesche impostate su sequenze lineari. In quegli anni c'è solo un autore che percepisce come Joyce un senso generale del movimento discontinuo, ma collettivo, in ogni angolo, in ogni transito in una carraia, in ogni luogo di negozi o di fabbriche: sarà il grande cineasta russo Dziga Vertov, che nel suo straordinario film del 1929 (L'uomo con la macchina da presa) sembra aver appreso certi aspetti delle tendenze di Joyce, per farne un flusso di vite. 

Dopo l'uscita iniziale con la camminata di Mr Bloom, c'è qualcosa che s'espande, con una riconoscibile tonalità emotiva. Il tono aumenta nella divagazione con cui Mr Bloom al cimitero rimugina sul fatto che tutti i nostri morti diventeranno cibo per vermi. E nelle tonalità in crescendo cominciano ad apparire inserzioni di brani sempre più separati, come quello d'un reduce zoppo che suona per le strade o i gabbiani sul fiume Liffey in cerca di cibo, o qualcuno sul fiume che predica l'avvento del nuovo Elijah, o le squadre di portatori di cartelloni pubblicitari sui bordi del marciapiede, o la serie dei tram che girano intorno alla statua di Nelson - tutti aspetti del «flusso di coscienza» che attira o distrae Mr Bloom.    

Ma nel procedere degli episodi, sempre diversi, spuntano nuovi modi di distrazione del pensiero - strani suggerimenti che portano a una diffusa rêverie, come ad esempio la lettura sentita in un pub d'un boia che presenta al municipio le proprie credenziali per essere assunto, o un cane ringhioso che secondo un dotto germanico pare abbia interpretato i suoi ruggiti con le forme delle arti allitterative gaeliche, oppure una pesante prosa trecentesca per onorare parodisticamente il motto evangelico «crescete e moltiplicatevi››, oppure la caterva di parole specialistiche e di pagine diffuse in un convegno medico insensato, dove si imitano con gran pompa vari esempi di prose settecentesche. Impossibile tradurre simili funambolismi senza appiattirli, perché il lessico joyciano ha un'espansione senza paragoni, su queste imprese. E l'Ulisse è il libro con il lessico più espanso di tutti i testi stampati che conosciamo.

Assieme a questo si diffondono le inserzioni divaganti che superano ogni criterio «da bene», fino alla notte nel quartiere dei bordelli, dove il flusso di coscienza sembra un pensiero invaso da fantasmi (dagli oggetti ai personaggi apparsi), dove ogni cosa può parlare e dire la sua, con una società di alieni come i signori inglesi che erano indicati da Swift nelle sue satire. E infine il bordello dove Mr Bloom si sorbisce le punizioni dell'uomo sensuale medio.       

Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando ci sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. L'Ulisse è un libro in cui la musicalità è l'aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi. È un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica, al di là del senso oggettivo delle cose o assertivo delle parole, ma che fa parte di qualsiasi sonorità che si diffonde in qualunque direzione.   

Del resto l'Ulisse è un libro scritto da qualcuno che doveva diventare tenore (Joyce quando abitava a Trieste), uno che aveva imparato a trasmettere sulla pagina ciò che i musicisti chiamano «orecchio interno», al di là del senso oggettivo delle parole. In effetti, se facessimo il calcolo di quante cantate spuntano nell'Ulisse ogni poche pagine, vedremmo un ventaglio di citazioni canterine che sono la spina dorsale joyciana per scavalcare tutti i discorsi e intendersi con diversi richiami musicali: dall'opera lirica alla filastrocca oscena, da un canto gregoriano («Gloria in excelsis Deo››) al rumore della carrozza del viceré che passa sul lungofiume («Clapclap, Clapclap››), dalle nursery rhymes a una poesia tedesca sul canto delle sirene («Von der Sirenen Listigkeit...››), dal verso del cuculo («Cucù! Cucù››) al Fiore di Siviglia (opera lirica), dalle battute per tenere il ritmo di una pagina («Tum›› «Tum››) a quelle di altri suoni («Pflaap! Pflaap! Pflaaap››), alla cantata mozartiana, ricorrente nei pensieri di Mr Bloom: «Vorrei e non vorrei, mi trema un poco il cor››, e così via.       

Il punto focale della peregrinazione di Mr Bloom è la vita qualsiasi, la vita senza niente di speciale, la vita come un sogno o un lungo chiacchierare con se stessi. Ed è il moto moderno ininterrotto, col senso di parole che sfuggono appena udite davanti ai negozi di Grafton Street, o apparse sulla vetrina d'un negozio d'un orologiaio. È ancora la vita qualsiasi che passa ogni secondo, con suoni moderni e canzonette e arie d'opera, e la pubblicità di prodotti esibiti su cartelloni portati in spalla. 

Anche tutto questo nella mia traduzione diventa un problema, a cui ho cercato di dare una risposta, rievocando semplicemente questa vita qualsiasi, di cui Mr Bloom è il rappresentante. Ma soprattutto facendo emergere come possibile il senso del canto continuo, il cantare qualsiasi, che per tradizione è la cosa spicciola per far passare il tempo della vita qualsiasi. Il che mi fa anche pensare (dubbioso) che gli irlandesi siano (o fossero a quei tempi) molto più canterini dei nostri connazionali (d'oggi) - e la fioritura di canzoni o brani d'opera sulle loro labbra è qualcosa di cui Joyce fa un fenomeno nazionale. E questo mi riporta al fatto (ipotetico) che Joyce non riuscisse a pensare a nulla che non fosse un fenomeno musicale - al di là di tutte le imperanti categorie di verità logica o di certezza dialettica, che l'Umanesimo ha lasciato in eredità a tutto l'Occidente.

Bibliografia

Il disordine delle parole. Su una traduzione dell'Ulisse di Joyce, Prefazione all'Ulisse di James Joyce, traduzione di Gianni Celati, Einaudi, Torino, 2013.

Ripubblicato in Gianni Celati, Narrative in fuga, a cura di Jean Telon, Quodlibet, Macerata, 2019, pp 320, 327-333.

Le traduzioni in italiano dell'Ulisse:

Giulio de Angelis, giugno 1960,

Enrico Terrinoni, Carlo Bigazzi, Newton Compton, 2012

Gianni Celati nel 2013 per Einaudi, 2013

Mario Biondi, La Nave di Teseo, 2020

Articoli di giornali:

Eugenio Scalfari, Leggere Joice ai tempi dell'epidemia,

In viaggio nella meraviglia dell'Ulisse.

La Repubblica, Domenica 24 Maggio 2020, pag. 31.

Nadia Fusini, Scacco a Joice, L'ultima traduzione dell'Ulisse, a cura di Mario Biondi, rinnova la sfida a un capolavoro”impossibile”.

ROBINSON di Repubblica, sabato 13 giugno 2020, pag. 11.

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Pubblicato il
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04.09.2020

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Aggiornato il
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