Alcune considerazioni sulla didattica a distanza

Il sonnecchiante e polveroso universo della didattica è stato letteralmente travolto dall’emergenza Covid-19, che ha catapultato studentesse e studenti in quella che per molti è ormai l’università del futuro. Lo tsunami che si è abbattuto sulla struttura “genetica” dell’organizzazione scolastica ha prodotto mutazioni probabilmente irreversibili, che impongono una ridefinizione di ruoli e metodologie di non immediata assimilazione. In una situazione di così grande sconvolgimento, è interessante cercare di comprendere quali siano stati i cambiamenti più importanti e come questi siano stati vissuti. Di seguito quindi presenterò alcune riflessioni fatte in base a esperienze personali. Per questo motivo, quest’analisi deve essere intesa come una testimonianza da studente e sarà probabilmente manchevole in quanto non può affrontare tutte le sfaccettature della questione (ma si spera che sia almeno un punto di partenza).

Le lezioni hanno cambiato completamente natura. Dalla normalità dell’aula fisica si è passati alla didattica online coniugata nelle forme più disparate. Alcune lezioni sono state rese interattive, permettendo alla classe di porre domande in tempo reale, altre sono state semplicemente registrate e caricate su piattaforme apposite. Ne ha fatto le spese l’interazione tra studenti e professori. Malgrado la disponibilità e gli sforzi di tanti docenti (scambi di email, interventi da remoto in tempo reale), la mancanza di fisicità si è fatta sentire. Manca un sistema generalizzato di feedback che impedisce ai docenti di comprendere quanto un argomento sia stato realmente recepito. D’altro canto, gli stessi studenti faticano a comprendere cosa i professori esigono. La sensazione è che la didattica a distanza sconti una perdita nella capacità di trasmettere conoscenze. E’ solamente una questione di messa a punto o dovremo adattarci a modalità di insegnamento più piatte e sterili?

Esami e verifiche sono l’anello più debole della nuova catena dell’apprendimento. Strutturati come se ci si trovasse “in presenza”, hanno acuito lo stress che grava sugli studenti, imponendo l’allestimento di veri e propri set cinematografici per consentire il monitoraggio di ogni azione degli esaminati. Non solo: ulteriori restrizioni sono state imposte, spesso portando l’attenzione di studentesse e studenti lontana dall’esame stesso. Eccessivi controlli, occhiuti sorveglianti remoti non servono a scovare il furbetto di turno, così come test a crocette e a risposta multipla non rendono giustizia dell’effettivo lavoro svolto dagli studenti. Domande a risposta aperta, ma anche e soprattutto esaminazioni orali, porterebbero a privilegiare il ragionamento a scapito dell’aleatorietà (che poi significa meno massificazione e più democrazia).

Infine è necessario considerare il metodo di studio, che non è solo individuale, ma molto spesso di gruppo. Il confronto, si sa, permette una migliore comprensione e stimola l’interesse per la materia. Se il lockdown ha azzerato le possibilità di studiare fisicamente assieme, non ha impedito agli studenti di confrontarsi. Gruppi di studio telematici sono fioriti in tutto il Paese, denotando un’ammirevole capacità di reazione (dei più giovani) a condizioni anomale, tanto da consentire una preparazione agli esami in maniera abbastanza classica.

Quest’ultima testimonianza dovrebbe far intuire quanto (specialmente i più giovani) siano capaci di adattarsi a condizioni anomale. Anche se sono stati elencati diversi difetti riguardanti la didattica a distanza, è chiaro che questi potrebbero essere sistemati con un po’ di inventiva. Però è altrettanto evidente che non tutto è riducibile ad un adeguato padroneggiamento degli strumenti telematici, incapaci per definizione di sostituirsi ad attività di laboratorio e a tirocini. E’ qui che i decisori sono chiamati ad uno sforzo di creatività non indifferente.

Al di là di queste considerazioni, abbiamo capito come l’università ha un grande potenziale per adattarsi e innovarsi. Ora si deve capire in che direzione si vuole andare. La componente studentesca deve fare la sua parte per comprendere e indirizzare le nuove forme di socialità, punto cardine per lo sviluppo umano delle persone. In una società che si dirige sempre di più verso l’individualismo sfrenato, questo valore non deve essere dato per scontato. È quindi fondamentale capire se la didattica a distanza potrebbe conciliarsi con una diversa forma di socialità oppure la annullerebbe in toto. Abbiamo una grande occasione: un’università più inclusiva (pendolari e fuori sede) e più economica (affitti e trasporti) si candiderebbe a colmare l’avvilente gap che l’Italia sconta nei confronti di tutti i paesi OCSE. Potrebbe rimettere in moto la mobilità sociale ed essere motore di una nuova stagione di partecipazione. Ma se non saremo bravi a vigilare, rischiamo di perdere questa sfida: forme di individualismo digitale sempre più esasperate potrebbero far capolino e la costrizione di giovani ragazzi tra le mura domestiche alle prese con dinamiche familiari complesse potrebbe trasformarsi nell’esatto contrario dell’auspicata emancipazione.

In conclusione, dando per sostanzialmente acquisita la metodologia della didattica a distanza, l’impressione è che le problematiche tecniche siano facilmente superabili. Al contrario, le dinamiche ancora non ben definite della nuova socialità e delle strutture di laboratorio, necessitano di “attenzioni” economiche non indifferenti. Eppure mai come oggi c’è la possibilità di dare una sterzata decisiva alla triste parabola dell’istruzione in Italia: non disperdiamo tra lobbies e clientele i fondi europei. La loro caratteristica (a fondo perduto o a interessi zero) è quella tipica degli investimenti di lungo periodo. In un orizzonte pluridecennale l’investimento nell’istruzione è senza dubbio il più azzeccato, anche dal punto di vista del ritorno economico.



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