La scuola e la sicurezza

Già prima del Coronavirus la scuola italiana viveva una crisi. Si fa fatica ad avere buoni risultati con le minori risorse tra tutti i 28 Paesi Europei (3,1% sul Pil a fronte di un media Europea del 4%, solo la Romania sta peggio di noi), gli insegnanti più anziani, con gli stipendi più bassi, perdendo un quarto del tempo in collegi e formalità, con una crescente conflittualità con genitori diventati strenui difensori dei propri figli (così gli insegnanti per tutelarsi promuovono tutti), una pressione ministeriale (e dei genitori) a far imparare sempre più cose agli alunni che porta ad un crescente nozionismo (e di fatto a comprendere sempre meno), abbandonando l’approccio di una didattica esperienziale e laboratoriale che c’era ancora in alcune elementari, una scuola sempre più avulsa dalla vita, dal lavoro e dalla natura da quella “realtà” che per Gianni Rodari era la prima materia. E i risultati (sempre peggiori) infatti si vedono nei test internazionali.

L’episodio della maestra d’asilo Francesca Sivieri, che ha deciso dopo 3 mesi di lockdown, di trovarsi al parco per raccontare delle favole ai suoi alunni, prontamente sgridata dal sindacalista della Scuola per quel comportamento “fuori norma preso in barba a ogni regola sulla sicurezza”, evidenzia quanto il tema della cosiddetta biosicurezza possa essere brandito per distruggere ulteriormente la scuola. La “sicurezza” era già, prima del virus, un’ottima scusa per depotenziare l’apprendimento da sperimentazione (con laboratori manuali e artistici del fare, esperienze all’aperto,...) nelle nostre scuole. Sulla rivista Infanzia (che ha lanciato l’”outdoor education”) il prof. Roberto Farnè dell’Università di Bologna scrive che chi insegna tramite laboratori ed esperienze (molto più efficaci di una didattica nozionistica, libresca, da istruzione) sa che ci sono, a volte, “rischi, pericoli, normative che impediscono di fare certe cose”, per questo consiglia di coinvolgere i genitori per responsabilizzarli e si chiede perché i nostri bambini non possano partecipare a laboratori, usare piccoli attrezzi per costruire, non possono accendere un fuoco, salire sugli alberi, etc. Un “mondo senza spigoli” non è affatto educativo e poiché all’estero, in Germania e nei Paesi del Nord Europa queste attività all’aperto e i laboratori manuali e artistici sono molto graditi dai bambini tedeschi, danesi... e dai docenti si chiede: “perché là si e da noi no? Sono stupidi i bambini tedeschi, danesi o siamo noi che rendiamo stupidi i nostri studenti?

Perché in quei Paesi, che hanno le nostre stesse normative di sicurezza europee, le cose si possono fare?

La sicurezza deve dialogare coi diritti del bambino ed è l’insegnante che deve dire sulla base della sua professionalità se i bambini devono fare questa o quella esperienza. Il responsabile della sicurezza mi deve al massimo dire come devo farlo, è troppo facile dire che è proibito. Voglio mettere questi materiali nel giardini della scuola e semmai mi devi aiutare su come devo fare. La professionalità dell’insegnante non deve essere umiliata”.

Il paradosso è che anziché cogliere l’opportunità del Coronavirus per cambiare la scuola, usare gli spazi all’aperto (avendo, peraltro, più sicurezza) e farne l’occasione per un rilancio di un apprendimento più efficace che si basa sulla sperimentazione, sul rapporto con la natura, su “altri luoghi” connessi alla vita e al lavoro, al fine di aumentare l’apprendimento, si torna alla centralità dell’aula, un luogo chiuso che è certo meno sicuro dei luoghi all’aperto. La stessa task force del Ministero dell’Istruzione, presieduta da Patrizio Bianchi ha indicato l’importanza di superare la sola aula e di individuare “altri luoghi” di apprendimento e la stessa comunità educante della città o del paese. Che la proposta di riforma del Ministro si sostanzi in un insegnamento solo in un’aula che ora si trasforma in tante singole gabbie per bambini col plexiglass è qualcosa di disumano, che ci ricorda gli animali nello zoo che hanno visto tante lotte per essere liberati...e la chiamano biosicurezza.

Epilogo con apologo

Vorrei concludere con alcune righe di A. Ferrière, scritte esattamente cento anni fa nel 1920 e riportate da Mirella D’Ascenzo nell’apologo introduttivo del suo libro “Per una storia delle scuole all’aperto in Italia” (ed. Ets, 2018), sperando così di invogliare alla lettura perché merita conoscere quanti sforzi hanno fatto in Italia (e all’estero) tante maestre/i per dare una qualificata educazione ai propri alunni.

Questa è una storia vera. Il diavolo una volta venne sulla terra e constatò con dispetto che c’erano ancora degli uomini che credevano nel bene…così penso di creare una nuova scuola…Il bambino ama la natura: fu messo in stanze chiuse. Al bambino piace giocare: fu fatto lavorare. Gli piace che la sua attività serva a qualcosa: si fece si che la sua attività fosse senza scopo. Gli piace muoversi: fu costretto a restare immobile. Gli piace maneggiare degli oggetti: fu messo in contatto con le idee. Gli piace usare le mani: ci si rivolse soltanto al suo cervello. Gli piace parlare: fu costretto al silenzio. Vorrebbe ragionare: gli si fece imparare tutto a memoria. Vorrebbe seguire la sua fantasia: venne piegato sotto il giogo degli adulti. Vorrebbe entusiasmarsi: si inventarono le punizioni. Vorrebbe rendersi utile liberamente: gli fu insegnato a ubbidire passivamente….Ma poi alcuni bambini si ribellarono e scapparono nei boschi, salirono sugli alberi, si cavarono d’impaccio e diventarono forti, conobbero l’amore e dissero “Dio è amore”, così fecero scappare il Diavolo che gridò “Maledetta razza” e scomparve.

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