Il terzo modello di Ludovico Antonio Muratori

Volendo tentare di “diagonalizzare” l'attualità dei “tempi di Coronavirus” attraverso la storia, riportiamo un passaggio della lezione tenuta da Michel Foucault nel 1975 presso il Collège de France (1): “(...) a causa di un potere che era permanente nel suo esercizio, (…) la sorveglianza doveva essere assicurata senza alcuna interruzione: le sentinelle dovevano essere sempre presenti all'estremità delle strade, gli ispettori dei quartieri e dei distretti dovevano svolgere la loro ispezione due volte al giorno, di modo che nulla di ciò che avveniva nella città potesse sfuggire al loro sguardo. E tutto ciò che era sottoposto all'osservazione doveva essere registrato, in modo permanente, trascrivendo ogni informazione su grandi registri. All'inizio della quarantena tutti i cittadini che si trovavano nella città dovevano dare il proprio nome. I nomi venivano scritti su una serie di registri, alcuni dei quali erano nelle mani degli ispettori locali, mentre altri in quelle dell'amministrazione centrale della città. Tutti i giorni gli ispettori dovevano passare davanti a ogni casa, fermarvisi e fare l'appello. Ogni individuo si vedeva assegnare una finestra alla quale doveva affacciarsi quando veniva chiamato il suo nome, restando inteso che, se non si presentava, ciò significava che era nel suo letto; e, se si trovava nel suo letto, voleva dire che era ammalato; e, se era ammalato, voleva dire che era pericoloso. E, di conseguenza, occorreva intervenire. E' a questo punto che si faceva la selezione tra gli individui, la selezione tra coloro che erano ammalati e coloro che non lo erano. Tutte le informazioni così raccolte, due volte al giorno, attraverso la visita – questa specie di rivista, di parata dei vivi e dei morti, assicurata dall'ispettore -, e tutte le informazioni trascritte sul registro erano in seguito confrontate con il registro centrale che gli scabini tenevano presso l'amministrazione centrale della città” (2).

Foucault non raccontava, agli attenti uditori, una favola distopica, ma citava da regolamenti pubblicati, in tempore pestis, dalla fine del Medioevo all'inizio del diciottesimo secolo. Un racconto perfettamente sovrapponibile al momento attuale, con effetti ancora più dirompenti “grazie” all'impiego delle moderne tecnologie: l'App Immuni, nell'intento di monitorare la diffusione del virus, consente di monitorare e controllare, ventiquattro ore su ventiquattro, gli individui, i cui dati sono suscettibili di essere processati e utilizzati per fini non controllabili. Tutto questo restando all'interno del modello, portato alle estreme conseguenze, dell'inclusione dell'appestato, in contrapposizione a quello dell'esclusione del lebbroso.

Michel Foucault aveva evidenziato come, per quanto riguarda il controllo degli individui, l'Occidente ha elaborato i due suddetti modelli.

Il modello dell'esclusione del lebbroso prevede che il lebbroso venga cacciato, rigettato al di là dei limiti della città e della comunità, per purificarla. Si venivano, in tal modo, a creare due masse, una estranea all'altra e gli individui dichiarati lebbrosi venivano dichiarati morti. Tale modello scompare tra la fine del diciassettesimo secolo e l'inizio del diciottesimo, allorché viene riattivato il modello dell'inclusione dell'appestato, che ha a che fare con il problema della peste e della suddivisione della città (qui, vengono in mente le “zone rosse”).

Non si tratta di escludere, ma di mettere in quarantena, non di cacciare, ma di stabilire e fissare luogo e posti, definire presenze e suddividerle. Non rigetto, ma inclusione, non suddivisione tra soggetti puri o impuri, ma, più sottilmente e subdolamente, si tratta di osservare (il controllo!) differenze sottili monitorando individui malati e non. Mentre la lebbra impone una distanza, la peste (e il coronavirus) implica un avvicinamento sempre più sottile del potere agli individui, un'osservazione sempre più costante e insistente. Il momento in cui si scatena la peste è quello in cui le individualità si disfano e la legge è dimenticata (si pensi alla proliferazione, cui abbiamo assistito, dei Dpcm, atti non normativi, ma di alta amministrazione), in cui ogni regolarità è soppressa.

Dunque, il potere senza ostacoli, il governo della peste. Quest’ultima espressione è contenuta nel titolo di un'opera (3) di Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750), letterato nel senso settecentesco del termine e perciò ben attento alla dimensione giuridica (4) scritta nel 1714 sotto l'urgenza della minaccia dell'epidemia della peste proveniente dall'Austria e Ungheria.

Scritta in volgare, per favorirne la diffusione, tratta il modo medico e politico di affrontare la peste. L'autore raccomanda di non abbandonare la razionalità, se si vogliono evitare atroci ingiustizie, l'incremento di paure immotivate e ingenti perdite di denaro.

Il Governo dovrebbe affiancare il popolo con fermezza di animo per affrontare l'epidemia.

Confidiamo nell'adozione di questa terza forma di modello, quello muratoriano. 

Note:

(1) Michel Foucault, Gli anormali – Corso al Collège de France (1974 – 1975), Feltrinelli, 2006 (cura e traduzione di Valerio Marchetti e Antonella Salomoni).

(2) Michel Foucault, op. cit, p. 49

(3) Ludovico Antonio Muratori, Del Governo della peste, e delle maniere di guardarsene, Modena, Soliani, 1714

(4) I. Birocchi, Muratori, Ludovico Antonio, in I. Birocchi-E. Cortese-A. Mattone-M.N. Miletti (curr.), Dizionario Biografico dei Giuristi Italiani, Bologna 2013, II, p. 1397.

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