Virus, qualità dell'aria, emissioni industriali

Se mai ci fosse stato bisogno di un'ulteriore prova che il polo chimico industriale ferrarese ubicato nelle zone "Barco" e "Cassana" non produce alcun impatto nocivo sulla qualità dell'aria non solo nell'area immediatamente circostante gli impianti produttivi, ma, meno che mai, nell'ambito del centro cittadino di Ferrara, la drammatica vicenda dell'emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 (SARS-CoV-2) ce l'ha fornita in maniera inconfutabile.

Il lockdown, giustamente decretato dal Governo per l'intero territorio nazionale (non voglio,qui, entrare nel merito degli errori commessi, nell'intricata vicenda dell'emergenza sanitaria, dai nostri Decisori, né delle nefaste conseguenze dell'epidemia sul piano sociale ed economico) che ha di fatto bloccato, tra l'altro, il traffico autoveicolare per molto tempo, ha evidenziato –ovviamente– un drastico calo degli inquinanti ambientali, in primis le polveri sottili PM10 ed il Biossido di azoto (NO2), i due dei maggiori e più pericolosi contaminanti dell'aria che quotidianamente respiriamo (Nota 1).

Le "centraline" (“Stazioni di monitoraggio” dell'Agenzia regionale per la prevenzione, l'ambiente e l'energia - Arpae) disseminate sul territorio ferrarese, ne danno incontestabile evidenza, tra l'altro mettendo termine alla vecchia diatriba tra chi sosteneva la decisione di bloccare il traffico almeno certe domeniche invernali e chi invece ne dichiarava l'assoluta inutilità.

Ma (come giustamente si dice in questa contingenza) lasciamo da parte le polemiche e valutiamo i fatti per quello che sono. E i fatti sono, appunto, i dati quantitativi forniti dal monitoraggio automatico di Arpae Ferrara. Dati che non solo dimostrano (come abbiamo visto accadere e come era facile prevedere accadesse anche senza lockdown) che senza la circolazione delle auto, l'aria è più sana e più respirabile, ma anche che le attività della "zona industriale” (petrolchimico; turbogas; termovalorizzatore;...) che hanno sempre continuato a produrre 24 ore su 24 anche in periodo di lockdown (per esigenze economico-sociali, previste dai Decreti ministeriali) non hanno in nessun modo scalfito i benefici sulla qualità dell'aria nel nostro ambito territoriale cittadino e periferico.

E allora, vediamoli questi dati (Tab.1) esaminando – per facilitare il raffronto tra il periodo soggetto a totale lockdown dell'anno 2020 (marzo e aprile) e lo stesso periodo dell'anno 2019 – i valori delle Polveri sottili e del Biossido di Azoto.

I suddetti dati sono ricavati dal monitoraggio di Arpae Ferrara effettuato nel Centro cittadino presso l'incrocio tra Corso Isonzo e Viale Cavour (uno dei punti maggiormente soggetti a inquinamento ambientale per traffico autoveicolare) e nelle “centraline” posizionate a Barco ed a Cassana, vale a dire nel "pieno" delle attività industriali-manifatturiere (ed anche nella “centralina” allocata in zona “Jolanda di Savoja/Gherardi”, considerata da Arpae quale "bianco" di confronto, trattandosi di un ambiente "libero" da particolari attività industriali e con scarsa movimentazione veicolare).

Come si nota, i valori medi delle polveri PM10 nel periodo di totale lockdown (marzo-aprile 2020) sono circa la metà di quelli rilevati in condizioni di traffico libero e di piena attività industriale rilevati nei due stessi mesi dell'anno precedente. I valori di NO2 in periodo di lockdown sono inferiori addirittura di circa 2/3.

Come raffronto con i dati del 2020, abbiamo utilizzato i dati del 2019 trattandosi dell'anno più prossimo a quello della pandemia; seppure, anche esaminando le annate precedenti, nel periodo marzo-aprile si nota lo stesso andamento del fenomeno misurato nel 2019, vale a dire valori di PM10 e di NO2 rispettivamente “attorno” ai 40 e 80 microgrammi per mc nelle tre “zone” “Corso Isonzo”, “Cassana” e “Barco”. Ciò, a significare che per i bassi valori di PM10 e NO2 misurati in periodo di lockdown non si tratti della “normale pulizia” dell'atmosfera provocata da un ciclico “arrivo della primavera”, ma si tratti invece di fenomeno assolutamente conseguente al blocco del traffico autoveicolare.

Se poi esaminiamo il complessivo periodo di monitoraggio Arpae nel periodo “dicembre 2019, gennaio e febbraio 2020” (quindi in mesi antecedenti il lockdown), verifichiamo valori di Polveri PM10 e NO2 ancora più elevati di quelli del periodo marzo-aprile 2019 riportati in tabella in Tab.1. E' in “pieno inverno”, infatti, che si hanno concentrazioni molto elevate di Particolato PM10 e di NO2, con frequenti superamenti del valore limite (fissato dal DLGS 155/2010 in 50 microgrammi per metro cubo di aria) e valori di NO2 anch'essi alti, sia pure normalmente inferiori al limite di Legge (200 microgrammi per mc di aria). Sottolineiamo come già alla data del 25 marzo 2020 sia stato superato, nella “Centralina” di “Corso Isonzo”, il valore giornaliero dei 50 microgrammi/mc, per ben 33 volte, rispetto alle 35 volte max consentite dalla Legge italiana e da Unione Europea per l'intero anno!

Riportiamo in Tab. 2 i valori delle concentrazioni delle polveri PM10 ed NO2 nei mesi cruciali dell'inverno 2019/2020 (dicembre-gennaio-febbraio) antecedenti quindi il lockdown, misurati da Arpae Ferrara nelle 4 “centraline” già oggetto di esame in Tab.1.

I dati di Tab.2 confermano, tra l'altro, come –così come abbiamo visto per quanto riguarda i dati di Tab.1– i valori delle concentrazioni sia di PM10 che di NO2 si ripropongano in modo omogeneo nelle “stazioni” di Corso Isonzo, Cassana e Barco. Persino i valori della “stazione Jolanda/Gherardi” risentono sensibilmente delle elevate concentrazioni di PM10 e NO2 nonostante si tratti di zona poco o nulla “contaminata” da traffico veicolare o da attività industriali.

La spiegazione di questo fenomeno di diffusione omogenea dell'inquinamento ambientale sta soprattutto nella peculiare caratteristica del bacino padano (e, all'interno di essa, dell'area ferrarese) che si caratterizza per una struttura aero-morfologica e per andamenti meteorologici (condizioni atmosferiche stabili; scarsa circolazione dei venti...) che rendono difficoltosa la dispersione degli inquinanti nell'atmosfera e favoriscono, quindi, il ristagno di tali sostanze ed il mantenimento sul territorio di un “fondo” costante di detti inquinanti, in misura ben superiore a qualsiasi altra area geografica europea.

Tornando quindi alle considerazioni inerenti ai dati della Tab.1, i valori quantitativi degli stessi parametri ambientali monitorati in condizioni di lockdown nel 2020, con traffico drasticamente azzerato ma con gli impianti industriali dell'area Barco e Cassana regolarmente “in marcia” (impianti chimici di petrolchimico e Benvic, Turbogas per produzione di energia elettrica e termica; Termovalorizzatore di Hera;....) dimostrano che rispetto ai dati rilevati in condizioni di "normalità" (vale a dire con traffico autoveicolare pienamente attivo) il polo industriale di Ferrara non produce alcun inquinamento “aggiuntivo” a quanto già esistente nell'area cittadina (e nell'area padana) e che, quindi, anche nel passato non ha mai influenzato i valori dell' inquinamento dell'aria segnalati dalle centraline Arpae (ed, a maggior ragione, non lo farà in futuro, visti i continui miglioramenti delle tecnologie industriali che vengono sviluppati grazie alla scienza anche sul versante della sostenibilità ambientale).

Se così non fosse, essendo stati gli impianti industriali mantenuti in marcia regolare anche in periodo di lockdown (Nota 2), i valori di PM10 e NO2 segnalati quanto meno dalle “centraline”di Barco e di Cassana in tale periodo avrebbero dovuto essere elevati come quelli che normalmente vengono rilevati in stagione invernale; mentre, invece, sono sostanzialmente analoghi a quelli rilevati presso la “stazione Corso Isonzo”.

Con traffico autoveicolare bloccato e con gli impianti industriali in marcia regolare, la qualità dell'aria -considerando i parametri PM10 e NO2 - è, quindi, più che buona (Nota 3) come rilevato dalle “stazioni di monitoraggio” richiamate; sia che tali stazioni siano quelle posizionate nelle zone industriali, sia quella di Corso Isonzo, in centro cittadino: come sottolineavamo più sopra, la marcia degli impianti industriali/manifatturieri non influenza in alcun modo il buono stato della qualità atmosferica. Peraltro si evidenza che neppure il riscaldamento delle abitazioni provoca particolare aumento delle concentrazioni di Polveri PM10 e di NO2 (quest'ultimo particolarmente causato dalla combustione di sostanze di derivazione fossile) così come anche l'attività agro-industriale non sembra determinare inquinamento ambientale, nonostante anch'essa non abbia subìto particolari blocchi a causa del lockdown.

Persiste, invece, quella concentrazione di inquinamento ambientale "di fondo" – di cui si diceva– che si dissemina e si mantiene nell'intero bacino padano e che si incrementa, specie nel periodo invernale, con le emissioni derivanti dalle locali fonti che vanno sotto i titoli di: mobilità, riscaldamento invernale, attività produttive, produzione di energia, agricoltura.

A dimostrazione di tale fenomeno di "disseminazione" vedasi i valori di PM10 nei giorni 27-30 marzo 2020 segnalati dalle centraline di Ferrara e da quelle degli altri capoluoghi di provincia dell'Emilia Romagna (Tab.3).

Il fortissimo incremento delle concentrazioni di tale parametro sembrerebbe rappresentare, a prima vista, un fenomeno inspiegabile essendosi verificato in pieno lockdown per tutta l'Italia e quindi in un periodo di traffico autoveicolare pressoché nullo. È noto come, in particolare, le PM10 presenti nelle nostre città e nelle periferie attraversate da arterie stradali molto frequentate –si pensi a Via Padova rispetto alla zona Barco o a Via Modena a Cassana ed alla non distante autostrada A14– siano in gran parte provocate proprio dalla movimentazione autoveicolare non solo a causa della emissione degli incombusti, ma anche per l'usura di pneumatici, freni ed asfalto stradale (Nota 4). Ebbene, il fenomeno qui richiamato di polveri PM10 in concentrazioni così elevate si spiega con la diffusione (ed il ristagno in pianura padana, per alcuni giorni consecutivi) di polveri provenienti dal deserto Karakum/Asia centrale, colpito da fortissime tempeste, e sparse in un'ampia area geografica planetaria fino al bacino del Mediterraneo.

 

Nota. Per ciascuna provincia, per ogni giorno indicato in tabella è mostrato il dato della “Stazione di monitoraggio Arpae” che ha rilevato le concentrazioni più elevate. Per i giorni 29.3.2020 e 30.3.2020 non disponiamo dei dati regionali, ma soltanto di quelli delle “stazioni” di Ferrara (nella fattispecie, qui sono riportati i valori rilevati dalla “centralina” di Corso Isonzo; valori peraltro simili a quelli delle altre “centraline” della provincia).

 

Per concludere, possiamo dire che –paradossalmente– la vicenda Covid-19 ha avuto quanto meno il merito non solo di evidenziare, in primo luogo il fenomeno, sia pure già considerato, ma ora provato, dell'esistenza di una persistente concentrazione di inquinanti (per le PM10 addirittura spesso sopra o appena entro i limiti massimi di sicurezza stabiliti da Europa e dalla legislazione italiana) che si diffonde e persiste nell'intero bacino padano; e, in seconda istanza, confermare l'estraneità delle attività industriali all'alterazione della qualità dell'aria circostante e cittadina di Ferrara.

Nota 1. L'Agenzia Europea per l'Ambiente (EEA) nel suo rapporto “Air quality in Europe-2017 report” evidenzia come la qualità dell'aria in Europa, pur lentamente in via di miglioramento, determini ancora forti ripercussioni sulla salute degli europei. Fra gli inquinanti che producono i danni maggiori, vi sono l'esposizione al particoltato atmosferico (PM2,5 e PM10), biossido di azoto (NO2) benzo (a) pirene ed Ozono (O3) troposferico (livello della bassa atmosfera).

Per quanto riguarda il benzo (a) pirene, così come altri microinquinanti organici potenzialmente presenti nell'aria ambiente (si pensi, ad esempio, alle “famose” diossine),oppure contaminanti come Benzene ed Ossido di Carbonio (CO), non li abbiamo presi in considerazione in questo nostro lavoro in quanto, ove presenti, vengono quantificati, dai controlli analitici di Arpae, in valori assolutamente bassi, molto al di sotto dei limiti di rispetto per la salute dell'uomo e per la vegetazione.

L'Ozono, invece, non l'abbiamo preso in considerazione non perchè non presente nell'aria ambiente (anzi, i dati di Arpae ne evidenziano valori, a volte, anche elevati), ma in quanto si tratta di un inquinante dell'aria che presenta le concentrazioni “fuori norma” durante il periodo estivo, in particolare nelle ore centrali della giornata. Ciò, in quanto l'ozono si origina a seguito di reazioni fra il monossido di carbonio (CO) ed i composti organici volatili (COV) , attraverso una reazione catalizzata dalla radiazione solare. Per tale motivo si definisce l'Ozono un “inquinante secondario”, vale a dire un inquinante che non viene emesso direttamente da fonti inquinanti, ma che si forma in presenza di una elevata reattività fotochimica dell'atmosfera. L'Ozono sull'uomo si comporta come un irritante delle mucose delle vie respiratorie e può causare anche disturbi cardiovascolari.

I dati quantitativi dell'Ozono nell'aria (sintetizzati nella tabella che segue) raccolti da Arpae nelle “stazioni ferraresi” ove tale monitoraggio viene effettuato, evidenziano, da un lato, come la “soglia di informazione” (limite stabilito dalla Legge: 180 microgrammi/mc come media oraria) sia stata, infatti, superata nelle giornate estive dello scorso anno (qui sono riportate, a titolo di esempio, alcune di tali giornate), mentre nelle giornate di questo inverno la concentrazione di Ozono si attesti su valori pari a circa la metà del limite di legge (da notare, fra l'altro che i valori di O3 la “stazione” di Barco, in linea con quelli della “Stazione” cittadina di “Villa Fulvia”, in periodo estivo siano alquanto inferiori sia alla suddetta centralina di “Villa Fulvia” che, addirittura, a quella di “Jolanda di Savoia/Gherardi”, località, quest'ultima, con poca o nulla attività industriale e con scarso traffico autoveicolare . Inoltre, in zona Barco non sono mai stati superati i valori limite di legge, mentre nelle zone di “Jolanda di Savoja/Gherardi” e di “Villa Fulvia” tale limite è stato superato, lo scorso anno, rispettivamente, 11 e 7 volte.

 

Nota 2. Il mantenimento dell'attività degli impianti manifatturieri, dei laboratori di ricerca, dei servizi associati (mense aziendali; trasporti interni...) presenti nell'area industriale di Ferrara è stato possibile grazie alle garanzie per la sicurezza della salute dei lavoratori addetti e di salvaguardia ambientale, assicurate dagli elevati livelli tecnologici degli impianti e dei sistemi di abbattimento delle emissioni dei cicli produttivi, nonchè da consolidate condizioni di organizzazione del lavoro favorenti l'autonoma responsabilizzazione degli addetti, ai diversi livelli sia direttivi, che operativi.

Tutte condizioni, queste, associate a misure specifiche correlate all'emergenza epidemica quali l'assunzione di protocolli di sicurezza anti-contagio e l'adozione di mezzi di protezione individuale, che hanno consentito la continuità produttiva senza che si siano mai registrati non solo fenomeni che in qualche modo segnalassero eventuali focolai di infezione, ma neppure casi di singoli lavoratori contaminati.

Sarebbe opportuno che il gruppo di studio interregionale (di cui alla Nota 3) inserisse nel proprio programma di ricerca un'attenzione particolare all'esame di situazioni ed esperienze come queste sopra segnalate, ove le Buone pratiche sviluppate, in termini di tecnologie avanzate e di innovativi sistemi organizzativi, possono rappresentare per il futuro modelli di riferimento da estendere in altri ambiti territoriali ancora oggi soggetti a pesanti condizionamenti ambientali.

Leggiamo, ad esempio, su “Quotidiano di Sicilia” (redattori Antonio Leo e Rosario Battiato) del 14 aprile us come -dopo aver evidenziato il sensibile miglioramento della qualità dell'aria dovuto al lockdown in tutta Italia, specie nell'area padana, ed anche in Sicilia- nelle aree industriali dell'isola, invece, non sia cambiato nulla rispetto alle condizioni ambientali ante-virus. Scrive, infatti, il giornale: “Nose, l'App di Arpa Sicilia che permette ai singoli utenti di segnalare le molestie olfattive generate per lo più da impianti industriali e discariche, ha registrato un picco di segnalazioni (ben 81) tra il 25 ed il 26 marzo 2020 di cui la stragrande maggioranza (75) provenienti da Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa. Idrocarburi, zolfo e solventi tra i lezzi più forti che hanno provocato nei cittadini alcuni malesseri ...” Da ricordare che gli impianti causa di tali molestie sono stati mantenuti in marcia durante il periodo di lockdown.

Inoltre, il giornale segnala un altro fenomeno che “grazie” al Corona virus è stato possibile osservare in Sicilia, regione che accentra in poche aree geografiche le attività industriali particolarmente inquinanti, ma che in gran parte dell'isola non ospita particolari attività di questo tipo e quindi si presenta come territorio alquanto libero da inquinamento ambientale. Quanto riporta il giornale è un fenomeno opposto, potremmo dire, a quello segnalato in precedenza, ma altrettanto indicativo per il “cosa-fare-in futuro” per un radicale miglioramento e non solo temporaneo della qualità dell'aria. Scrive, infatti, in proposito, il “Quotidiano di Sicilia” che considerando il minore impatto dei contagiati a Palermo rispetto all'Italia e alla Lombardia (rispettivamente 10 e 100 volte in meno comparando i casi per unità di persone) si protrebbe considerare che  “a salvare la Sicilia da una diffusione esagerata del contagio e della relativa mortalità, potrebbe essere stata la minore presenza nell'isola di emissioni rispetto all'area padana. Lo mettono in evidenza alcuni studi che hanno analizzato il ruolo dell'inquinamento come fattore di indebolimento per chi ha contratto la malattia e come vettore di diffusione. Si tratta di ipotesi ancora al vaglio che però evidenziano ancora una volta la necessità di politiche sostenibili per l'aria al fine di rendere migliore la qualità della vita”.

Nota 3. Proprio prendendo spunto dagli effetti prodotti sul piano ambientale dal lockdown, la Regione Emilia Romagna e Arpae hanno avviato un'ampia ricerca, nell'ambito del Progetto europeo Prepair che coinvolgerà l'area del bacino Nord-Adriatico per raccogliere e valutare dati e comprendere anche le eventuali relazioni tra pandemia ed inquinamento. Lo studio dovrebbe servire anche a mettere a punto, nella Fase 3 (post Covid-19) una strategia condivisa per i nuovi piani e programmi per il miglioramento della qualità dell'ariaed il contrasto ai cambiamenti climatici, che dovranno tenere conto di un contesto socio-economico completamente mutato. Lo studio coinvolge, oltre a Regione Emilia Romagna ed Arpae le regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Valle d'Aosta, provincia di Trento e le relative Agenzie regionali per l'ambiente, le municipalità di Bologna, Milano, Torino, l'Agenzia ambientale slovena Arso, la Fondazione Lombardia per l'ambiente-Fla e la società consortile emiliano-romagnola Arter, la Rete Italiana Ambiente e Salute-Rias (progetto finanziato dal Ministero della salute. Si legge nel documento che riporta la costituzione di questa task force interregionale che alla luce di quanto evidenziatosi in conseguenza delle misure di contenimento dell'epidemia Covid-19 “la Regione Emilia Romagna ha quindi deciso di promuovere uno studio per estendere le conoscenze maturate nell'ambito del progetto europeo Prepair, incrociando i dati epidemiologici con quelli ambientali relativi alla concentrazione di inquianti ed alle variazioni delle emissioni in relazione ai consumi energetici, al traffico locale e autostradale ed alle condizioni meteorologiche. Questi dati saranno utilizzati per valutare l'esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici nelle condizioni precedenti e durante il lockdown”.

Nota 4. Uno studio condotto dalla società inglese indipendente "Emissioni Analytics", specializzata nella misurazione delle emissioni, indica che i NEE (Emissioni non di scarico) costituiscono la maggior parte del particolato primario del trasporto su strada: il 60% delle PM2,5 ed il 73% delle PM10. Tant'è che le maggiori case costruttrici di auto - che pure si stanno orientando sempre più verso la produzione di auto elettriche- stanno ricercando soluzioni per rendere il più possibile leggere le autovetture (la pesantezza è infatti proporzionale all'usura di pneumatici e di freni). Si pensi che l'accumulatore di un'auto elettrica come la Tesla Model S pesa 600 kg, incidendo così fortemente sui parametri suddetti.

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