A Pavia e Mantova: da un mese nessun decesso

Proponiamo il nuovo articolo di Andrea Gandini pubblicato sul blog di Madrugada. Per leggere gli altri suoi articoli clicca qui.

A Pavia e Mantova (due delle 8 province con più contagi) da un mese non ci sono più morti da Cov Sars2. Le nuove terapie sembra che funzionino. Prima a Pavia si è intervenuti con Eparina, ora a Mantova si usa il plasma di pazienti guariti che viene trasferito ai malati da Covid e funziona come una sorta di vaccino con la differenza che costa pochissimo ed è subito disponibile. Sono 7-8 i donatori al giorno ed è stato testato su 80 malati tutti guariti nell’arco di 2-48 ore. I medici assicurano che si tratta di una terapia assolutamente sicura e funzionante ed è una sorta di immunoterapia passiva che trasferisce gli anticorpi dal guarito al malato e funziona per salvarlo.

La sieroterapia è una cura antica adottata dal 1880. Giuseppe De Donno è il direttore di Pneumologia e Terapia intensiva respiratoria dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, intervistato da Antonio Amorosi di affaritaliani.it (quotidiano on line) ha dichiarato: “stiamo lavorando ventre a terra dal primo giorno dell’epidemia e non abbiamo tempo di andare in TV, in questo momento il plasma è l’unico trattamento efficace; bisogna utilizzarlo in una fase precoce perché sia risolutivo, se invece si aspetta che il malato sia moribondo…allora si fa un errore e ci vuole solo il prete”.

Ciò conferma che, cambiando le terapie (cosa che si fa in molti ospedali da inizio aprile) si è drasticamente ridotta sia la mortalità, sia i malati nelle terapie intensive, dimezzatisi dal 2 aprile al 26 aprile, passando da 4.054 a 2.009. Al 2 aprile i malati con sintomi in ospedale erano oltre 28mila e i malati gravi in terapia intensiva erano pari al 12,5%; al 26 aprile i malati con sintomi in ospedale sono 21.372 e i malati gravi in terapia intensiva sono scesi all’ 8,6%.

E sono meno perché ci sono (ora) terapie più efficaci che intervengono nella fase iniziale dell’infezione, lasciando il malato a casa. Le terapie sono diverse (antinfiammatori, anticoagulanti, plasma, etc.) ed evitano che il malato si aggravi e finisca in ospedale dove ci sono stati moltissimi contagi (specie in Lombardia) con 20mila sanitari contagiati e 185 morti tra i medici stessi.

Inoltre la terapia intensiva era poco efficace in quanto i malati arrivavano in condizioni già molto gravi e con i trombi occlusi. Ciò spiega perchè i morti stiano riducendosi e ancor più i malati in terapia intensiva. Oltre agli evidenti effetti del lockdown c’è quindi un contributo aggiuntivo che deriva da questo nuovo approccio terapeutico iniziato ad aprile per merito di alcuni medici clinici che operano in prima linea.

Pavia e Mantova sono tra le prime 8 province che hanno avuto i contagi più alti con 0,74 e 0,75 contagiati per mille abitanti. Prima è Cremona (1,6) seguita da Piacenza (1,3), Lodi (1,27), Bergamo (1), Brescia (0,99), Reggio Emilia (0,86). Ma poi troviamo Pavia e Mantova (prima di Milano e Torino). Tutto è avvenuto da inizio aprile quando alcuni medici clinici sul campo dei due ospedali hanno cercato altre vie di cura in quanto quelle indicate dai Cinesi e dall’Oms (ma anche dai nostri “scienziati” nazionali) erano poco efficaci.

Dopo un mese in cui, impotenti e frustrati, vedevano morire in terapia intensiva 9 malati su 10, hanno cercato mossi dalla disperazione e dal coraggio altre vie. Aifa (Agenzia Italiana del farmaco) e Burioni non hanno certo incoraggiato questo approccio. Un’ipotesi è che siano convinti che la sola cura risolutiva sia un vaccino. Ma poiché potrebbe arrivare non prima di 18 mesi è, non solo ragionevole cercare altre vie (se si mostrano efficaci), soprattutto se sono meno costose e immediate. Una via che non piace alle aziende farmaceutiche in quanto alternativa al vaccino.

Le situazioni di “emergenza” a volte sono proprio quelle che favoriscono le innovazioni. Se ci sono “capi” e “quadri e tecnici” coraggiosi, illuminati, che pensano con la propria testa e capaci di rischiare, a volte, si fanno scoperte, si innova e si trova la strada giusta.

E’ questo un caso studiato dagli “organizzativisti”, in cui la situazione di emergenza consente (in potenza) di sperimentare e violare procedure e protocolli consolidati (proprio per poter salvare vite o più vite). Un caso da manuale è la vicenda di Apollo 13, dove, a causa di un guasto, si trattò far rientrare sulla Terra i tre astronauti con la navicella Aquarius (che serviva invece per andare sulla Luna). A Houston ogni esperto di una specifica funzione si rifiutava di prendersi la responsabilità di fare cambiamenti al protocollo perché quelle innovazioni, che pure potevano salvare la vita ai tre astronauti, erano troppo rischiose, violavano le procedure standard e nessuno si voleva assumere la responsabilità di un errore (che avrebbe portato alla morte i tre astronauti). Ma il capo fece notare che senza innovazioni (osservando le procedure) e senza rischiare i tre astronauti sarebbero comunque morti. Fece quindi la cosa giusta: motivò tutti i suoi “quadri e tecnici” ad una innovazione “sfidante” per trovare nuove soluzioni. Meglio procedure nuove e rischiose piuttosto che essere morti in partenza.

E’ questo un caso limite ma sappiamo bene che nelle organizzazioni ci si nasconde quasi sempre dietro le “procedure standard” (proprio per evitare di sbagliare, anche se appare a tutti che quella innovazione è ragionevole). Ciò avviene in quanto chi opera è pagato più che per “far bene” per “non sbagliare”; e ciò fa si che, secondo una logica distorta, la “qualità” diventi “fare bene cose sbagliate”.

Clinici italiani sperimentatori sul campo hanno avuto la capacità di pensare con la propria testa e il coraggio di osare, dopo aver visto che le indicazioni che erano venute dai Cinesi e dall’Oms erano inefficaci, nell’ordine: 1. Non usare antinfiammatori, anticoagulanti,…; 2. Usare soprattutto la terapia intensiva ventilatoria; 3. Gli asintomatici non contagiano (come dicevano ancora Cina e Oms il 21 febbraio). Su quest’ultimo punto bisogna ringraziare Andrea Crisanti dell’Imperial College, chiamato da Zaia, che a Vò Euganeo ha scoperto coi tamponi a tutti gli abitanti che non era affatto vero.

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