Mancano immigrati in agricoltura

La chiusura delle frontiere per il Covid-19 fa mancare qualcosa come 200mila immigrati stagionali nella nostra agricoltura per la raccolta di fragole, asparagi e altre primizie, per le potature di primavera nelle vigne e per l’avvio delle colture estive. Per questo la ministra Bellanova (ma ci stanno pensando anche alcune Regioni) propone di avviare al lavoro (dopo una selezione) italiani in cerca di lavoro o col reddito di cittadinanza o in cassa integrazione. Secondo Coldiretti ogni anno arrivano in Italia 370 mila lavoratori regolari dall’estero (nel 2019 furono 107mila rumeni, 35mila marocchini, 34mila indiani, 32mila albanesi, 14mila senegalesi, 13mila polacchi, 13mila tunisini e 11mila bulgari,…). Poi ci sono almeno altri 60-70mila immigrati irregolari secondo le stime dell’Istat. L’attuale modello immigratorio è stato favorito da una agricoltura intensiva e monocolturale che ha in mente solo la logica degli “schei” e che ha progressivamente distrutto non solo il territorio italiano (la bellezza della nostra campagna e la sua biodiversità), ma anche l’occupazione locale che poteva contare una volta su lavorazioni agricole che seguivano le stagioni e duravano almeno 6 mesi, perché c’era un’agricoltura estensiva e una biodiversità che consentiva diverse colture dalla primavera fino all’autunno. E’ questo tipo di agricoltura intensiva che richiama “squadre di immigrati” (a basso costo) che lavorano poche settimane (e poi si spostano altrove) e che ha distrutto l’occupazione locale che non può vivere lavorando un mese all’anno.

Un esempio di questo “moderno” scempio sono le colture intensive del prosecco di Conegliano e Valdobbiadene (Treviso) che hanno trasformato quelle bellissime colline in una monocoltura uniforme (che ha avuto l’approvazione dell’Unesco). E ciò mostra il tributo che viene dato nell’era del marketing e del consumismo ad una finta “bellezza” (da cartolina) che ignora la sapienza contadina, la cura dell’ambiente e la bellezza di territori che potevano fregiarsi non solo di diverse colture agricole (fino al 1960 tutte biologiche), ma anche di un’occupazione locale e quindi di una florida comunità. Non solo. E’ recente la scoperta che cibarsi di prodotti locali che facevano parte dell’alimentazione dei nostri padri e nonni, rafforza l’immunità e la salute, mentre un uso eccessivo di cibi dall’estero e di altre tradizioni (asiatica, sudamericana,…) sono molto meno benefici per noi. La “modernizzazione” dell’agricoltura verso allevamenti intensivi di animali o vaste monocolture agricole (con eliminazione di alberi, siepi, colture diverse e dell’antico paesaggio), l’enorme export-import è così all’origine non solo di gigantesche minacce derivanti da nuovi insetti (e virus) che distruggono le produzioni agricole locali e creano enormi fastidi agli umani (cimice asiatica, xylella,…, zanzara tigre, vari coronavirus), ma anche di un equilibrio millenario tra città e campagna (colline e montagne). Questo squilibrio è anche all’origine del dissesto idro-geologico attuale che porta all’abbandono delle periferie e aIla crescente urbanizzazione.

Sarebbe opportuno che si discutesse di questi temi che sono all’origine della nostra attuale drammatica clausura forzata perché alla riapertura si cambiasse radicalmente impostazione nello sviluppo al fine di tutelare le popolazioni periferiche, chi lavora in campagna, il territorio e la Natura avviando da subito un profondo cambiamento del modello agricolo. Si tratta di privilegiare le produzioni locali, il rispetto della natura (biologiche), la biodiversità delle colture, il consumo locale e favorendo così l’occupazione locale. Un primo intervento è usare la leva fiscale dell’Iva, portandola all’1% per tutti i prodotti bio o che hanno un consumo prevalentemente locale. Si tratta poi di fare una campagna presso i consumatori per far capire che pagare un kg. di pane (che costa 4 euro al consumatore) 50 centesimi in più (dandoli al contadino), significa fare una “rivoluzione” in agricoltura perché darebbe ai contadini quei margini (il doppio) che oggi non hanno per coltivare anche piccoli e sani appezzamenti. Si tratta quindi di favorire specifici accordi di filiera e di imporre di scrivere sui prodotti quali sono le aziende agricole che forniscono la materia prima e quanto sono pagati. Allora si ci sarebbero prima i nostri contadini italiani e si favorirebbe anche l’occupazione locale, viceversa siamo nell’ambito degli slogan.

Il problema si pone anche in Francia dove è stata lanciata la campagna “Braccia per riempire il tuo piatto” a cui pare abbiano risposto dal 24 marzo ben 207mila candidati che sarebbero sufficienti a far fronte al fabbisogno francese (stimato in 200mila occupati). Se si facesse anche in Italia…sarebbe un bel test sul nostro patriottismo.

(l'immagine è tratta da: http://www.cittadarte.emilia-romagna.it/luoghi/parma/museo-del-pomodoro)

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