Il lavoro dei giovani per contribuire a salvare il Paese

Uno dei problemi fondamentali che ci sembra di intravvedere per il prossimo futuro è che molte imprese non potranno ripartire come prima. Ci sarà qualcuna che potrà farlo ma molte dovranno cambiare assetti produttivi e anche organizzazione del lavoro.

Non tutte le imprese, infatti, sono come un’auto a cui è stato spento il motore, per cui basta girare la chiave e ripartire. Probabilmente si dovranno cambiare, almeno in parte, le merci prodotte rispetto alla produzione precedente e, di conseguenza, sia il personale che l’organizzazione del lavoro. Ora si invocano gli “esperti”, ma sarebbe il momento di accettare il fatto, per quanto spaventoso per ogni imprenditore, che non esistono veri esperti di questa crisi. Esperto è colui che ha fatto esperienza e nessuno ne ha mai fatta una simile.

I “ferraresi” con le esperienze di ristrutturazione del petrolchimico negli anni ’80 e poi con altre innovazioni (come quella che oggi porta avanti l’Università di Ferrara col progetto PIL) hanno dimostrato che una serie di modalità sono state di grande aiuto per rilanciare aziende che dovevano trovare modi nuovi e assetti diversi di produzione, avvalendosi anche del ruolo strategico dei quadri e dei tecnici (i veri esperti dell’organizzazione del lavoro) e dell’inserimento di giovani, attuando riduzioni di orario, forme di solidarietà come la cassa integrazione a rotazione per tutti, sperimentando le aree integrate di lavoro e l’inquadramento unico.

Il petrolchimico di Ferrara fu colpito da una ristrutturazione provocata da modifiche profonde del mercato del settore che cancellò quasi la metà dei posti di lavoro ed, essendo il petrolchimico di Ferrara, l’anello debole dei vari petrolchimici in Italia (difesi da potentati politici molto più forti) era destinato alla chiusura. Ferrara riuscì non solo a salvarsi ma a rilanciarsi (che era la cosa che contava) perché riuscì ad avviare una serie di innovazioni organizzative senza precedenti che fecero allora “scuola” in tutta Italia. Gran parte di quel patrimonio, riveduto e corretto, può essere usato oggi per uscire “diversi” dalla crisi. Ci limitiamo a ricordare che proprio nell’esperienza del PIL (Percorso di Inserimento Lavorativo) sono i giovani che, attraverso un diverso modo di “matching” (incontro) tra chi cerca lavoratori (imprenditore) e giovani in cerca di lavoro, portano nell’impresa idee e approcci diversi. Ovviamente se sono i giovani col loro curriculum, buona istruzione e potenziale, la prima risorsa sono poi gli imprenditori (o chi seleziona) che, ascoltandoli, capiscono quali sono le innovazioni che potrebbero portare nell’impresa che cerca un assetto diverso. Solo l’imprenditore che ha una visione organica del suo business (e di come esso può cambiare dopo il Covid-19) può cogliere le potenzialità e le novità di un giovane neo-laureato o neo-diplomato in possesso di una competenza di base a volte diversa  rispetto al pregiudizio che aveva mosso lo stesso imprenditore nella ricerca di nuoverisorse professionali.

Il sistema di “matching” messo a punto si basa su una reciproca scelta e l’impresa sceglie il giovane selezionandolo tra un’ampia rosa di candidati i quali, a loro volta, hanno già individuato quell’impresa come un luogo dove possono apportare il loro potenziale, la loro competenza, i loro studi e una “ventata” di novità anche se, a volte, l'attività dell'Azienda è, a tutta prima, molto distante dal tipo di studi che i giovani hanno fatto. Ci può essere un’impresa che, ad esempio, produce valigie e si trova di colpo in difficoltà perché la gente viaggia di meno, ma chi ha detto che con nuove competenze non si possa (almeno in parte) cambiare produzioni?

E’ certo che se le innovazioni vengono quasi sempre pensate dai senior o da chi ha più esperienza, è anche vero che le idee nascono dal cogliere opportunità che sono dettate dagli studi recenti e da nuove competenze che arrivano dai giovani e comunque da un “incontro” tra vecchio e nuovo.

E oggi più che mai abbiamo bisogno di questo: “produrre in modo diverso” e "cose diverse" attraverso filiere produttive diverse, meno globalizzate e più garantite. Ecco perché una delle misure strategiche da adottare da parte del Governo e delle Regioni è quella di aiutare le imprese a “immaginare” quale potrebbe essere la “fabbrica del futuro” del dopo Covid-19. Possiamo immaginare realtà aziendali che abbiano lavoratori anziani che andranno in part-time 2-3 anni prima della pensione senza penalizzazioni e giovani neo assunti che aiutino le imprese ad acquisire una configurazione diversa dell'organizzazione del lavoro.Immaginiamo pure una modalità innovativa di “incontro” tra imprese e giovani, in modo che entrambi possano potersi "scegliersi" reciprocamente, così come avviene da 18 anni nell’esperienza di successo portata aventi da Unife e da altre università e centri di formazione in Emilia-Romagna.

Gli incentivi vanno usati in modo oculato e devono servire per creare lavoro, modificare gli assetti delle imprese in base ai nuovi mercati ed evitare una logica dell’aiuto assistenziale, previlegiando l’entrata nel mondo del lavoro di giovani scolarizzati, anche attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. L’Italia si riprenderà se passerà da 23 milioni di occupati a 25 e non se scenderà da 23 milioni a 20 con il resto assistito.

Per completare un puzzle siamo abituati a guardare la figura sulla scatola, immaginando che disposizione dovremo dare ai vari pezzi, ma stavolta la figura non c’è. Va inventata. E questo vale anche per molte imprese e servizi. Chi più dei giovani dotati di buona conoscenza e cultura digitale (e non solo) può dare alle imprese uno sguardo diverso dal passato?

L’imprenditore deve inventarsi un nuovo “gioco”: ora i rubinetti sono tutti chiusi, ma la nuova produzione industriale, le piccole attività artigianali, la stessa scuola e le università, anche i bar e i ristoranti, i cinema e i teatri, le spiagge e le librerie avranno bisogno di chiudere vecchi rubinetti e aprirne di nuovi. E questo si potrà fare se si è disposti a cambiare, se cambia il modo in cui si selezionano i giovani, se cambia l’organizzazione del lavoro, se cambia il modo in cui si va in pensione evitando di buttare al macero competenze.

Il lavoro per i giovani non si ricava mandando a casa gli anziani ma creando insieme a loro nuove opportunità di lavoro.

Sono sperimentazioni di successo quelle fatte in alcune imprese ma ora c’è la possibilità (e risorse economiche) per farle diventare esperienze di massa nell’interesse del Paese, dei giovani, degli anziani e del lavoro.

Solo il lavoro salverà questo Paese, non gli aiuti assistenziali.

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