Il dopo non dovrà essere come prima

Pubblichiamo l'articolo di RIta Tagliati sul tema della ripresa del Paese dopo l'emergenza:

IL DOPO NON DOVRA' ESSERE COME PRIMA

di Rita Tagliati

La “ripresa” del Paese dopo questa emergenza, dovrebbe secondo me:

-      Avere uno sguardo olistico sulle esigenze reali della popolazione e strategico immaginandone ed accompagnandone il possibile futuro, nello scenario di salvaguardia del Pianeta (quindi ogni progetto compatibile con convivenza biodiversità);

-      Compilare una classifica di priorità di re-azione, avendo come base il testo della Costituzione e, se necessario, rimodificandone il titolo V sull’articolazione dei poteri e la sussidiarietà;

-      Garantire attraverso regole chiare e giuste che tutti abbiano mezzi per vivere, privilegiando la modalità “lavoro dietro corrispettivo regolare”.

-      Legiferare non in modifica di norme precedenti, ma con abrogazioni generali e riscrittura delle regole.

-      Abbandonare il carrozzone burocratico che nutre se stesso a scapito della velocità ed efficacia degli interventi.

-      Escludere appigli di infiltrazioni per lobby, massonerie, malavita organizzata e togliere ogni influenza corporativa che non nasca dai tavoli di concertazione fra Stato e corpi intermedi riconosciuti.

Serve un coraggio che superi tutti gli arroccamenti al passato, dimentichi l’evoluzione dispositiva precedente- basata quasi sempre su rattoppi e correzioni-, azzeri sedicenti diritti acquisiti, recuperi valori e principii avallati moralmente ma mai introdotti, dia alla società intera un quadro semplice di norme per il raggiungimento di obiettivi solidali, introduca un sistema di controllo sulla regolarità delle procedure capace di agire senza il fardello inutile dell’eccesso burocratico.

Probabilmente il Governo giusto per gestire il cambiamento dev’essere di solidarietà nazionale, non nascente da elezioni seguite a scontri tra partiti o coalizioni.

Nella classifica di priorità “del fare” dovrebbero entrare le seguenti azioni:

1.   Correggere l’applicazione del concetto di globalizzazione declinato per lo più come delocalizzazione per convenienza (o con incentivi, o con disincentivi).

2.   Definire settori strategici la cui produzione deve stare in Italia. Qualora non sia considerato conveniente: o con gestione diretta dello Stato (forse è meglio non tornare all’IRI, ma se ci fossero manager capaci, seri e non corruttibili, forse sì), o con incentivi e sostegni alle imprese. (Esempio di prodotti: dispositivi medici; esempio di ragioni: garanzie occupazionali).

3.   Parimenti definire che cosa non sia strategico e obbligatorio (Alitalia?)

4.   Affiancare le piccole e medie imprese con servizi di rete o altro necessario, per evitare la debolezza del settore lasciato alla sola iniziativa (o al fallimento) individuale, riconoscendo ai distretti per settore o complementari un valore maggiore di quello di una sola grande industria in mano a multinazionali che non garantiscono continuità di produzione sul territorio e di occupazione.

5.   Rimettere ordine nella Sanità (giusta dotazione di servizi essenziali ai territori, rapporti pubblico-privato, rapporti con università e ricerca, convenzioni, professionisti intra moenia, ecc.).

6.   Rifondare il settore dell’istruzione, sia come contenuti e articolazione cicli, sia favorendo la giusta dotazione di mezzi e di insegnanti.

7.   Intervenire nel settore universitario togliendo di mezzo il baronato e l’opacità delle carriere.

8.   Progettare e realizzare (bene) le opere pubbliche perché servono e non come modalità per risolvere problemi occupazionali in aree disagiate. Piuttosto attuare piani di utilizzo manodopera locale per (attraverso le Aziende derivate) le indispensabili (ma oggi non fatte) manutenzioni costanti e precise sulle esistenti opere pubbliche, soprattutto stradali, autostradali e ferroviarie.

9.   Censire e finalizzare l’uso del patrimonio pubblico inutilizzato, soprattutto per emergenze abitative.

10.             Introdurre un unico sistema informatico in tutte le strutture statali -o rendere possibile che gli attuali siano dialoganti- in modo che i dati siano condivisi fra tutti i settori dello Stato;

11.             Snellire il sistema fiscale: cosa si tassa e perché (la ragione non può essere perché lo Stato in questo momento ha bisogno di soldi = in tal caso si usino i prelievi straordinari finalizzati ad acta). Sostituire tutti gli oneri ora vigenti con poche voci capaci di realizzare equità e proporzionalità, applicando il principio che non si tassa il tipo di operazione a prescindere, bensì si gradua la capacità di reddito del contribuente. Si deve scardinare l’attuale sistema che impone una certa tassazione sull’atto, precisandone poi tutta la serie di esenzioni o sconti per casi da dimostrare con documenti, impiego di tempo, ricorso a intermediari ecc. Eliminare totalmente, di conseguenza, i vari “codici tributo”, che si ridurrebbero a pochissimi.

12.             Togliere a cittadini e imprese l’onere di denunciare situazioni di cui lo Stato ha perfetta conoscenza (es. dichiarazione Ici basata su dati catastali forniti dall’Agenzia; dichiarazione redditi basata su documenti -redditi e deduzioni/detrazioni- di cui lo Stato ha già contezza, riferiti a quell’unico codice fiscale; dichiarazioni periodica e annuale Iva, ora che c’è obbligo di fatture elettroniche e lo Stato ha già tutto).

13.             Tirare una riga rossa sull’elenco che gira da decenni intitolato “enti inutili” ma percettori di denaro e benefici pubblici.

14.             Rivedere il ruolo dei corpi intermedi (rappresentanze di categoria per interloquire con il Governo nelle scelte), depurandoli dalla parte che li vede intermediari nell’assistenza fiscale o previdenziale: se lo Stato ha norme chiare, intellegibili e giuste, non c’è bisogno di schermi fra esso e il cittadino.

15.             Riconoscere ruolo centrale al Terzo Settore, come indispensabile completamento dell’azione pubblica.

Ho tralasciato Europa e Banche. Credo che se riuscissimo a realizzare quello che ho scritto, in Europa avremmo più dignità. E con un'economia più stabile e giusta, le banche farebbero la loro parte.

Newsletter

Newsletter

Inserisci la tua mail per rimanere informato sulle nostre iniziative

Visualizza
privacy

gli sponsor dell'Annuario 2019