Covid-19, imparare dagli errori, ripartire diversi e differenziati (i dati delle singole Regioni)

Come fare per ripartire non più come prima, quando sarà di nuovo possibile? Come far tesoro di quanto imparato? Domande su cui meditare per evitare che, al di là dei buoni propositi di oggi, si ritorni a fare esattamente quello che facevamo prima, perché gli studi sui comportamenti umani ci dicono che, al di là delle belle parole, il rischio di continuare come prima è alto. Per esempio si potrà ripartire con una produzione industriale libera da ogni vincolo ambientale (come propone Trump) o si dovrà accelerare l’economia circolare? De-globalizzare significherà specializzarsi per stare meglio dentro il mercato interno europeo o ritornare a quello nazionale? Rilanciare l’agricoltura bio e i prodotti locali anche a costo di ridurre import-export in agricoltura o continuare come prima? Regolarizzare tutti gli irregolari che lavorano in nero (badanti, braccianti, edili,…) non solo per poter controllare il contagio e dare assistenza sanitaria, ma anche per stroncare il lavoro nero e avere contributi e tasse a favore dello Stato. Investire su sanità, scuola, territorio e giovani o continuare con spese correnti per salari e pensioni? La meravigliosa città di Venezia sta su tronchi di legno che ricoprivano i boschi della Dalmazia: torneremo a forestare la nostra Italia?

Ripartire come prima sarebbe drammatico perché vuol dire che non abbiamo capito la “lezione”, e la prossima volta la “legnata” sarà ancora maggiore.

I dati per singola Regione dicono che l’emergenza è molto diversificata. E’ altissima in Lombardia (61% dei morti), alta in Emilia-R. (15%), seguita da Val d’Aosta, Marche, Trentino, Piemonte, Veneto. Nelle altre regioni è un fenomeno di bassa intensità. In Basilicata, per esempio, c’é stato fino al 26 marzo solo un morto per Covid-19, quando c’erano nel primo trimestre del 2017 51 morti per influenza e polmoniti e 1.515 morti in complesso per tutte le cause sempre nel 1° trimestre del 2017. Poiché è accertato da 13 laboratori lombardi che il Covid-19 era presente in Lombardia sin dal 1° gennaio, i dati sono attendibili e poiché dall’8 marzo al 26 marzo sono passati 18 giorni dalle misure di “chiusura” (molti che lavoravano e studiavano al Nord vi hanno fatto rientro prima dell’8 marzo), si può desumere che gran parte dei contagiati del Nord in discesa al Sud abbiano già fatto effetto almeno sui contagiati. Come si potrà notare le morti per Covid-19 sono in quasi tutte le regioni molto inferiori alle morti per influenza e polmoniti (che per il 70% dell’anno si concentrano nei primi tre mesi, dati del 2017), tranne che in Lombardia (dove sono quasi il triplo) e in Emilia-Romagna dove sono analoghe. Sarebbe quindi importante dare una informazione che non sia ansiogena in quanto, se è vero che il fenomeno è grave in Lombardia, non lo è altrove con la “chiusura/lockdown”. Se in Lombardia le morti per Covid-19 sono il 20% di tutti i decessi, nelle regioni del Sud sono quasi sempre sotto l’1%. Purtroppo la paura fa cattivi scherzi e amplifica la caccia all’untore (a chi non ha la mascherina, i guanti o porta il figlio in bici sul seggiolino oltre 200 metri da casa sua). Comportamenti asociali perché comportarsi in modo civile è semmai non avvicinarsi agli altri, non girare da soli distanziati. Ci sono un sacco di persone (dai bambini agli anziani) che hanno bisogno di muoversi se non vogliamo alla fine della “reclusione”, trovarci con un sacco di malattie e disturbi.


I dati mostrano una situazione molto differenziata (e ancor più se si analizzassero le province e i singoli Comuni) per cui è ragionevole che le misure di allentamento, quando verranno prese, siano differenziate per Regione e per Comune in base alla gravità delle diverse situazioni. Appare evidente che siamo in presenza di un fenomeno nuovo le cui caratteristiche sono la “velocità e l’intensità in un breve periodo e in alcune zone”, una sorta di “tsunami concentrato” che richiede una risposta diversa dalle routine sanitarie tradizionali a cui rispondono le singole Regioni. In presenza di queste “varianze” non c’è solo un problema di “preparazione” (che è stata inadeguata) a questo tipo di epidemia (che ha causato il 20% di contagiati sul totale di medici e infermieri all’ospedale di Bergamo -sono 8.358 i sanitari contagiati in Italia di cui il 50% in Lombardia-), trasformando quelli che si pensava fossero sicuri presidi sanitari in “vettori” di contagio, ma anche di distribuzione del carico di lavoro tra tutte le Regioni (a partire da quelle confinanti) e quindi l’importanza di una regia nazionale in presenza di queste epidemie. Ciò pone il problema di una revisione del rapporto Stato-Regioni nella sanità, anche perché, nel frattempo (dal 1947) la dimensione di alcune regioni è diventata troppo piccola e sarà necessario avere macro-Regioni per avere una soglia minima adeguata alle necessità. La Lombardia colpita in pieno dall’epidemia (con 1.300 pazienti in terapia intensiva di Covid-19), ha dovuto trasferire propri malati in altre Regioni (anche in Germania), infatti sia il Veneto che l’Emilia-R., nonostante il forte afflusso, hanno ancora metà dei letti in terapia intensiva liberi.

Per una riapertura graduale più rapida si potrà chiedere a chi è contagiato (e deve stare in quarantena) di subire un controllo tramite App (rigorosamente a termine e con relativa cancellazione dei dati personali), in modo da dare sicurezza, com’è avvenuto in Sud Corea e Singapore, agli altri cittadini. Ciò pone il controllo dei big data da parte di autorità indipendenti. Purtroppo contare sul self control non è possibile se è vero che anche ieri sono stati multati 50 contagiati e in quarantena che giravano bellamente. Un altro tema da affrontare è se consentire a chi è over 50-60 di non andare a lavorare in azienda (anche qualora ci siano misure di sicurezza) perché per gli anziani i rischi sono maggiori. Si aprono quindi molte questioni ma vale la pena da subito parlarne perché ogni giorno che passa la chiusura ha un costo che pagheremo tutti e, quindi, trovare il modo, anche differenziato di partire prima possibile in sicurezza non è sbagliato. Le stesse strutture sanitarie dovranno proporre un piano di come far fronte ad una eventuale recrudescenza del fenomeno in estate (qualora ciò avvenga), perché non sappiamo se gli asintomatici possono ammalarsi di nuovo. E’ probabile di no, ma un piano va approntato in modo da far tesoro degli errori fatti e “ripartire da tre”: errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

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