La politica al tempo delle crisi globali

La drammatica vicenda che ci sta colpendo in questi giorni, un'infezione virale che ha ormai assunto le dimensioni di una pandemia globale, ci fa riflettere su aspetti della nostra esistenza collettiva che finora davamo per scontati. Il web propone numerosi articoli di approfondimento della stampa e dei siti di interesse nazionale (si vedano, per esempio, le considerazioni di Donato Speroni sul sito dell'ASviS), ma anche in ambito locale possiamo leggere contributi sull'argomento: nel nostro blog Marco Bondesan ha trattato il concetto di "rischio" e i corretti comportamenti da tenere per mitigarne le conseguenze; altri articoli li troviamo nel Blog di Madrugada, cui collabora un fondatore del Cds, Andrea Gandini, piuttosto che su Mente Politica, il giornale bolognese online diretto da Paolo Pombeni che, fra gli altri, riporta le considerazioni di Gianpaolo Rossini sul ruolo della BCE, pubblicate l'11 marzo scorso e che meritano una lettura alla luce degli eventi accaduti subito dopo.

Ma una delle cose che ci sta insegnando questa drammatica crisi, imprevista e imprevedibile, è il ruolo, anzi il significato stesso dell'azione politica, di ciò che la politica è in contrasto a ciò che pensiamo, talvolta a torto, che la politica sia. Anzitutto, ci sta dimostrando che la vera essenza della politica sta nella sua straordinarietà: il politico è anzitutto chi esercita la sovranità e il sovrano, scriveva un pensatore tedesco d'altri tempi, è chi decide sullo stato d'eccezione, cioè chi risolve le situazioni di disordine, chi stabilisce le regole a partire da una condizione che è fuori controllo, chi mette fine alle crisi. Il pensatore in questione era Carl Schmitt, che visse in Germania ai tempi del nazismo e considerò, del tutto erroneamente, che fosse il conflitto, cioè la divisione fra amici e nemici, il criterio per distinguere ciò che è politico da ciò che non lo è; e che la massima intensità dell'agire politico coincidesse con la massima divisione fra amici e nemici, e cioè con la guerra.

Ma la guerra è solo una - la peggiore - delle possibili manifestazioni della politica: in realtà l’essenza della politica, e la vicenda del coronavirus lo sta dimostrando in modo inequivocabile, è la capacità di stabilire nuove regole di comportamento collettivo; la buona politica, il cui fondamento deve restare democratico e non autoritario, è la capacità di prendere decisioni efficaci e tempestive, e di farle applicare per porre fine allo "stato d'eccezione", all’incertezza e ai drammi umani che ne derivano. La lotta al coronavirus è certo una guerra, ma non nel senso di Schmitt; anzi, la divisione in "amici" e "nemici" è chiaramente quanto di più deleterio possa esserci per combattere con efficacia questa pandemia, che richiede cooperazione e non conflitto.

Ciò che la grave vicenda del coronavirus ci sta mostrando, però, è anche dove fino ad oggi risiede l’effettiva capacità politica, chi sono cioè i veri soggetti dell'azione politica: in Europa, il sovrano coincide con i governi degli Stati nazionali, ognuno dei quali in questa situazione si è mosso in ordine sparso, per proprio conto. Per non parlare del resto del mondo, dove istituzioni come le Nazioni Unite, e soprattutto l'OMS, dovrebbero avere in questa crisi più ampi poteri. Abbiamo invece dittature che negano e nascondono il problema, accentuandone la gravità, e Stati democratici che pensavano fino a poco tempo fa che chiudere le frontiere fosse sufficiente a contrastare una minaccia che invece è globale, che è già da tempo al loro interno e per contrastare la quale occorrono incisive misure comuni.

Una situazione che è tanto più paradossale se pensiamo che in passato sono state fatte simulazioni, studi preventivi proprio sulle pandemie, come il caso della ricerca che fu commissionata anni or sono dalla Commissione Europea. L'Unione Europea sta mostrando ora attenzione e anche risorse, ma resta ancora priva di una sovranità effettiva, che rimane saldamente nelle mani dei singoli Stati nazionali che mantengono i veri poteri decisionali e li esercitano con le modalità e le tempistiche che ritengono più opportune. Ma il fattore tempo, in una situazione come questa, non è una variabile di secondaria importanza.

E chi può decidere, efficacemente e velocemente, quando i problemi critici da affrontare diventano globali?

Ci sono ormai molti, troppi problemi cruciali che non possono essere risolti dalle singole nazioni senza il concorso di tutti: i cambiamenti climatici, le pandemie, le speculazione finanziarie, i grandi flussi migratori, il terrorismo internazionale sono solo alcuni esempi di quella più complessa problematica mondiale che Aurelio Peccei aveva individuato già agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso e che oggi, a mezzo secolo di distanza, sono ancora tutti lì, problemi irrisolti e alcuni aggravatisi. Le singole nazioni possono intervenire, certo, mettendoci delle "pezze", ma non sono in grado di risolverli in via definitiva: si tramutano allora, quando va bene, in "situazioni che stancamente si ripetono senza tempo", come diceva Edoardo Bennato in una sua celebre canzone, Un giorno credi, che testimonia quel clima di incertezza che è anche, e soprattutto, conseguenza della mancanza di una iniziativa politica a livello globale là dove questa invece è più che mai necessaria. Ce ne siamo accorti, ampiamente, con le crisi in Africa e in Medio Oriente, ed anche il dramma del coronavirus è emblematico: ne usciremo, non sappiamo ancora quando e a che prezzo, ma dovremo forse aspettare che sia la scienza, con i vaccini, a debellare completamente il virus a livello globale, perché a quel livello la capacità decisionale della politica resta ancora un'utopia. Il G7 si riunirà a breve, per iniziativa dei governi di singoli Stati, ma l'esigenza di una politica globale non è un optional, è una necessità di cui ormai non possiamo e non dobbiamo fare a meno.

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