Un milione le domande sul Reddito di Cittadinanza in Italia (1.500 circa a Ferrara): meno del previsto. Di Andrea Gandini

Sono 1.016.977 al 30 aprile le domande per il Reddito di Cittadinanza. Sulla base del tasso di accoglimento (72%) dovrebbero esserne accolte tra 700 e 750mila, per circa 1,8 milioni di persone coinvolte (nell’ipotesi di 2,5 persone a famiglia). Sono dunque il 40% in meno di quelle previste dallo stesso Governo nella relazione tecnica alla legge (1.248.000). Ciò dovrebbe comportare un risparmio di un miliardo e mezzo di euro sui 5,6 miliardi stanziati nel 2019 (7,1 nel 2020).

Secondo l’Istat i poveri “relativi” (coloro che guadagnano la metà della media, per es. a Ferrara circa 570 euro al mese) sono circa 5 milioni, di cui 3,5 Italiani e 1,5 stranieri immigrati. I poveri Italiani sono dunque circa il 6,5% del totale Italiani, mentre i poveri stranieri sono il 25% degli stranieri. Com’è noto il “Reddito di Cittadinanza” è rivolto solo agli Italiani e a quei pochissimi stranieri che abitano in Italia da più di 10 anni e quindi avrebbe dovuto coinvolgere circa 4 milioni di potenziali poveri (secondo le stime Inps; il M5S diceva 5 milioni).

A questo punto o l’Istat ha sovrastimato i poveri (cosa difficile conoscendo la qualità del lavoro dell’Istat) oppure molti poveri non hanno fatto domanda per il Reddito di Cittadinanza.

Potrebbe anche essere che (specie al Sud dove il costo della vita è molto minore che al Nord) in realtà una fascia di cosiddetti poveri non lo sia perché “vive” anche di lavoretti in nero ed ha la proprietà della casa. Ed è, quindi, possibile che molti “poveri” non abbiano fatto la domanda perché riescono comunque a guadagnare qualcosina con lavoretti (spesso in nero), a cui preferiscono non rinunciare, anche per non incappare nelle pesanti sanzioni previste dalla legge (da 2 a 6 anni di reclusione e 8 ore settimanali di lavori socialmente utili). Inoltre solo il 50% percepirà un sussidio sopra 500 euro, mentre l’altra metà percepirà cifre inferiori a 500 euro e un 30% cifre modeste da 50 a 200 euro al mese. E’ probabilmente che questi ultimi (che fanno questi lavoretti in nero o lavori stagionali) non vi rinuncino, per quanto precari, in quanto garantiscono un minimo vitale duraturo negli anni, relazioni sociali e, un domani, opportunità per guadagnare di più. Le persone, anche se povere, preferiscono avere una propria autonomia lavorativa più che ricevere un sussidio, specie se è di importo simile a quanto si dovrebbe rinunciare.

A Ferrara le domande accolte sono solo 1.355 (il 62% delle 2.190 presentate), quando il totale nazionale delle domande fatte era ancora 681mila. Nel complesso dovrebbero salire a circa 2mila. Nell’ipotesi che le persone coinvolte fossero 2,5 per domanda si arriva all’ 1,4% della popolazione, un dato molto distante dal tasso di povertà censito a livello provinciale (circa 8%).

Una valutazione più approfondita potrà essere fatta solo coi dai definitivi ma, ci pare, che siano confermate le considerazioni che abbiamo fatto nell’Annuario 2019 e che oggi fanno anche organismi come l’Ocse:

1)    misure di contrasto alla povertà erano certamente da prendere in quanto l’Italia (come segnalava l’Ocse) da anni non aveva una misura adeguata di contrasto alla povertà, anche se il Governo Gentiloni aveva già stanziato per il REI (Reddito di Inclusione) 300 milioni nel 2018 e ben 2 miliardi per il 2019 (assorbiti dai circa 7,2 miliardi previsti per il Reddito di Cittadinanza) che avevano già sussidiato per es. in Emilia-R. 35mila famiglie.

2)    Le misure contro la povertà devono esserci in un Paese civile ma il mero sussidio monetario deve avere una certa proporzione rispetto al salario medio di quel Paese, onde evitare che si trasformi in un’alternativa al lavoro. Per esempio in Germania il sussidio monetario (tra i più generosi nel mondo) è al massimo di 420 euro mensili (un quarto del salario medio). Se adottassimo il generoso sussidio tedesco in Italia il massimo sarebbe attorno ai 350 euro (com’era appunto il REI). Inoltre in Italia c’è un’enorme differenziale di costo della vita tra Nord e Sud (30% in meno) per cui il sussidio dovrebbe essere rapportato al costo della vita locale e, semmai, integrato con aiuti specifici (affitto, libri scolastici per i figli,…) che possono fare bene solo i Comuni e le associazioni locali che davvero conoscono i poveri e le loro condizioni (e non un ente centrale come l’Inps).

3)    Se il sussidio monetario è troppo vicino al salario medio in nero locale il rischio è (specie in Italia dove il lavoro nero è circa 20%) di scoraggiare il lavoro, specie al Sud dove il 40% dei redditi sono sotto i 900 euro al mese. In tal senso il REI come misura di contrasto alla povertà è migliore del Reddito di Cittadinanza (sia perché di importo più adeguato -320 euro- ma soprattutto perché organizzato dai Comuni e dalle associazioni laiche e religiose locali che meglio conoscono i veri poveri e come aiutarli ad uscire da tale condizione. A Ferrara per esempio l’esperienza del “Mantello” ha dimostrato che il 75% dei poveri, se ben seguito, può uscire dalla povertà in 18 mesi.

4)    Le misure di contrasto alla povertà devono basarsi, oltre che su personale dedicato e professionale (e dell’aiuto delle associazioni locali), su interventi multilivello che tengono conto delle diverse condizioni (dalla donna sola disoccupata con figli, all’anziano disabile single,…). La complessità delle condizioni implica un personale pubblico (e privato non profit) appositamente dedicato, che è diverso dal personale che deve trovare lavoro a chi è disoccupato.

5)    Sarebbe, pertanto, opportuno in futuro sulla base dell’esperienza (nostra e degli altri Paesi Europei) correggere la misura del Reddito di Cittadinanza (che è una misura molto anomala in Europa e più rivolta ai singoli poveri che alle famiglie povere), in modo da aiutare i veri poveri spendendo forse meno.

6)    Il vizio tipico italiano è di mancare sempre del “senso delle proporzioni”: o nulla o in eccesso. Le risorse di un Paese sono limitate e vanno usate con cura; l’elenco dei bisogni è sterminato: il lavoro autonomo discontinuo e precario manca completamente di sussidi, i dipendenti hanno una protezione (cassa integrazione) solo nel 50%, i lavoratori italiani a basso salario percepiscono il 30% in meno dei tedeschi, scuola e università italiane versano in condizioni pietose,...

7)    Il "vero" obiettivo del Reddito di Cittadinanza era quello di eliminare la povertà (e già una dichiarazione simile è a dir poco risibile) trovando addirittura il lavoro a chi era disoccupato (una mission impossibile in un Paese che non ha serie politiche attive di transizione al lavoro neppure per i giovani e per chi normalmente, professionalmente preparato cerca lavoro). Queste politiche vanno impostate in tutt’altro modo (e distinte da quelle di contrasto alla povertà), non solo potenziando tutte le organizzazioni (Centri per l’impiego e privati) ma anche cambiando le procedure attuali (come abbiamo ampiamente spiegato nell’Annuario 2019), che si occupano di transizione al lavoro e non vanno assolutamente confuse con le politiche di contrasto alla povertà che necessitano di personale apposito del tutto differente, come si fa in tutta Europa. Per ora l’unica modestissima misura è l’assunzione di 3mila “navigator”: ci vuol ben altro per efficientare i Centri per l’Impiego!

Come si vede il lavoro ancora da fare è enorme e, più che i soldi ("trovati", peraltro prendendoli in parte dai pensionati ai quali sarà bloccata l'indicizzazione legata al costo della vita, la cui pensione subirà una ulteriore penalizzazione non appena scatterà l'aumento dell'Iva), mancano le idee e le strategie, specie se si continuano a snobbare le buone pratiche che anche in Italia esistono (vedi la pratica del Pil-Percorso di Inserimento Lavorativo- dell’Università di Ferrara) su come trovare un primo lavoro ai laureandi.

8)    Abbiamo smarrito la buona pratica (e forse giovani neofiti politicanti nemmeno sanno cosa significhi) di fare prima sperimentazioni (la logica dell’impianto “pilota”) e poi sulla base dei risultati fare le necessarie migliorie al fine di applicarle a tutto il Paese. Finché non ritorneremo ad una politica seria che pensa più al bene comune che al consenso immediato, non miglioreremo questo Paese.

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