Alessandro Bratti: intervento conclusivo al convegno sulla bonifica del Petrolchimico di Ferrara

Riportiamo l'intervento conclusivo di Alessandro Bratti, Direttore Generale Ispra e Vicepresidente dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, al convegno Cds-Mfe sulla Cittadinanza Europea dedicato alla bonifica del petrolchimico di Ferrara, e di cui proponiamo anche la registrazione VIDEO.

Le bonifiche ambientali a Ferrara iniziano partendo dall’area industriale dove operava la Solvay alla fine degli anni ’90. Quasi nello stesso periodo viene emanato il Decreto Ministeriale 471/99, strumento legislativo applicativo della legge cosiddetta Ronchi del 1997, che ne regolamenta le modalità operative.

I temi da affrontare erano diversi. Si era consapevoli che ci si trovava di fronte ad una delle prime esperienze italiane al riguardo e che la linea che si doveva seguire era quella di gestire da un lato una crisi occupazionale e dall’altro iniziare il risanamento ambientale di un’area che nel tempo aveva avuto molte attività con un notevole impatto ambientale e sanitario. Le prime questioni affrontate hanno riguardato lo smantellamento della grande sfera ove avveniva la polimerizzazione del Cvm (Cloruro vinil monomero) e la bonifica di aree contaminate da mercurio. Quella fase è stata caratterizzata da periodi di conflittualità sociale ed anche da interventi giudiziari che non hanno dato alcun esito.

Il rapporto tra il sistema pubblico e l’azienda era connotato da una notevole diffidenza. Non è stato facile conquistare la fiducia reciproca per poter affrontare la bonifica di una situazione molto più complessa come quella del polo chimico.

Ricordo che nei primi anni del 2000 grazie a due importanti Accordi di programma si è attivato uno dei percorsi di bonifica e messa in sicurezza dei terreni e delle falde delle aree di un polo chimico fra le più significative del Paese. Il presupposto fondamentale di tale operazione era dato dalla presenza attiva di industrie nel sito.  

Situazioni purtroppo molto diverse sono presenti nei circa 40 Siti contaminati di interesse nazionale. Emblematico il caso dei siti Caffaro, dove l’azienda, fallita, ha lasciato un'eredità molto pesante dal punto di vista ambientale. Sono questi ultimi siti denominati "orfani" , dove non ci sono più attività produttive operanti. Ciò determina una notevole difficoltà ad intervenire poiché i costi delle bonifiche e quelli di messa in sicurezza, sarebbero tutti a carico del pubblico. La preoccupazione da parte del sistema pubblico della mancanza di un interlocutore privato con cui confrontarsi per poter impostare politiche di risanamento ambientale ha permeato tutta la vicenda ex Ilva. Sicuramente la chiusura dell’impianto e l’abbandono conseguente della proprietà determinerebbe una diminuzione significativa dell’inquinamento dell’aria. L’assenza però di una proprietà con cui interloquire impedirebbe di fatto di risanare quell'area di qualche migliaio di ettari che per anni è stata oggetto di attività industriali molto impattanti sull’ambiente.

Di situazioni analoghe in Italia ne abbiamo ancora tante. Ricordo l’area industriale di Marghera, per cui quasi un miliardo di euro è stato speso senza di fatto aver completato la bonifica.

Oggi i siti di interesse nazionale bonificati sono davvero pochi. Se poi approfondiamo le modalità con cui sono state realizzate le perimetrazioni queste risultano di difficile comprensione. Ad esempio a Taranto sono state escluse dal sito di interesse nazionale molte delle vecchie discariche, oltre che il  quartiere Tamburi .

Avere aree all’interno di un Sin e quindi seguire le disposizioni decise a livello centrale, non determina automaticamente dei vantaggi economici e procedurali e di converso non è detto che lo schema adottato a Ferrara, basato sul protagonismo degli Enti locali, sia applicabile in tutti i posti d'Italia. Perché l'avocare a livello locale la gestione organizzativa di un processo così complesso, come quello di una bonifica di un sito industriale, è possibile e dà risultati se si realizzano determinate condizioni: enti locali pro attivi, una agenzia di controllo preparata e tecnicamente competente, le aziende collaborative ed un contesto sociale favorevole.

Dal punto di vista normativo è necessario razionalizzare il sistema: troppi provvedimenti sono sparsi in varie leggi. A questo si aggiungono anche questioni organizzative non secondarie. 

Confrontando i siti da bonificare di Ferrara e Ravenna con Mantova (sito di interesse nazionale) emerge che proprio quest’ultima che ha presentato i problemi maggiori.

Infatti l'amministrazione comunale è cambiata più volte, anche di orientamento politico, ma non è mai riuscita a svolgere un ruolo di catalizzatore, fondamentale per cercare di affrontare queste vicende in modo esaustivo.

Questa situazione complessa accennata riguardo alle bonifiche in Italia, non trova certamente aiuto nella normativa europea che poco dice rispetto alla gestione sostenibile dei suoli rimandando tutto alle scelte dei singoli stati membri.

A tale riguardo fa ben sperare il discorso di insediamento della Presidente Von Der Leyen che ha messo al primo posto la questione del Green Deal.

La partita del Green Deal  viene gestita a livello europeo dal Vicepresidente Timmermans con delega specifica. La scelta va oltre ad un approccio difensivo del “bene comune” ambiente e pone i temi ambientali come un'opportunità di sviluppo dell'economia per l'Europa.

Anche in Italia nella recente legge di stabilità le scelte di carattere strategico che riguardando gli investimenti sul cosiddetto Green New Deal  sono state fatte dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e sono il frutto di una trattativa condotta direttamente con il sistema delle imprese anche su questioni delicate come ad esempio quella della plastic tax, non solo per una questione di tassazione, ma soprattutto di strategia. Cambia quindi l'approccio nei confronti dell’ambiente.

Sostanzialmente le questioni strategiche poste nel Green deal europeo sono tre :

a) cambiamento climatico: all'interno del quale sono le politiche di mitigazione e energie rinnovabili e quelle dell'adattamento, quindi piccole opere, la resilienza delle comunità e dei territori con i conseguenti investimenti necessari.

b) economia circolare: nuovo paradigma  che si basa sull’efficienza dell’uso delle risorse e dei cicli energetici.

Molto probabilmente il grande tema delle bonifica sta all’interno di questa strategia perché comprende tante attività: risanamento dell'ambiente, innovazione tecnologia, e tutto il tema del'uso del suolo; rigenerazione urbana per non compromettere nuovo suolo. 

c) tutela della biodiversità: parchi, riserve naturali, il mare sono ecosistemi da difendere, luoghi in cui si possono sviluppare attività economiche collegate al turismo, alla valorizzazione dei prodotti agricoli ed ittici.

Occuparsi di bonifiche non è solo risolvere le “ferite” ambientali del passato ma anche porre attenzione a non ripetere gli stessi errori e a non consegnare alle generazioni future problemi ambientali ancor più gravi. Analizziamo brevemente cosa è successo durante la crisi industriale del 2008. Chiusure improvvise di impianti produttivi, di discariche, di depositi i cui proprietari sono falliti, hanno lasciato sul territorio situazioni di grande degrado ambientale. Anche su scala territoriale ridotta ci sono centinaia di situazioni in cui a causa del fallimento dell'azienda vengono abbandonati rifiuti, cisterne piene di prodotti inquinanti che spesso percolano e vanno nel terreno. Ciò significa che da un impianto dismesso o da una discarica non gestita, ci si ritrova con un sito da bonificare. Quindi attenzione a non creare future situazioni problematiche per l’ambiente e per la salute.

Importante poi creare condizioni di mercato al fine che i rifiuti raccolti in maniera differenziata possano, una volta trattati, trovare uno sbocco di mercato come materia prima seconda. Se ciò non avviene il rischio che si creino delle condizioni pericolose per l’ambiente oltre che fenomeni malavitosi è molto elevato. Si pensi a cosa è successo recentemente agli impianti di selezione e trattamento di rifiuti plastici e non solo. Questi impianti non sono potenzialmente pericolosi, lo diventano nel momento in cui prendono fuoco.

Il fatto che negli ultimi due anni ci sia stato un incremento del numero di incendi è dipeso da due fattori. Il primo è legato al riciclo della plastica: in Italia nel 2016 avevamo circa il 42% di plastica che riciclavamo; di questo 42% il 50% andava in Cina e paesi limitrofi. Il mercato si è chiuso e quindi il materiale differenziato raccolto è stato spesso stipato in maniera irregolare in questi impianti che poi in maniera accidentale a volte ed in maniera dolosa in altre si sono incendiati.

Il secondo fattore è dato da un’applicazione non corretta del principio del così detto End of Waste, ossia della fine rifiuto, che è uno dei punti cardini dell'economia circolare. La possibilità che un rifiuto, opportunamente trattato, possa rientrare nel mercato come prodotto è la base del concetto di economia circolare: se non si fa questa operazione, non si recupera materia che conseguentemente può essere smaltita e non recuperata. E’ importante agire in modo coordinato altrimenti rischiamo che un procedimento virtuoso come la raccolta differenziata della plastica, ad esempio, abbia effetti negativi, perché alla fine si incrementa una raccolta di materiale che, se non ha mercato, non si sa dove metterlo.

Qualche considerazione a questo punto è necessario farla su Ferrara in quanto ospita industrie che in maniera diversa si trovano a progettare, produrre e trattare materie plastiche.

Si è parlato molto di bonifica relativamente al polo industriale di Ferrara, ma gli addetti ai lavori lo sanno, che in questo sito si è sviluppato un know how di ricerca di grandissimo livello. In questo complesso industriale ci sono società che sarebbero già in grado di affrontare il tema importantissimo del riciclo chimico della plastica, che è uno degli elementi fondamentali per poter raggiungere gli obiettivi di recupero e riciclo che ci vengono dati dall'Unione Europea.

Con il riciclo meccanico ( selezione - trattamento) si raggiungono percentuali di riciclo non sufficienti; non possiamo incenerire oltre, perché non c'è la capacità industriale di arrivare a determinate quantità, per non parlare del fatto che non è certamente il modo più intelligente per sfruttare un bene come la plastica.

Una nuova tecnologia all'orizzonte che sta dando dei segnali positivi è quella del riciclo chimico. A Ferrara c'è un pezzo della “testa” a livello mondiale di questa tecnologia. Non cogliere questa opportunità e non capire che il polo chimico non è un problema ma una grande risorsa (lo era anche prima, ma lo è tanto di più oggi), significa non avere un’idea di come far crescere l’economia di un territorio che storicamente è sempre stato il fanalino di coda dell’Emilia-Romagna. Nel secondo Accordo di programma si era iniziato un percorso di questo tipo.

ISPRA e Federchimica, attraverso Plastic Europe, hanno condotto uno studio durato circa otto mesi di lavoro con l’obiettivo fondamentale di condividere i dati relativi alla quantità di plastica che si trova in maniera differenziata ed indifferenziata nei rifiuti urbani e speciali . ISPRA è il soggetto che per legge produce il dato ambientale ufficiale, compreso quello relativo alla produzione e lo scarto di materiale plastico. Il lavoro ha prodotto un buon clima di fiducia, con un reciproco riconoscimento di competenza e qualità; si è condiviso un quadro e una strategia per raggiungere gli obiettivi. In questo quadro il riciclo chimico è importantissimo e Ferrara in questa logica è importante due volte, non solo per le bonifiche che sono un esempio storico e virtuoso ma anche come punto di riferimento per l’innovazione nel settore chimico-industriale.

Collegato a questa prospettiva vi è anche il futuro del polo fieristico. Importante è l'esperienza di RemTech, una fiera importantissima, sviluppata in mezzo a mille difficoltà, che però negli ultimi anni e soprattutto ora non riesce a crescere con la stessa qualità che le nuove sfide ambientali propongono alla società.

Se l’Amministrazione locale non investe sullo sviluppo di questa fiera prima o poi RemTech chiuderà i battenti.

Altro elemento decisivo sarà quanto l’Università di Ferrara si impegnerà e/o sarà coinvolta in un progetto dove la chimica ritorni ad essere protagonista. Il management delle aziende del Polo chimico, in primis Basell, e il compianto Prof Francesco Dondi dell’Università furono assolutamente “visionari” nel creare e sviluppare un Master che sfornava, attraverso una stretta collaborazione, giovani particolarmente formati su aspetti innovativi. L'esperienza fatta allora con il master fu di grande interesse. Quel rapporto così proficuo credo debba essere ripreso e sviluppato.

In conclusione nel celebrare questo anniversario credo sia fondamentale non solo ricordare i successi che si sono ottenuti, ma soprattutto capire come da quelle esperienze, una comunità possa impostare uno sviluppo sostenibile del proprio territorio. Ferrara grazie alla sua storia, ad un impianto urbanistico moderno, all’aver posto il tema culturale come prioritario, alla presenza di aziende innovative con strutture di ricerca sviluppate e ad un’Università in crescita può davvero diventare un esempio di Città circolare. Cuore di questo progetto potrebbe essere proprio il polo chimico che non può essere vissuto dalla comunità come solo un problema perché ogni tanto le torce si accendono.

Altre realtà nel Paese, alcune delle quali sono state citate, non hanno le caratteristiche qui ricordate: hanno i problemi e non le potenzialità. Qui ci sono potenzialità enormi che vanno sfruttate e oggi è il momento giusto. Perché il tema della plastica è fondamentale, perché la plastica è il 50% di quello che ci sta intorno, perché c'è l'inquinamento in mare, perché ci sono obiettivi da raggiungere e le aziende si stanno ponendo questo problema anche a livello mondiale, perché lo si deve alle future generazioni che rivendicano il diritto di vivere in un contesto sociale ed ambientale che possa soddisfare le loro necessità.

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