Brexit al via…ma paradossalmente si spegne l’interesse per Italexit

Dopo 3 anni di incertezze e drammi gli inglesi hanno deciso che è meglio Brexit. Dico gli inglesi perché scozzesi, gallesi e irlandesi del nord sono in grande maggioranza per restare in Europa. E a ben vedere i voti assoluti anche tra gli inglesi solo il 50% è favorevole, ma per il sistema maggioritario inglese (e la divisione tra Labour e Lib dem) in molti collegi sono arrivati primi i Tory. Com’è successo con l’elezione di Trump, chi ha favorito la vittoria dei conservatori sono stati un 20% di votanti Labour (soprattutto operai) che solo due anni fa votarono Corbyn ma questa volta hanno votato Tory. La causa maggiore del cambiamento di voto era che si votava non tanto sui programmi ma se uscire o meno dall’Europa e mentre Johnson era decisissimo, Corbyn è stato fino alla fine incerto.

E tra alcuni strati di operai si è diffusa l’idea che con la globalizzazione si riducono le tutele dei lavoratori inglesi, degli artigiani e delle piccole imprese e quindi la Brexit dà l’idea di tornare più “liberi” e al grande passato dell’Impero e del Commonwealth. Non a caso gli stranieri residenti di origine Commonwealth potevano votare in queste elezioni a differenza degli europei. E’ noto (l’ha detto anche la May in parlamento) che gli inglesi preferiscono come immigrati pakistani e indiani piuttosto che gli europei e trovare per tutti i guai inglesi un capro espiatorio (sempre gli immigrati, questa volta soprattutto l’idraulico polacco) è stato molto comodo, anche se gli studi mostrano il contribuito fondamentale allo sviluppo di UK proprio degli immigrati. La speranza è che riportando tutto il potere in “patria” ciò favorisca gli inglesi. Così pensa almeno la “periferia” inglese, a differenza delle città e di Londra dove invece si è convinti del contrario e che la Brexit sarà un grande danno.

Brexit si o no ha quindi inciso sul voto molto più dei programmi. Il Labour si è invece “perso” in un dettagliato programma “socialista”: nazionalizzare ferrovie, poste, banche, spendere molto di più per infrastrutture, case popolari, sanità, istruzione (zero tasse universitarie), ridurre le tasse ai lavoratori a basso reddito, alzarle per i ricchi, tassare i grandi patrimoni e le multinazionali). Un libretto “rosso” di 104 pagine dove però il tema fondamentale (Brexit) era “nascosto” a pag. 85: troppo poco per chi voleva una parola chiara a favore o contro (ma Corbyn, lo si sapeva, era più per una Brexit che no).

La società inglese rimane su questo tema spaccata in due: se si considerano infatti i voti assoluti di centro-sinistra (anche oggi che sono molto meno rispetto a due anni fa) sono uguali a quelli del centro-destra (come accadde in Usa con l’elezione di Trump dove Hillary ebbe 3 milioni di voti assoluti in più di Trump).

Dal 2001, con l’entrata di Cina e India nel commercio mondiale, hanno sofferto molti ceti operai europei e americani. Era inevitabile se si vuole che anche il resto del mondo cresca (e non solo l’occidente com’è successo per 200 anni). C’è chi pensa di evitare in futuro questi problemi tornando ad avere più potere a livello nazionale (“com’era bello il passato”). Ma la globalizzazione (che ha effetti sia positivi che negativi, alzi la mano chi acquista solo prodotti made in Italy) si può negoziare nei suoi aspetti più deteriori ma certo non fermare, a meno che non si voglia dichiarare guerra a Cina e India e resto del mondo (ammesso e non concesso che gli Usa siano contro). L’epoca in cui c’erano solo Europa e Usa non tornerà mai più.

Una politica nazionalista si può fare (o meglio produce pochi danni) se c’è un ampio mercato interno, come è il caso degli Usa (330 milioni di abitanti). Ma anche in questo caso la politica dei dazi di Trunp ha prodotto fino ad ora più svantaggi che vantaggi. E molti di quegli operai che votarono Trump sono tornati a votare Democratici in quasi tutte le elezioni locali.

E per trattare con Cina, India (ma anche Usa) è più facile come Europei che come Italiani. Per gli Inglesi la cosa è diversa perché da sempre hanno un trattamento speciale dal ricco figlio americano. Per questo non sono mai voluti entrare nell’euro e sempre hanno ostacolato la costruzione di un’Europa politica. Non a caso per la Brexit sono felici oggi soprattutto i Francesi che sperano di avere più potere in Europa e avere meno ostacoli sulla via di un’Europa unita politica.

Anche per l’Italia è una grande occasione se diventerà però “adulta” e non infantile com’è stata fino ad oggi. Le sfide del secolo sono enormi: dall’intelligenza artificiale, al lavoro, alla crisi ambientale e non sarà più possibile produrre e consumare come in passato e solo l’innovazione e produzioni “pulite” faranno ricchi i Paesi. I giovani reclamano (a ragione) una riconversione negli stili di vita se si vorrà avere ancora sviluppo e benessere. Problemi giganteschi che comportano scelte di governo poco popolari ma necessarie se si vuole avere visione. In questo credo stia la richiesta anche della Lega di un Governo di unità nazionale.

Nei prossimi anni chiunque sarà al Governo starà sulle spine perché i problemi sono enormi mentre i cittadini elettori sperano (si illudono) che i politici gli “tolgano le castagne dal fuoco”, che si faccia cioé un cambiamento che riguardi solo il vicino di casa ma in cui nulla cambi del proprio stile di vita e (per le imprese) di produzione. Ciò spiega l’enorme volatilità del voto e la fortuna degli slogan (quando si sta all’opposizione) che però si azzerano quando poi si governa.

Nei prossimi anni vedremo se gli inglesi ci hanno preso (ad uscire dall’Europa) oppure hanno preso una “cantonata” (come dicono tutti gli studi commissionati dallo stesso Governo inglese). Un primo effetto dirompente (non previsto) è la possibile disgregazione del Regno Unito con l’uscita (nell’ordine) di Scozia, Irlanda del Nord e forse Galles, tutti intenzionati a stare in Europa e a lasciare invece l’Inghilterra.

A destra si vuol tornare a “Dio, Patria e famiglia” e contrastare la globalizzazione. Va anche bene, ma perché ha dei tratti di disuguaglianza e ingiustizia sociale, ma per contrastare la globalizzazione è meglio stare in Europa o da soli? La concorrenza di Cina, India, Usa,… le multinazionali del web (quasi tutte americane e cinesi) come si contrastano?

Il paradosso è che oggi tra chi protesta contro la globalizzazione e il neo liberismo (in realtà più a parole che nei fatti), ci sono molti di coloro che negli ultimi 30 anni l’hanno promossa. Un’Europa unita (e certo diversa) serve a mio avviso per tutelare proprio i ceti più deboli dallo strapotere di Paesi giganti (Usa, Cina, India,…) e delle multinazionali del web (quasi tutte americane o cinesi).

Quali effetti sull’Italia? Se sarà astuta potrebbe contare di più in Europa (i francesi non vedevano l’ora che gli inglesi se ne andassero proprio per non avere più ostacoli). Chi si aspettava che Lega e Fratelli d’Italia rilanciassero l’uscita dell’Italia dall’Europa è rimasto deluso. Si sono affrettati a dire che non sono favorevoli all’Italexit perché “se uscire dall’Europa conviene alla Gran Bretagna (in quanto è soprattutto un Paese importatore che potrà scegliere meglio i propri fornitori), ciò non vale per l’Italia che è un Paese a forte esportazione e deve quindi tenersi stretti i propri clienti –Borghi-“. Da molto tempo non si sentivano parole così chiare da parte di esponenti della Lega. Uscire dall’Europa per l’Italia (così indebitata e senza “tutor” nel mondo) sarebbe infatti disastroso. Si pensi solo che in 20 anni abbiamo pagato (stando al calduccio in Europa) meno interessi sul nostro debito per 800 miliardi di euro, che ovviamente dovremmo pagare se uscissimo. Ma soprattutto non abbiamo la tutela Usa che hanno gli Inglesi, né abbiamo una nostra moneta (tantomeno solida come la sterlina), ma soprattutto non abbiamo i conti in ordine come da sempre hanno gli inglesi. Fa una certa impressione vedere che il programma conservatore di Boris Johnson prevede nei prossimi 5 anni più tasse (specie per le imprese) che uscite, riducendo così ancor di più il basso debito dello Stato inglese (un altro mondo). Noi siamo tutto al contrario: Stato povero e ricchezza privata (più di quella degli inglesi) che sarà, però, pian piano “mangiata” dal declino a cui andremmo incontro se non curiamo i nostri mali. Come ha scritto Luca Ricolfi (Una società signorile di massa) i problemi dell’Italia non stanno nel partecipare alla costruzione dell’Europa (da cui ha avuto vantaggi, come sanno bene i Paesi dell’Est e quelli che fanno la coda per entrare nel ricco condominio europeo), ma nei nostri problemi interni: corruzione, mafie, evasione fiscale, lentezza della giustizia, tutela di interessi corporativi, scarso civismo. Sarà interessante seguire come evolverà l’Inghilterra e soprattutto le condizioni della sanità, istruzione, del welfare dei lavoratori inglesi, i quali possono essere licenziati con un massimo di 3 mesi di preavviso anche se hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano da 30 anni, proprio perché non hanno mai voluto sottostare alle normative europee. Vedremo ora se finalmente, “isolati dal continente” e protetti dal ricco figlio americano, staranno meglio. Tanti auguri.

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Europa

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Pubblicato il
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17.12.2019

17.12.2019
Aggiornato il
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17.12.2019

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