L’Economia Circolare e l’Europa. Che cos'è e perchè ci riguarda tutti. Di Nello Pasquini

Il modello di sviluppo attualmente in essere nella società moderna, ormai da più di 150 anni, non prende in considerazione, nella maggioranza dei casi, che le risorse naturali del pianeta sono limitate. Con la crescita della popolazione mondiale si sta andando verso una scarsità delle più importanti materie prime e la formazione di rifiuti e scarti che metteranno in seria difficoltà le generazioni future. Questo modello di crescita che va sotto il nome di Economia Lineare, poiché alla fine del ciclo di vita i prodotti diventano rifiuto, non è più sostenibile. Occorre cambiare drasticamente il trend mediante l’adozione di quello che, per ora, sembra essere l’unico schema in grado di mitigare gli effetti negativi sopracitati. Si fa riferimento al modello chiamato Economia Circolare, proprio perché persegue l’obiettivo di non creare scarti o rifiuti al termine della vita di un determinato prodotto, rimettendo in circolo le materie utilizzate secondo la gerarchia che consenta di sfruttare il loro valore il più a lungo possibile. Questa impostazione richiede un cambiamento sia culturale sia tecnico: all’inizio di ogni progetto industriale occorre progettarne la realizzazione tenendo nella massima considerazione la circolarità dell’iniziativa.

L’implementazione di questa strategia richiederà investimenti in Ricerca e Sviluppo che devono generare innovazione tecnologica, stretta collaborazione tra operatori economici e riduzione di consumi energetici da fonti non rinnovabili. Per rendere più comprensibile come occorrerebbe operare in pratica secondo questo nuovo modello, ho ritenuto utile descrivere, a scopo esemplificativo, un caso vissuto personalmente, che può essere considerato un progetto di Economia Circolare “ante Litteram” poiché prese inizio intorno agli anni ’70. Si tratta di un esempio reale che consente di toccare e commentare tutti gli aspetti che fanno di una iniziativa industriale un business circolare di successo.

A questo punto risulta facilmente comprensibile come l’implementazione di un vasto programma di Economia Circolare richieda un forte impulso innovativo, non solo sul piano della tecnologia, ma anche dell’organizzazione della società, dei metodi di finanziamento e delle politiche di mercato e qui entra in gioco l’Europa. 

La Commissione Europea ha mostrato una grande determinazione su questa materia quando, nel Dicembre del 2014, decise di porre su un piano più ambizioso la prevista legislazione europea sui rifiuti, elaborando un pacchetto di misure integrate che non considerano solo l’obiettivo di ridurre e di gestire la produzione di rifiuti, ma di promuovere una più generale transizione verso un’Economia Circolare.

Si tratta del Piano di azioni Europeo sulla Economia Circolare, pubblicato dalla Commissione nel dicembre 2015. L’impegno e la determinazione della UE a giocare il ruolo di guida e di coordinatore in questo progetto altamente strategico per l’Europa, emerge chiaramente dal capitolo “Circular Economy Package” in cui vengono riportati gli obiettivi, gli strumenti economici, le direttive e i divieti proposti con l’intento di creare una normativa comune. La relazione termina con una considerazione politica che sottolinea come, iniziando una reale collaborazione tra i paesi dell’eurozona e mettendo a disposizione le eccellenze di ognuno, si potrebbe impostare un piano che genererebbe, per ogni paese partecipante, una ricchezza maggiore di quella che sarebbe in grado di raggiungere operando in isolamento, grazie ad una accresciuta competitività. Un piano Pan-Europeo di Economia Circolare potrebbe rappresentare uno dei più importanti cardini attorno al quale far crescere la consapevolezza dei cittadini sulla opportunità della formazione degli Stati Uniti d’Europa.

<Leggi l’articolo di Nello Pasquini>

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