Disuguaglianza e povertà. Di Sergio Foschi

Il tema della povertà rappresenta uno dei nodi più intricati da sciogliere da parte dei governi dei vari Paesi sia per la complessa composizione della povertà (esistono numerose tipologie di povertà) che per la difficoltà nell’individuazione degli strumenti più idonei per il suo superamento.

La scorciatoia più breve spesso utilizzata, anche ai fini di raccogliere consenso, è la classica distribuzione di risorse finanziarie dall’alto che ovviamente non porta al superamento del problema ma alla sua perpetuazione, rinunciando all’obiettivo fondamentale, come indica fra l’altro con chiarezza l’articolo n° 3 della nostra Costituzione.

Certamente la povertà è figlia in primo luogo della cattiva distribuzione della ricchezza e delle carenti opportunità di crescita fornite ai cittadini con la conseguenza che, al netto di altri parametri secondari, spesso i Paesi e i territori più poveri sono quelli dove maggiore è la disuguaglianza fra la popolazione.

La distribuzione del benessere, di qualsiasi tipo, può essere riprodotta con una curva gaussiana (la classica campana) dove l’ampiezza alla base della campana rappresenta la disomogeneità del parametro di riferimento (benessere economico, familiare, territoriale, fisico e mentale, ambientale, culturale, assistenziale, ecc.) e quindi, come per l’indice GINI più stretta è la campana minore è la disuguaglianza fra i cittadini.

Fatte queste considerazioni balza evidente che un Paese dove la disuguaglianza è meno accentuata può resistere meglio ai periodi di crisi in quanto meno ampia è l’area occupata dalla coda con i valori più bassi della distribuzione, quindi minore risulterà la frazione di cittadini a rischio di povertà e pertanto più agevole il loro sostegno.

In secondo luogo è illusorio pensare che interventi dall’alto possano risolvere il problema poiché numerose sono le forme con le quali si presenta la povertà ed è praticamente impossibile applicare formule o algoritmi in una realtà spesso in movimento e nella quale i vari parametri (necessità di reddito, necessità di lavoro, necessità di assistenza, necessità di abitazione, necessità di cultura, ecc.) sono difficilmente confrontabili e relazionabili fra loro.

E’ sul territorio che bisogna operare, come peraltro avviene tuttora in numerose realtà, con una interazione fra intervento pubblico e privato (l’associazionismo dei volontari) e l’apporto dei datori di lavoro, delle organizzazioni sindacali e del mondo della formazione (scuola, università, ecc.), pertanto è a livello di base che devono essere distribuite le risorse per la soluzione articolata delle varie forme di disagio.

Certamente è fondamentale il ruolo redistributivo della tassazione in quanto permette di togliere risorse a livello privato per metterle a disposizione, per interventi non solo perequativi ma anche di programma, per la soluzione del problema … e qui è ancora l’articolo n° 3 della Costituzione che parla chiaro.

Ne risulta pertanto che è incomprensibile un intervento di “flat tax” che di fatto sottrae risorse, soprattutto se la norma è realizzata con valori medio-alti di reddito, per il sostegno delle necessità della fascia di popolazione più bisognosa, con un’azione nei fatti regressiva del sistema fiscale, in contrasto con la stessa Costituzione.

Un approccio al problema della povertà dovrebbe, infine, essere affrontato a livello europeo, prendendo in considerazione le buone pratiche già applicate nei vari Stati, riproducendo politiche di inclusione che tengano conto della realizzazione di una armonizzazione fiscale in materia di tassazione diretta, con conseguente allargamento del bilancio comunitario.

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