Novembre-Dicembre del ‘43

Il sorvegliante guidò il gruppo di deportati verso il bosco.

Tagliare alberi e ridurre rami e tronchi per farne legna da ardere, il compito.

William, ventuno anni, da poco nel campo di disciplina di Klagenfurt, sciabolava sguardi rapaci verso i compagni. Non era ancora domato dalla rassegnazione e dall’inedia fisica e mentale che solo più tardi capì essere l’indispensabile arma di sopravvivenza: rendersi invisibili e distrarre attenzione da sé.

Cercava di ghermire gli sguardi dei compagni ma trovava solo orbite vuote.

Arrivato a destinazione cominciò a lavorare con energia sperando di scaldarsi per lo sforzo.

Non ottenne risultato. Il gelo ghiacciava i vestiti.

Si guardò attorno: freddo e fame, feroci nemici, piegavano corpi provati e rassegnati.

Al rientro ci fu chi, definitivamente esausto, si appoggiò ad un albero e scivolò giù in silenzio.

Il sorvegliante, accompagnando il gruppo, decise di lasciarlo dov’era:

- Arriverà più tardi qualcuno a prelevarlo e a riportarlo nella baracca

La mattina successiva, all’ingresso del bosco, William lo vide: morto assiderato.

A capo chino, quasi scomparendo, continuò a marciare assieme al gruppo.

A raccontare quest’episodio, mio padre, William, ogni volta non riesce a trattenere lo stupore per l’indifferenza che ricorda aver provato e che ancora, al pensarci, lo strazia.

(l'immagine è tratta da: http://www.cittadarte.emilia-romagna.it/storie/la-linea-gotica-dove-la-memoria-si-trasforma-in-speranza)

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